11/09/18

Ci sono storie che non si riescono a raccontare, che nessuno vuole ascoltare

Ci sono storie che non si riescono a raccontare. 
Per raccontare bisogna richiamare alla memoria ed è troppo, immensamente doloroso. 
Ci sono storie di cui non si conserverà memoria, perché nessuno le raccoglie, nessuno le ascolta, perché tutti preferiscono non sapere.

La vedo spesso quella ragazza, parla da sola in una lingua indecifrabile. Dice per lo più parole sconnesse, parole inesistenti. La sua lingua l’ha dimenticata, quella del paese in cui ora vive, non l’ha imparata. La sua voce è a malapena percettibile. 
Gira così senza meta, a volte si ferma, sembra chiedere l’elemosina, ma poi, quasi si pente e scappa via. La gente per strada la evita, sembra averne paura, eppure tutti lo sanno, non ha mai fatto del male a nessuno.
Se l’avvicini si ritrae e si nasconde… Qualcuno mosso a pietà, le sporge qualcosa da mangiare. Lo lascia per terra perché solo così, quando nessuno vede, lo prende.
Porta con sé storie feroci, sono i suoi occhi a raccontarle, sempre sfuggenti, impauriti, pieni di lacrime mai piante.
In lei solo l’istinto alla vita sembra non essersi spento, quell'istinto che ti porta a sopravvivere, senza essere mai esistito davvero. 
Si aggira per le strade come tanti altri che vedi qua e là abitare la nostra città, dormire negli angoli, sotto i portici, mal visti, mal tollerati.  
Qualcuno sa che hanno più volte abusato di lei, sa che per quanto la sua neanche qui non sia più vita, non vuole più tornare da dove è venuta, che è scappata da dove esisteva solo il male. Ed ora vagabonda in questo luogo da dove non è stata ancora cacciata. Gira senza meta, come la sua vita si svolgesse senza nesso, senza legami… in un cerchio continuo. 

Nessuno potrà mai sapere quante devastazioni ha provocato il dolore esploso dentro di lei, un dolore che non trova parole per essere descritto, raccontato, spiegato. Il dolore nessuno può conoscerlo se non lo prova. E comunque quello è il suo dolore, diverso da quello di tutti gli altri. Perché il dolore ha diversi modi di manifestarsi, ma quello più atroce, è quello di chi non ha una mano a cui aggrapparsi, un petto a cui stringersi.
Speculare a questa immagine di donna che ricorda la carovana di gente che attraversa mari e monti per trovare un luogo in cui finalmente riposare, è la nostra indifferenza che ha fatto presto, molto presto a trasformarsi in crudeltà. Una crudeltà esibita, sbandierata, che fa proseliti, che sembra spandersi come a macchia d’olio. Una crudeltà diventata programma politico, che regala voti, consensi. Ed è questo lo scandalo maggiore. Una crudeltà che sempre si avvicina a quella che ci ha fatto conoscere mondi che mai avremmo voluto conoscere. 
“Che io possa avere la forza di cambiare le cose che posso cambiare, che io possa avere la pazienza di accettare le cose che non posso cambiare, che io possa avere soprattutto l'intelligenza di saperle distinguere.” 
Tommaso Moro
E noi? Ci sentiamo impotenti, bloccati di fronte a tanto cinismo da non riuscire a fronteggiarlo.  Ci hanno privato della speranza di cambiare il mondo, ma  proprio per questo dobbiamo agire: è invece possibile resistere, crearne uno nuovo di mondo, qui e ora, tra le rovine del vecchio. 
Riscoprire l’utopia. L’utopia, non quella lontana ed irraggiungibile,  ma quel pensiero utopico che ci abita, quell'ideale etico-politico che non ci abbandona, che è guida, che ci stimola è dà forza, anche se non è destinato a realizzarsi sul piano istituzionale, ma che vive in noi come via di contrasto, come motivo di lotta e di azioni concrete da realizzare qui ed ora.
L’utopia è allora essere concreti perché siamo liberi, perché pensiamo non a partire sono da noi stessi, perché agiamo, perché fa luce nel buio in cui ci vorrebbero lasciare. 

L’utopia è già realizzata in tutti quelli che in qualche modo fanno resistenza, oppongono la loro azione di contrasto e si impongono: non in nostro nome, noi esistiamo e resistiamo. 
L’utopia cammina a passi lenti, soccorre, semina ovunque può, a cominciare dalle parole, a cominciare dai gesti, a cominciare dai nostri volti, dal nostro corpo. A cominciare… il più veloce possibile, ma senza fretta. Impegnati a rendere l’impossibile  possibile, sempre avanti... passo dopo passo.

Eduardo Galeano, scrittore uruguaiano diceva: 
"L'utopia è come l'orizzonte: cammino due passi e si allontana di due passi. Cammino dieci passi e si allontana di dieci passi. L'orizzonte è irraggiungibile. E allora a cosa serve l'utopia? A questo: serve per continuare a camminare".

05/09/18

C’è un mondo nel mondo del teatro.


Il teatro ufficiale, tradizionale continua nei suoi percorsi, va per la sua strada e monopolizza molti dei finanzia
menti e delle risorse. Ad una tendenza generale, in cui è sempre più evidente la disaffezione al teatro, si sta rispondendo portandolo in luoghi e spazi diversi e lontani dal circuito ufficiale e tradizionale.  Si fa avanti un progetto tutto nuovo che vuole accorciare le distanze fra teatro e cittadini, che vuole vivere nonostante la mancanza di sovvenzioni e aiuti.


La cultura del resto dovrebbe essere un bene pubblico e raggiungere non solo gruppi ristretti di addetti ai lavori. Il teatro è teatro se sperimenta, se si mette in gioco, se scopre nuovi talenti, invece che rivolgersi solo a personalità note che provengono, per esempio, dalla televisione solo perché è economicamente più redditizio e più semplice da promuovere.

E’ teatro tutto ciò che stimola e soprattutto permette la riflessione ed il pensiero che sono alla base dell’arte. E’ teatro se muove l’immaginazione, invita a creare, a modificare, a cambiare punti di vista ed orizzonti.

 Oggi purtroppo troppo spesso segue le leggi di mercato che sono di per sé rami secchi della creatività, che chiudono, invece, di aprire, che riproducono il già noto all’infinito, addormentando le coscienze.

Ma c’è un mondo nel mondo del teatro. Un mondo ricco di iniziative, di idee, di passione e di solidarietà che si cimenta su nuovi palcoscenici, che non sono necessariamente il teatro così come è stato inteso nel senso comune del termine.

Queste esperienze sono preziose, perché accompagnate dalla ricerca di strade nuove, di un senso, di prospettive culturali  che avvicinino la gente, che la rendano partecipe e più viva. Pur tra mille difficoltà, perché per nulla o quasi finanziate, avanzano e si fanno strada, perché chi intraprende questi percorsi e non molla, ci crede davvero.

 Queste iniziative, se si diffondono e prendono corpo, potrebbero prefigurare un Paese diverso, una cultura più a portata di tutti che rompa con quella omologante delle Tv e dei mass media in generale.

Soprattutto nei momenti di crisi, la cultura diventa assolutamente necessaria per comunicare, per dialogare, per confrontarci, per immaginare qual è il mondo in cui vorremmo vivere.

 E’ interessante che in Grecia, il paese più in crisi nell’Unione Europea, Lydia Koniordou, prima donna Ministro della Cultura, ci ricordi come :
“Duemila e cinquecento anni fa in Grecia  abbiamo avuto un’incredibile esplosione di idee: la politica, la filosofia, il teatro. La percezione, lo spirito che univa tutto erano le famose “D”: dialettica, dialogo, diversità e democrazia. Non c’era una sola verità, si scopriva la relatività della verità, grazie a Eraclito e ai sofisti, e si passò dalla cultura della ‘famiglia’, dal clan, alla scoperta dell’individuo e dei suoi diritti. Oggi dobbiamo superare l’eccesso di individualismo per riabbracciare la cultura del ‘noi’. Tornare dal privato al pubblico. Capire che non possiamo fare a meno dell’Altro. La cultura greca, con lo strumento del dialogo di cui è maestra, può rilanciare la dialettica laddove c’è il conflitto, l’ascolto dove c’è lo scontro, il confronto dove c’è violenza”.
Dialettica, dialogo, diversità e democrazia le parole che devono ritrovare spazio e prendere corpo nella mente della gente, la riscoperta che solo là dove questi valori riprendano vita si può ritrovare il benessere non solo economico, ma umano e sociale.

In una crisi economica e politica, gli artisti devono reagire. I grandi finanziamenti non sempre hanno prodotto una buona arte o un buon teatro. L’arte povera, è spesso più creativa, più essenziale, ma più vera. Può arrivare con più facilità a tutti, scoprire i piccoli teatri, le strade, i luoghi dove la gente si ritrova, persino entrare nelle case. Può diminuire le distanze tra pubblico e attori, e questa vicinanza genera il dialogo e la partecipazione. Può quindi essere strumento della democrazia, non rinunciare alla propria originalità, far vivere la diversità.

 Se i grandi teatri sono accessibili solo a pochi, si aprono però quelli piccoli, più di periferia che Bisognerebbe che queste realtà diventassero una costellazione, una rete attiva e concreta, un tessuto sempre più intrecciato. Bisognerebbe che chi ha nelle proprie mani i finanziamenti e il teatro ufficiale, ogni tanto si facesse un giro e rinnovasse il proprio modo di vedere la cultura. Lo dovrebbero fare quelli che ancora credono nel linguaggio della creatività, che solo può generare il nuovo.

Grazie a Paola Lombardo, a Manuela Massarenti, ad Adriana Zamboni che me l’hanno fatto scoprire, a Rasid Nikolic, mio allievo nella scuola media, mio maestro nella vita.

Non nasce teatro laddove la vita è piena, dove si è soddisfatti. Il teatro nasce dove ci sono delle ferite, dove ci sono dei vuoti... E' lì che qualcuno ha bisogno di stare ad ascoltare qualcosa che qualcun altro ha da dire a lui." _
 Jacques Copeau

26/08/18

Se potrò impedire a un cuore di spezzarsi, non avrò vissuto invano.


Io mi vergogno, provo una profonda vergogna perché non faccio che parlare, parlare, senza fare nulla che cambi questo paese, che possa ricordare all'Europa che ha saputo unirsi dopo uno dei massacri peggiori che la storia ricordi.

Vorrei riuscire a ricordare che nessun godrà di nessun beneficio vero se avrà cancellato la propria umanità, se avrà negato la dignità a tanti esseri umani. Prima gli italiani, si va sbandierando da molto tempo questo slogan... Uno slogan inventato a regola d'arte per cancellare i principi basilari etici e religiosi per chi lo è.
Tenere in ostaggio degli esseri umani per ottenere che l'Europa si impegni è vergognoso per noi che lo facciamo e lo è per l'Europa che tace e continua a fare i propri interessi.

Ed è vergognoso che tutto questo venga fatto per ottenere i nostri voti. Per questo siamo tutti complici.

Dovremo saper guardare indietro per capire di cosa è capace l'uomo e Primo Levi è stato sempre una mia grande guida:
Auschwitz è fuori di noi, ma è intorno a noi, è nell’aria. La peste si è spenta, ma l’infezione serpeggia: sarebbe sciocco negarlo. In questo libro se ne descrivono i segni: il disconoscimento della solidarietà umana, l’indifferenza ottusa o cinica per il dolore altrui, l’abdicazione dell’intelletto e del senso morale davanti al principio d’autorità, e principalmente, alla radice di tutto, una marea di viltà, una viltà abissale, in maschera di virtù guerriera, di amor patrio e di fedeltà a un’idea
(dalla prefazione al libro di Léon Poliakov, Auschwitz)
Sembra sempre più vero ciò che dice in Se questo è un uomo
Nella storia e nella vita pare talvolta di discernere una legge feroce, che suona «a chi ha, sarà dato; a chi non ha, a quello sarà tolto».
Dicono in molti che chi lotta contro l'Europa chiudendo i nostri porti, combattendo l'ingresso di stranieri che fuggono dalla guerra, dalla fame, è vincente e sicuramente lo è per aver creato intorno.a sé tanto consenso. Molti, moltissimi italiani sono con lui, lo applaudono, fanno, felici, selfie quando riescono ad incontralo.

Ma mai come oggi apprezzo la sconfitta, sono fiera di essere minoranza insieme ad altri che in qualche modo stanno faticando a far sentire la propria voce. Di una cosa sento la mancanza: di un partito che sappia perdere, ma sappia opporsi, far sentire la sua voce, diventare la voce degli ultimi: italiani, stranieri che siano... Sì, perché agli italiani pensano solo per prendere voti e chi è in difficoltà rimane in difficoltà.

Siamo un'opposizione orfana di guida, ma proprio per questo più libera.

È chiaro che quello che avanza è il culto della personalità per un uomo che tiene sotto l'ombrello della paura migliaia e migliaia di persone. Purtroppo è già successo. Abbiamo creduto che la storia insegnasse, non abbiamo saputo capire che la democrazia ha bisogno di militanza, partecipazione e istruzione.

Vorrei che quell'Europa che ha battuto la destra estrema avesse il coraggio di aprire le sue porte, che avesse il coraggio di perdere pur di affermare quei diritti universali che dice di difendere.

Vorrei che qualcuno avesse il coraggio della disobbedienza civile.

Vorrei che noi tutti aprissimo le nostre porte e lavorassimo quartiere per quartiere per una vera integrazione.

Che sfruttati italiani e stranieri lottassero insieme, che prendessero coscienza che la guerra tra poveri è una vecchia invenzione perché ricchi e potenti possano fare i loro interessi indisturbati.

Mi vergogno perché stiamo tutti qui ad indignarci senza riuscire a far sentire anche nella realtà, tra la gente con la gente il nostro dissenso, il nostro NO forte e chiaro.

Purtroppo non possiamo contare oggi su molto altro. Ma noi ex-sistiamo e dobbiamo essere visibili là dove siamo con la pazienza di chi davvero vuole cambiare le cose.

Non basta solo avere idee contro. Bisogna essere diversi.

Se potrò impedire a un cuore di spezzarsi,
non avrò vissuto invano.
Se allevierò il dolore di una vita
o guarirò una pena,
o aiuterò un pettirosso caduto
a rientrare nel nido,
non avrò vissuto invano.

– Emily Dickinson

08/07/18

Osservare per conoscere

Ieri ho guardato a lungo questi tre bambini. Il più grande teneva per mano i fratellini con un senso di responsabilità che non aveva nulla di quella "pesantezza" che spesso sentiamo negli adulti che si devono occupare di qualcuno. C'era invece la leggerezza di chi è consapevole che si sta "prendendo cura" di chi è più piccolo e debole. 
E nei fratellini non c'erano atteggiamenti recalcitranti né il minimo desiderio di liberarsi della mano del fratello.  Affidati a lui, si sentivano sicuri. Che scena bella e rara in questi nostri tempi.
Il più grande sembrava sapere che autonomia, libertà e senso di responsabilità camminano insieme come questi tre bambini. Uno non può fare a meno dell'altra.
Sappiamo però che dietro ai piccoli ci sono adulti che sanno insegnare questi valori. E questo ci regala speranza.

Una situazione analoga mi è capitata di osservarla oggi al mare. Quattro bambini giocavano in mare con le onde non molto alte, ma quanto basta per esserne travolti e portati a riva... dolcemente. Una bambina si teneva sulle spalle il fratellino più piccolo con molta attenzione ed amore. Ogni volta che sopravveniva un'onda il bambino si stringeva a lei affidandosi completamente, quando uscivano dall'urto del mare, la sorella più grande si accertava immediatamente di come stava il fratellino. Tutto bene? gli chiedeva, lui annuiva ed il gioco ricominciava. 

I genitori li guardavano da una certa distanza sulla spiaggia senza intervenire, senza apprensione, vigilando su di loro, ma con discrezione.

Talvolta abbiamo la tendenza di vedere il mondo in bianco e neo e troppo spero tendiamo a far prevalere il nero sul bianco. Osservare il mondo con attenzione, ti accorgere dell'infinita varietà che lo abita. Ma siamo distratti e troppo immersi in ragionamenti preconfezionati che ci condizionano e che ci abituano a cercare ciò che conferma la nostra idea di mondo.
Siamo immersi nelle parole, quelle che si dicono, quelle che si scrivono. Forse dovremmo abitare di più la distanza per farci stupire e sorprendere da ciò che non siamo soliti vedere. Ma abbiamo bisogno di silenzio dentro di noi e capacità di attenzione. Virtù per loro natura lente e pazienti, non così di moda in questo periodo storico.

07/07/18

Oggi maglie rosse per renderci visibili


“I migranti indossano magliette rosse sperando di essere visibili in caso di naufragio. Sperano nel colore acceso per non essere abbandonati. Oggi mettiamoci nei loro panni“, scrive Saviano postando su Twitter un selfie con una maglietta rossa.
Anche noi abbiamo bisogno di renderci visibili, di sapere che non siamo soli, che anche se in minoranza, ci siamo e siamo attivi, visibili a contrastare l'indifferenza o la complicità che sempre regna sovrana quando qualcuno sa urlare e conosce solo il linguaggio della sopraffazione e della violenza. Un uomo che irride i morti non è un uomo, un uomo che si dichiara padre ogni cinque parole che dice, non è padre se rimane indifferente alla morte o anche solo al disagio che li segnerà per sempre, di tanti bambini.
Può esibire i suoi muscoli, far sentire solo la sua voce, sovrastare quella degli altri, minacciare, esibire una sua presunta magnanimità, ma non sarà mai un uomo se non conosce la compassione, che anche gli animali conoscono.
Oggi vestiamo in rosso e come il pittore Fontana tagliamo la tela per dire BASTA, NON IN NOSTRO NOME.

Fontana taglia la tela in uno o più squarci verticali, che invece di indicare distruzione stanno piuttosto per delle possibili aperture verso l’altrove, verso un'altra dimensione, che non è quella del pensiero dominante. Il dipinto diviene una superficie monocroma contenente una breccia, un passaggio verso uno spazio mentale alternativo. Verso un modo di vedere il mondo in modo alternativo, cercando strade, costruendo realtà ovunque noi siamo.

01/07/18

Non distogliere lo sguardo...

Davvero un'opera d'ingegno quella di voler costruire sul mare muri invalicabili. L'uomo vuole sempre superare se stesso. Vuole sentirsi padrone del mondo, padrone di altri uomini. Sentire che lui può decidere ciò che vuole, che ha potere sull'altro. Solo così può sentire la sua forza.
Quante parole abbiamo sentito in questi giorni: è finita la pacchia, vedranno i nostri porti solo in cartolina, tolleranza zero...
I muri sul mare certamente non si possono costruire, ma tutti sanno che il mare può diventare, in certe condizioni,  una terribile trappola. Le onde non si lasciano facilmente domare, se non si affrontano con mezzi adeguati. Dover affrontare il mare, la sua forza, la sua potenza è peggio che scavalcare il mare, il rischio è molto più alto. E' il coraggio della disperazione quello che porta tante persone ad affrontare tanti pericoli, a mettersi i viaggio.
È così che sono morti, in questi giorni, un centinaio di bambini, donne e uomini. Esseri umani che sono stati uccisi dall'indifferenza di molti, dalla crudeltà di pochi che hanno deciso la loro sorte vietando la solidarietà, negando il diritto a qualcuno di salvare vite umane in pericolo, lasciando questo compito a chi non aveva né mezzi né preparazione: la guardia libica.
Annegavano mentre i "grandi" dell'Europa discutevano su come liberarsi meglio di loro e di tutti quelli che avrebbero cercato di intraprendere "il viaggio della speranza", si interrogavano su come chiudere porti e frontiere, su come dividersi le "quote", su come bloccare alle origini l'avanzare di gente disperata, cacciata dalla propria terra per la guerra, per la fame, per le persecuzioni.
Non una parola di cordoglio...non una parola di pietà. Piccoli uomini senza anima. Senza coraggio, assetati solo di potere. Piccoli uomini col cuore di ghiaccio.

Voglio distogliere lo sguardo dall'orgia del potere che rivela il suo volto fino in fondo. Mi concentro su quelle immagini che ci arrivano qua e là di quei corpi senza vita. I piccoli vestiti di rosso, nella speranza che in caso di naufragio, avrebbero potuto essere più visibili e quindi salvati. Voglio ricordarli per sempre. Non sono i primi, non saranno purtroppo gli ultimi. Voglio concentrarmi sulle vittime, sul massacro che stanno perseguendo con un cinismo degno dei tempi peggiori. Voglio ricordare che, se hanno eretto barriere per impedire che si avvicinino a noi facendoci credere di volerci difendere, hanno prima di tutto intrappolato i nostri cuori, le nostre menti dentro le loro gabbie.
Ma la colpa non è di un solo uomo che dà l'ordine, la colpa è di tutti quelli che lo seguono, lo sostengono, lo inneggiano. Di quelli che sono contenti di essere finalmente liberati da presenze troppo scomode. Fa lui il lavoro sporco per tutti e lo dichiara: lo fa per tutti gli italiani, non solo quelli del nord, anche per quelli del sud.
Ma è colpa anche di quella sinistra in cui abbiamo in molti creduto e che ci ha tradito, che è rimasta chiusa nella sua presunzione e che ha perso uno ad uno i suoi idali, lasciandoci orfani di una guida, di indicazioni per lottare, che non ha saputo essere coerente con la sua storia, la nostra storia.
E noi orfani, dobbiamo comprendere che senza un'alleanza con chi è più sfruttato ed emarginato, non sarà mai più possibile un mondo migliore.

03/06/18

Per Sacko Soumayla è finita la pacchia, ma in nome suo dovrebbe iniziare la nostra lotta

Sacko Soumayla, un giovane di ventinove anni, proveniente dal Mali, è stato ucciso  sabato sera in una zona a cavallo fra le province di Vibo Valentia e Reggio Calabria.  

"Per lui è finita la pacchia" come dice il nostro nuovo ministro degli interni, è finita per sempre.  
Dirà che non era quello che voleva o intendeva, che la violenza non è mai giustificabile, dirà che la vendetta non è quello che lui vuole... ma che gli italiani non ne possono più, che hanno il diritto di difendersi, che bisogna mettere ordine.

Ma non si può passare sopra alle parole di odio che hanno infestato la campagna elettorale, che hanno sdoganato il razzismo e la violenza, che fomentano animi già di per sé predisposti alla vendetta e all'odio.

Un rapporto di Amnesty International nel suo Rapporto 2017-2018 sulla situazione dei diritti umani di 159 Stati del mondo dichiara che ogni giorno  un esponente di Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia hanno gridato dai loro spalti una frase razzista o discriminatoria su migranti e rifugiati, Salvini il leader indiscusso. Ma anche “frasi di disprezzo, degradazione e spersonalizzazione nei confronti delle donne e delle persone omosessuali e transessuali”.

 Un’Italia “intrisa di ostilità, razzismo, xenofobia. 
"Un odio protagonista  della campagna elettorale, dove il 95% delle dichiarazioni di politici sui social che “veicolano stereotipi, sono discriminatorie, razziste o incitano all’odio e alla violenza in campagna elettorale” sono da attribuire ai tre partiti della coalizione di centrodestra: “Lega Nord (50%), Fratelli d’Italia (27%) e Forza Italia (18%)”.
Gianni Rufini, direttore generale di Amnesty International Italia ha dichiarato:


“Alcune forze politiche si sono servite di stereotipi e incitazioni all'odio per fare propri diffusi sentimenti populisti, identitari e xenofobi, promuovendo la diffusione di un linguaggio incendiario, divisivo, che discrimina anziché promuovere l’eguaglianza, che pensa che minoranze e gruppi vulnerabili siano una minaccia e che i diritti non spettino a tutti”, ha aggiunto Rufini.

C’è una parte di Paese che si ritiene “bella, pura, italiana, mentre il resto non merita di condividere il territorio”, un fatto che “sta rendendo il clima impossibile in questo Paese, uccidendo ogni possibilità di confronto”..
“Durante la campagna elettorale la retorica dominante del “noi contro loro” è stata affiancata dalla narrativa divisiva del “loro contro di noi” e sempre più spesso dall'odio di italiani contro altri italiani che si occupano di migranti, secondo il pericolo schema “noi contro voi che aiutate loro”, ha commentato Riccardo Noury, portavoce dell'organizzazione.
“Fa impressione rilevare che così tante persone che competevano per un ruolo istituzionale abbiano fatto ricorso a un discorso palesemente discriminatorio e d’odio durante la campagna elettorale. Il rischio che abbiamo di fronte è la normalizzazione dell’odio”.
E' in questo clima che qualcuno  ha puntato Sacko Soumayla come fosse il bersaglio di un tiro a segno e ha fatto fuoco da lunga distanza ferendo altre due persone.
"La vittima e gli altri due ragazzi stavano prelevando lamiere e altri materiali da una fabbrica da tempo sequestrata perché vi sono stati trovati fanghi tossici provenienti da Brindisi".
Le lamiere servivano per migliorare le baracche in cui da sempre vivono questi stranieri che lavorano come braccianti  nelle piantagioni e negli agrumeti della Piana di Gioia Tauro. 

Da tempo non scrivo sul mio blog. Non ho più parole per raccontare ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi senza che si muova un dito. Non ho parole e non invidio chi crede di avere soluzioni, chi sa cosa si deve fare, chi ha decisioni confezionate in provvedimenti da prendere: espulsioni, diritto di difesa, noi siamo con gli italiani... Non invidio chi crede di essere proprietario di qualcosa che ha ricevuto solo in dono. 

Ma Sacko Soumayla per la nostra indifferenza è morto, come tantissima altra gente, molti davanti ai nostri occhi, altri ricacciati in Libia dove sappiamo come sono trattati.

E' troppo fievole oggi la nostra voce, la voce di chi crede ancora di far parte di un mondo dove tutti siamo uguali e abbiamo il diritto alla vita.  Dovrà gridare più forte, molto più forte. Dovrà fare di più, molto di più. Senza più un partito che ci rappresenti. Ed è vero che le elezioni sono solo il voto di un giorno, ma non sono così convinta che questo voto conti così poco, se siamo arrivati a questo punto. 
Bisogna lavorare tutti i giorni, ma proprio tutti ovunque siamo, ma bisogna anche far rinascere un movimento che ci aiuti ad organizzarci, che raccolga quei voti che non sappiamo più a chi dare. Questo lo dobbiamo fare in nome di tutti i  Sacko Soumayla che abitano il nostro paese. Tutti noi che non crediamo nella politica, tutti noi che vogliamo un mondo più giusto, più democratico, più egualitario, più solidale dobbiamo chiedere che qualcuno ci organizzi, che ci sia di guida, e tutti torneremo a votare e a lottare. Abbandonare la politica vuol dire solo lasciar spazio a questo scempio che vediamo ora. Dove per qualcuno la destra e la sinistra non esistono più, e per qualcun altro la destra esiste, esiste eccome e la fa da padrone.

08/04/18

Concert Jouet, con Paola Lombardo e Paola Torsi: due magnifiche Paole


Paola Lombardo, una cantante con formazione classica ma che si è dedicata molto alla musica popolare e che successivamente si è formata in scuole di teatro fisico del territorio torinese e Paola Torsi, diplomata in violoncello al Conservatorio, specializzatasi in repertorio cameristico alla Scuola di Alto Perfezionamento di Saluzzo: due Paole, una coppia vincente, di una simpatia e bravura travolgenti, insieme nel «Concert Jouet», un concerto comico, un’esibizione musicale esilarante.


Un teatro musicale comico di alta qualità: ridi e ridi davvero, ma nello stesso tempo ascolti una voce straordinaria e una violoncellista di grande professionalità. Non è facile avere queste due cose insieme. Le doti canore e musicali sono, infatti, altissime. Il lavoro sembra semplice, ma in realtà ha momenti, passaggi di grande difficoltà e virtuosismi di gran classe. Due professioniste eccellenti.

Il loro è un concerto, come lo definiscono loro:
“bislacco e fuori dagli schemi, che guarda al mondo del clown ( o meglio dei personaggi clowneschi) dove spesso capitano incidenti, gag , nella speranza di concludere positivamente l'esibizione. E' un concerto che noi definiamo semi-serio, poiché musicalmente vi sono alcuni passaggi virtuosi, ma il contenitore è la comicità!”
Uno spettacolo nel quale non si sa mai cosa succederà un secondo dopo, quale sarà la prossima nota e la prossima mossa, tra canzoni, piccole gag, trascinanti note di violoncello e accenni di danza. in cui però la sintonia tra le due Paole è sempre perfetta.
La regia è di Luisella Tamietto ( Cirko Vertigo- Le sorelle Suburbe) e la consulenza artistica e scenica è di Nicola Muntoni . 


“Essendo “Concert Jouet” privo di verbalizzazioni, le interazioni teatrali sono principalmente fisiche. Questo riporta al mondo della pantomima musicale. I nostri due caratteri sono però, come dinamiche di relazione, vicini al clown o meglio ai personaggi clowneschi (che rispetto al clown dal naso rosso risultano esser più dinamici) . Accadono infatti durante il concerto fallimenti e situazioni buffe e clownesche, e modelli musicali vengono parodiati”.
 
“Desideriamo giocare con la semplicità e il nostro potenziale musicale! Cerchiamo prima di tutto di divertirci e trovare piacere in quello che facciamo. Ci vien difficile cucirci addosso un vestito se non lo sentiamo tanto nelle nostre “corde”. Di conseguenza non facciamo riferimento a priori ad un gusto di comicità che sappiamo esser per forma e contenuto popolare, ma ricerchiamo attraverso le nostre esperienze, il nostro gusto, i nostri caratteri, una comicità che speriamo possa esser gradevole e nella quale il pubblico possa in qualche modo riconoscersi! Cerchiamo anche di dare molto spazio alla musica, cercando di valorizzarla senza mai sacrificarla in nome della comicità. Insomma, come recita la presentazione del nostro spettacolo “Concert Jouet” è sempre “in costante ricerca di equilibrio”
…E ci riescono benissimo. 

Non ho ancora incontrato nessuno a cui non sia piaciuto, io l'ho visto due volte e anche la seconda volta mi ha sorpresa, divertita e stupito per la bravura di entrambe. Brave, brave davvero. Meriterebbero una maggiore attenzione di chi ha in mano la cultura nel nostro Paese, che dovrebbe promuovere, valorizzare scoprire tali perle. 
Le due Paole hanno fatto tutto da sole, e con il tam tam di chi le segue, i canali dei social network riescono a farsi seguire da molti spettatori. Ogni spettacolo è un successo. 


Brave, brave davvero. Non mollate.

30/03/18

Il pianeta intero è la nostra casa...


Non si perde e non si vince mai nulla, si può perdere e non essere sconfitti, si può vincere e essere perdenti. Il metro di misura è quanto acquistiamo o perdiamo in umanità, in sensibilità, nella capacità o meno di diventare anticorpi in una società in cui il virus del male cerca sempre di espandersi.

Diciamo basta alle generalizzazioni, che chiudono noi e gli altri in una gabbia. 
Diciamo basta a quel linguaggio che divide, che non sa mettersi in dialogo, che vuole prevalere sull'altro, che non sa mettersi in discussione.
Diciamo basta a chi crede di avere la verità in tasca. Non esistono parole definitive sulle cose, né tanto meno sulle persone.

Ricominciamo là dove siamo. Ricominciamo dalla gentilezza. Ricominciamo dal sospendere i giudizi e apriamoci all'ascolto. Ricominciamo dal sorriso. Ricominciamo dall'attenzione. Ricominciamo dall'avere la capacità di scegliere ciò che ci sembra giusto anche se non sempre è conveniente. Ricominciamo dal prenderci cura l'uno dell'altro.

Cerchiamo di guardare i nostri errori, invece di sottolineare solo quello degli altri. Cerchiamo di esercitare la pazienza, di ricordare che la speranza non è illusione, ma un antidoto contro chi vorrebbe che smettessimo di lottare. Cerchiamo di partire dalle piccole cose, dai nostri più piccoli atteggiamenti, cerchiamo di coltivare con molta cura la nostra umanità.

Cerchiamo di essere madri, padri che dialogano con i loro figli. Non trasmettiamo loro la paura del futuro, aiutiamoli a credere nel cambiamento, educhiamoli al rispetto dell'altro, lasciamoli attraversare la vita con fiducia, rispettiamo i loro tempi, anche quando sono lenti, anche quando rallentano la nostra vita. cerchiamo ovunque siamo di creare comunità, di aprire le porte delle nostre case, di rompere le isole di solitudine che questa società è stata così brava a creare. Ricordiamoci che non siamo giovani, adulti o vecchi, ma siamo tutti esseri umani e abbiamo bisogno uno dell'altro. 

Rompiamo le barriere della diffidenza, spezziamo la gabbia della paura, dividiamo quello che abbiamo, accettiamo l'aiuto di chi ce lo vuol dare.
Ricordiamoci che la terra non è nostra, che  in qualche modo c'è stata donata, che dobbiamo rispettarla e averne cura. 

Cerchiamo di trasformare ogni nostra sconfitta in un risveglio. Come dice Marìa Zambrano:
L'unico rimedio a tutte le condanne e gli errori del passato è il futuro, se si fa in modo che questo futuro non sia una ripetizione del passato, una replica del passato, se si fa in modo che sia futuro davvero.
... Perchè  l'uomo può avere un posto nella storia in varie maniere: passivamente o in forma attiva. Il che si realizza pienamente solo quando si accetta la responsabilità o quando la si vive moralmente"
Smettiamo di pensare che tutto succeda senza che noi possiamo fare nulla, scivolando sugli eventi come se noi non esistessimo. Cerchiamo di vivere "in stato di allerta", sentendoci parte della storia che viviamo, 
di tutto ciò che accade intorno a noi e diventiamo anche solo minuscoli attori nella trama della storia così come nella trama della vita di tutti gli uomini.
Non è il destino, ma semplicemente la comunità, la convivenza, quello in cui ci sentiamo avvolti: sappiamo di convivere con tutti gli uomini che vivono qui, e anche con tutti gli uomini che qui vissero un tempo. Il pianeta intero è la nostra casa.
Ci vogliono chiudere dentro una fortezza chiusa, ci dicono che così saremo al sicuro. Ci dicono che pensano a noi, che non lasceranno che altri ci rubino quello che abbiamo.

In realtà ci stanno chiudendo nella gabbia della Solitudine, ma dentro di noi lo sappiamo:
Sappiamo che esistono altri "qualcuno" come noi, altri "uno" come noi. la perdita di questa coscienza di vivere in analogia con gli altri, di essere un'unità in una dimensione in cui ne esistono altre, porta alla follia.
La storia ci dovrebbe insegnare cosa succede quando ci chiudono dentro la gabbia del timore dell'altro, cercando di dare risposte certe a quella confusione e inquietudine che a volte ci fa paura.
Conviene tenere caro quel disordine che costringe a fermarci, intrattenerci con nuove domande e a cercare risposte che non intravediamo ancora.
Rainer Maria Rilke 

15/02/18

Ciao, Marisa, ovunque tu sia...

Le emozioni anelano ad essere espresse e ad essere comunicate, a non essere tenute nascoste, perché, come diceva William Shakespeare nel Macbeth, spezzano il cuore se non sono portate alla luce del linguaggio, del linguaggio delle parole e del linguaggio del corpo vivente, del volto e degli sguardi, delle lacrime e del sorriso.
Le parole, queste creature viventi, sono di una radicale importanza nel creare ponti di comunicazione fra chi parla e chi ascolta, fra chi cura e chi è curato, o nell'inaridirli, e nello spegnerli.
Borgna - Le parole che ci salvano
Oggi nasceva Marisa Sannia, mancata il 14 aprile 2008, dieci anni fa. Il tempo passa, ma i ricordi, non corrono, rimangono dentro di te come simboli forti di quello che ha caratterizzato la persona che ci ha lasciato.
Non si dimenticano le persone che abbiamo amato e il dolore della perdita lo senti anche se trasformato in malinconia. Una malinconia che però ha qualcosa di dolce, come fosse davvero un ponte tra te e chi non c'è più fisicamente. Una malinconia che è legame che non ha più tempo. Un legame che c'è e nulla ormai lo potrà più spezzare.
Io la ricordo così come è nella foto che ho postato. Una ragazza bruna, genuina, riservata, ma una bella persona. La ricordo come la mia compagna di basket ai campionati Europei di Sofia. Qui eravamo a Formia al centro sportivo del Coni. Un mese intenso passato insieme tra un allenamento e un altro e poi a Sofia a giocare partite  molto faticose contro squadre tutte o quasi più forti di noi.
La ricordo in fondo al pullman cantare da sola, ci regalava la sua voce calda e dolce, la ricordo in camera con me, in una stanza di un collegio universitario dell’Europa dell’Est che non brillava per confort. Eravamo entusiaste e orgogliose di essere lì, a rappresentare l’Italia, ma nello stesso tempo a familiarizzare con quelle ragazze che ci dipingevano a casa come nemiche perché appartenenti ad un altro mondo, quello comunista.
Lì eravamo tutte ragazze uguali, che si battevano in campo, ma facevano amicizia nella vita quotidiana. Un clima straordinario, che rappresentava quell’Europa che oggi vorrei così.
Marisa si muoveva come una gazzella e così l’avevamo soprannominata, leggera e silenziosa, restia a socializzare, ma pronta a regalarti una delle più belle amicizie che abbia mai avuto.
Ci siamo riviste dopo quel giorno, quando era già diventata famosa dopo Sanremo, lei sempre la stessa, nonostante la fama. Ci siamo rincontrate molti anni dopo ed è stato come se il tempo non fosse mai passato.
Ciao, Marisa, ovunque tu sia. Nel mio cuore continuerai sicuramente a vivere.