19/04/17

L’equilibrio fra il che cosa e il come è l’arte dello scrittore (Abraham Yehoshua)

La Lettura di Renoir
Dal momento in cui uno scrive di cose che gli sono successe davvero, entra troppo direttamente nel testo, non lo elabora abbastanza, e corre il rischio di dimenticare che quello che è chiaro per lui, deve esserlo anche per chi legge. Quando le cose sono troppo personali non avviene il transfer attraverso il quale la nostra storia diventa quella in cui il lettore si può identificare.
E’ la differenza fra il diario e la letteratura; il diario lo scriviamo per noi stessi, mentre in letteratura la persona che ci sta davanti, il lettore, deve potersi trasformare in noi. Quando però scriviamo di cose troppo personali, è come se non facessimo passare in modo oggettivo il messaggio attraverso il quale chi legge ci potrà capire.


Secondo me la domanda principale è “come” qualcosa succederà, e non “che cosa” succederà. Riuscire a trattenere l’attenzione di chi legge sul come e non sul cosa è un problema che deve affrontare qualunque scrittore. E’ nei libri gialli che per lo più ci si chiede soprattutto che cosa succederà, ma dopo che si è finito il libro non ci si pensa più, mentre in altri tipi di romanzo si sa già che cosa avverrà e la domanda essenziale verte sul come. E’ lo stesso nella vita reale; nessuno si preoccupa di che cosa faremo a mezzogiorno, perché sappiamo già che andremo a pranzo. Quello che vogliamo sapere del nostro futuro è come sarà. L’equilibrio fra il che cosa e il come è l’arte dello scrittore.

Non insegno a scrivere dall’inizio, ma cerco di dare una visione dall'interno del mestiere letterario. Non insegno scrittura creativa, lavoro con studenti di letteratura e faccio soprattutto lavoro di interpretazione, questo e’ il mio ruolo all'università, fare interpretazione. Attraverso l’interpretazione credo che chi vuol fare lo scrittore possa capire molto.

Abraham Yehoshua, Il lettore allo specchio.

17/04/17

“Come dobbiamo leggere un libro?” Virginia Woolf

Donna che legge, Henri Matisse 1894.
In primo luogo, voglio mettere in rilievo l’interrogativo alla fine del mio titolo. Anche se io potessi rispondere alla domanda, per quanto mi riguarda, questa risposta servirebbe soltanto a me, e non a voi. Infatti il solo consiglio che si può dare sulla lettura è quello di non seguire nessun consiglio, bensì il proprio istinto; fare uso della propria ragione, trarre le proprie conclusioni. Se siamo d’accordo su questo, allora mi sentirò più libera di esprimere qualche idea e suggerimento, sapendo che non nuoceranno a quell'indipendenza che è la qualità più importante del lettore.
Dopo tutto, chi può stabilire delle leggi sui libri? Non c’è dubbio che la battaglia di Waterloo ebbe luogo in un dato giorno; ma si può dire che Amleto sia migliore di Re Lear? Nessuno potrebbe dirlo. Ciascuno deve deciderlo da sé. Riconoscere un’autorità, per quanto grave sia il suo aspetto, sulla nostra biblioteca; lasciarci dire come leggere, che cosa leggere, che valore assegnare a ciò che leggiamo, sarebbe distruggere quello spirito di libertà che è l’essenza di simili santuari. In qualunque altro luogo possiamo essere soggetti a leggi e a convenzioni; ma lì non ce ne sono.
Se mi perdonate tuttavia questo luogo comune, dirò che per godere la libertà bisogna sapere controllarsi. Non dobbiamo scialacquare le nostre forze, disorientati e ignoranti; spruzzare dell’acqua per tutta la casa quando vogliamo innaffiare una sola rosa; dobbiamo piuttosto impiegare quelle forze accuratamente e vigorosamente, nel punto esatto. Questa è forse una delle prime difficoltà in cui ci imbattiamo non appena entrati in una biblioteca. Qual è il “punto esatto”? A prima vista c’è soltanto una confusione, una folla, un mucchio disordinato di libri. Poesie e romanzi, libri di storia e di memorie, vocabolari e diari; libri scritti in tutte le lingue, da uomini e donne di ogni carattere, razza, età, si ammucchiano negli scaffali. E fuori l’asino raglia, le donne chiacchierano presso la fontana, i puledri galoppano per i campi. Da dove cominciare? Come possiamo far ordine in questo affollato caos, per poter trarre da ciò che leggiamo il piacere più profondo e più ampio possibile?
Sarebbe abbastanza semplice dire che poiché i libri si dividono in categorie – romanzi, biografia, poesia – dobbiamo separarli, e prendere di ciascuna categoria ciò che essa può darci. Eppure sono poche le persone che chiedono ai libri ciò che essi ci possono dare. Di solito ci avviciniamo ai libri con confuse e contraddittorie intenzioni; chiediamo al romanzo di essere vero, alla poesia di essere falsa, alla biografia di essere lusinghiera, alla storia di difendere i nostri pregiudizi. Abolire tutti questi preconcetti quando leggiamo, quello sarebbe un ammirevole inizio. Non date ordini al vostro scrittore; cercate di diventare lui stesso. Siate il suo compagno di lavoro e il suo complice..
Se conservate il distacco, e fate le obiezioni e le critiche prima di leggerlo, non siete più in grado di trarre tutto il profitto possibile di ciò che leggete. Ma se aprite al massimo la vostra mente, certi segni e accenni di una sottigliezza quasi impercettibile, fin dalla struttura e dal giro delle prime frasi, vi metteranno in contatto con un essere umano diverso da tutti gli altri. Immergetevi in questa diversità, cercate di conoscerla meglio, e presto scoprirete che il vostro scrittore vi dà, o cerca di darvi, qualcosa di assai più definito. I trentadue capitoli di un romanzo – se consideriamo prima di tutto come dobbiamo leggere un romanzo – sono un tentativo di creare qualcosa di meno congegnata e controllata di un edificio: ma le parole sono più tangibili dei mattoni; leggere è un processo più lungo e complicato di quello di guardare.
Forse la maniera più sbrigativa di riuscire a capire gli elementi di ciò che un romanziere fa o vuol fare è, non appunto leggere, bensì scrivere; sperimentare personalmente i pericoli e le difficoltà delle parole. Ricordate dunque qualche evento che vi abbia lasciato una chiara impressione: forse due persone che parlavano all'angolo della strada. Un albero si scuoteva; un lampione elettrico ballava; il tono della conversazione era comico, ma anche tragico; tutta una visione, una intera concezione, sembra racchiudersi in quel momento.
Ma quando cercate di ricostruirlo con parole, scoprite che si spezza in mille impressioni contraddittorie. Alcune devono essere messe a tacere, altre in risalto; e in questo processo è probabile che l’emozione stessa sfugga completamente al vostro controllo.
 (… ) legge perché uno scopo, per quanto desiderabile, venga raggiunto? Non ci sono forse certe attività che noi svolgiamo perché sono piacevoli in se stesse, non ci sono piaceri senza seconde intenzioni? E non si annovera fra di loro questo della lettura? Io almeno ho a volte sognato che il giorno del Giudizio Universale, quando tutti i grandi condottieri e avvocati e uomini di stato arriveranno in cielo per ricevere le loro ricompense — le loro corone, i loro lauri, i loro nomi indelebilmente incisi sul marmo imperituro — l’onnipotente guarderà San Pietro e gli dirà, non senza traccia di invidia nel vederci arrivare con i nostri libri sotto il braccio: “Questi non hanno bisogno di ricompensa. Qui non abbiamo niente, per loro. Sono quelli che amavano leggere.
Virginia Woolf , "Saggi, prose e racconti", Milano Mondadori, 1998

14/04/17

La sfera affettiva si intreccia con la sfera cognitiva, di questo bisogna tener conto a scuola

Ogni tanto avevo un sogno che mi faceva svegliare. Sognavo che mangiavo qualcosa. Una roba secca e sabbiosa che non riuscivo a inumidire. Mi faceva male ai denti; e non riuscivo più a chiudere la bocca, volevo gridare e chiamare aiuto ma non potevo. E mi svegliavo con la bocca asciutta perché nel sonno l’avevo tenuta aperta. Mi chiedevo se avevo gridato; speravo di no, ma volevo che mamma venisse e mi domandasse se stavo bene e si sedesse sul mio letto.
È il protagonista del libro di Roddy Doyle Paddy Clarke ah ah ah!  a parlare, ma tutti i ragazzi, quando la vita si affaccia come troppo difficile, hanno bisogno che qualcuno si sieda accanto a loro,  chieda semplicemente se stanno bene ed è pronto ad ascoltare. A volte a loro basta questo semplice ma significativo  gesto di attenzione.
Gli insegnanti troppo spesso credono di dover sapere chissà cosa per poter entrare in relazione con i loro allievi e questo è solo un modo per erigere barriere tra noi e loro. Basta abbatterle per modificare le situazioni che ci sembrano più difficili.

In una classe in un'ora di supplenza una ragazza durante una discussione mi ha detto: «Noi capiamo che per i professori insegnare sia solo un lavoro, che abbiano le loro preoccupazioni, la loro famiglia, i loro figli, ma è possibile che noi non contiamo proprio nulla? Eppur viviamo tante ore con loro!».
Al contrario un altro ragazzo ha detto ad una mia collega: «Io da scuola mi porto a casa nuove conoscenze, ma anche tutto l'affetto che ho sentito per me e per i miei compagni».
I ragazzi, se li lasciamo parlare, ce lo dicono continuamente, hanno prima di tutto bisogno di entrare in un ambiente dove trovare persone che sappiano accostarsi a tutti i bambini: stranieri, con disabilità, tranquilli, meno tranquilli, persone che sappiano vederli semplicemente come bambini, senza etichette, bambini da conoscere e da cui farsi conoscere.
A scuola, però, ci si aspetta che l’alunno sappia mettere in funzione la propria intelligenza, la propria capacità di ragionare e di comprendere e raramente queste capacità vengono messe in correlazione col suo vissuto, con il suo stato d’animo, con tutte le altre componenti emotive ed affettive che entrano in campo quando si deve imparare qualcosa. La concezione che la ragione sia una componente umana completamente staccata dalla parte affettiva ed emotiva dell’uomo ha fatto del bambino a scuola un essere «bicefalo».
In realtà, come dice Carotenuto ne "Il tempo delle emozioni", 
La sfera affettiva intreccia una continua relazione e scambio comunicativo con la dimensione più propriamente cognitiva della nostra psiche, ed è da questa dinamica interazionale che scaturisce la soggettività di ogni essere umano, le sue peculiarità psicologiche, il suo modo di essere e di mostrarsi al resto del mondo.
Proprio ieri, Claudia, una mia allieva che frequenta il primo anno del  liceo classico mi è venuta a trovare e tra le tante cose che mi ha raccontato mi ha detto: «È possibile secondo lei, professoressa, che un professore entri in classe, cominci a far lezione senza neanche mai salutarci? Sono cose che fanno passare la voglia di andare a scuola».
Il bisogno di rapporti umani a scuola, dove bambini e ragazzi trascorrono una gran parte del loro tempo-vita, è un bisogno di tutti, anche di chi, come Claudia, ha una vita affettiva e famigliare del tutto soddisfacente. Tanto più questo rapporto sarà importante  per ragazzi che hanno alle spalle vite difficili e traumatiche.

Il processo di apprendimento, infatti, è un processo circolare. Se si tiene conto della sfera affettiva migliorerà l'apprendimento, se il bambino sarà in grado di apprendere potrà sciogliere dei nodi che bloccavano la propria sfera emotiva: attraverso l'apprendimento il bambino imparerà a controllare le proprie emozioni e a incanalare le proprie angosce.

13/04/17

Le azalee, un dono a mia mamma

Le azalee sono state davvero splendide e continuano ad esserlo; le ho piantate solo questa primavera e hanno cominciato a fiorire quasi subito, e l'angolo riparato in cui si trovano è come se fosse riempito di tramonti imprigionati e perpetui. Arancio, rosa in ogni delicata sfumatura... che cosa saranno l'anno prossimo e negli anni successivi quando i cespugli diventeranno più grossi posso immaginarlo dal modo in cui si sono affacciate alla vita.
Elizabeth von Arnim, Il giardino di Elizabeth 


Le azalee sono fiori delicati e pieni di vita. Curarli nel tempo è seguire i loro passi, intuire i momenti che soffrono (quando sono troppo al sole, quando sono troppo o poco bagnate, quando hanno bisogno di terra o di nutrimento). 
Le mie vivono in vaso e sono quindi ancora più fragili, ma alcune sono entrate nella mia casa quando c'era mia mamma che le adorava. Gliele regalavo sempre una ogni primavera e oggi sono sopravvissute a lei e di lei mi parlano. 
Continuo a regalargliele ogni anno, non so perché, ma la tradizione continua. E' una delle poche abitudini che conservo nel mio cuore. Per il resto il mio mondo è sempre in cambiamento.

12/04/17

LA POESIA di Pablo Neruda


Accadde in quell'età... La poesia 
venne a cercarmi. Non so da dove 
sia uscita, da inverno o fiume. 
Non so come né quando, 
no, non erano voci, non erano 
parole né silenzio, 
ma da una strada mi chiamava, 
dai rami della notte, 
bruscamente fra gli altri, 
fra violente fiamme 
o ritornando solo, 
era lì senza volto 
e mi toccava. 
Non sapevo che dire, la mia bocca 
non sapeva nominare, 
i miei occhi erano ciechi, 
e qualcosa batteva nel mio cuore, 
febbre o ali perdute, 
e mi feci da solo, 
decifrando 
quella bruciatura, 
e scrissi la prima riga incerta, 
vaga, senza corpo, pura 
sciocchezza, 
pura saggezza 
di chi non sa nulla, 
e vidi all'improvviso 
il cielo 
sgranato 
e aperto, 
pianeti, 
piantagioni palpitanti, 
ombra ferita, 
crivellata 
da frecce, fuoco e fiori, 
la notte travolgente, l'universo. 
Ed io, minimo essere, 
ebbro del grande vuoto 
costellato, 
a somiglianza, a immagine 
del mistero, 
mi sentii parte pura 
dell'abisso, 
ruotai con le stelle, 
il mio cuore si sparpagliò nel vento.

Pablo Neruda, da La poesia, in Memoriale di Isla Negra (1964)

I cani sono persone con più pelo (Elliot Erwitt)



Facevo la mia solita passeggiata mattutina quando un cane e la sua padrona hanno attirato la mia attenzione. Il cane (presumibilmente un cucciolone di taglia medio-piccola) era in braccio alla padrona e si era arrampicato sulla sua spalla e, mentre lei con l’altra mano era impegnata a parlare al cellulare, lui (o lei, non so) gli tirava con i suoi dentini i capelli e poi glieli leccava con un certo accanimento. Una scena davvero divertente di ordinaria quotidianità.

I cani in questo ultimo periodo si sono moltiplicati, sono gli animali che più fanno compagnia all'uomo e quindi non c'è da stupirsi in un periodo in cui forse tutti ci sentiamo troppo soli. Io stessa li adoro anche se attualmente con me non ne vive nessuno. Mi limito a godermi quelli degli altri.

Mi sono venute in mente le fotografie di Elliot Erwitt di cani di diversa razza ritratti in situazioni strane e persino buffe. Fotografie davvero eccezionali e spesso divertenti,

La passione del grande fotografo per i cani trova le sue radici nella sua adolescenza
 La mia passione per i cani è esclusivamente di natura emotiva. L'idillio è iniziato verso la metà degli anni '40, quando ero un adolescente solitario e vivevo a Hollywood; adottai allora un bastardo male in arnese e piuttosto bruttino, ma straordinariamente intelligente e sensibile, affetto da cimurro all'ultimo stadio. Il buon vecchio Terry riuscì a guarire dopo le intense cure del veterinario locale intervenuto su mia insistenza, ma forse un colpo di grazia sarebbe stato più opportuno. Il suo aspetto peggiorò ulteriormente nel corso della convalescenza, ma la sua intelligenza e sensibilità si svilupparono.

e spesso, come confida lui stesso, scattava foto ai cagnolotti perché semplicemente gli piacevano. Scrive in Vita da cani:

Molti dei cani raffigurati mi avevano incuriosito per la sitazione insolita, altri erano riusciti particolarmente bene le fotografie dalla composizione impeccabile e altri ancora sembravano trascendere il loro fascino scontato e spontaneo per divenire allegoria della condizione umana.

Non mi vengono in mente altri animali più vicini a noi in termini di cuore, sentimento e lealtà. Alcuni pensano che gli elefanti ci assomiglino. Io li trovo troppo grandi, fieri e inaccessibili.


Erwitt ha raccolto nel suo archivio un numero enorme di scatti di cani e ne ha fatto dei libri.


Il fotografo scatta le sue foto ponendo il suo obiettivo ad altezza di cane, lasciando vedere solo le gambe e i piedi dei suoi accompagnatori. Non viene mai quasi mai inquadrato il volto dei padroni dei cani, ma ci si accorge che lo sguardo bonariamente ironico del fotografo non è diretto agli animali, ma all'uomo.


I cani, animali, infatti, fanno un po’ da specchio a chi li possiede e, essendo gli animali domestici per eccellenza, che più di tutti si adeguano allo stile di vita umano, metteno in evidenza in modo inconsapevole le  manie dell'uomo.

“Si tratta di reagire a ciò che si vede, senza preconcetti – afferma – si possono trovare immagini da fotografare ovunque, basta semplicemente notare le cose e la loro disposizione, interessarsi a ciò che ci circonda e occuparsi dell’umanità e della commedia umana”.
Bisogna per Elwitt “saper aspettare il momento giusto”, ma spesso occorre “provocare” il caso. Nella foto famosissima scattata nel 1983 a Parigi in cui si vede un Jackrussel sospeso da terra, mentre salta a fianco del suo accompagnatore, Erwitt ha dichiarato che “per far saltare il cane mi sono messo ad abbaiare!”

“Abbaio ai cani. Ecco perché il cagnolino, in una delle mie fotografie, è saltato. Una volta a Kyoto camminavo dietro ad una signora che portava a passeggio un cane dall'aspetto interessante. Solo per vedere cosa sarebbe successo, abbaiai. La signora tirò immediatamente un calcio al cane sconcertato. Si vede che abbaiavamo allo stesso modo”.
Altre volte l’unica soluzione è stata quella di armarsi di pazienza: “questo è fotografare: aspettare che le cose accadano”.


Questa foto è in linea con lo spirito umoristico di Erwitt: sui gradini della sua casa di New York, nel 2000, stanno seduti un vicino di casa del fotografo assieme ai suoi due piccoli bulldog. Erwitt coglie il momento in cui uno dei due cani si siede sopra al padrone, coprendogli la faccia e sostituendola col suo muso. Ne risulta quindi l'impressione di una figura unica con corpo di uomo e testa di cane. 
“I cani sono persone con più pelo, sono il più grande spettacolo del mondo. E non si paga nemmeno il biglietto”.

08/04/17

Preambolo alle istruzioni per ricaricare l'orologio

Pensa a questo: quando ti regalano un orologio ti regalano un piccolo inferno fiorito, una catena di rose, una cella d’aria.
Non ti danno soltanto un orologio, tanti auguri e speriamo che ti duri perché è di buona marca, svizzero con un’ancora di rubini; non ti regalano solamente questo piccolo scalpellino che ti legherai al polso e che passeggerà insieme a te.
Ti regalano – non lo sanno, la cosa terribile è che non lo sanno –, ti regalano un nuovo pezzo di te stesso, un pezzo fragile e precario, qualcosa che è tuo ma non è il tuo corpo, che devi legarti al corpo con il cinturino come un braccio disperato appeso al polso.
Ti regalano la necessità di caricarlo tutti i giorni, l’obbligo di caricarlo perché continui a essere un orologio; ti regalano l’ossessione di aspettare l’ora esatta nelle vetrine delle gioiellerie, agli annunci radiofonici, al servizio telefonico.
Ti regalano la paura di perderlo, che te lo rubino, che cada a terra e si rompa. Ti regalano la sua marca, e la sicurezza che è una marca migliore delle altre, ti regalano la tendenza a paragonare il tuo orologio con gli altri orologi.
Non ti regalano un orologio, sei tu il regalo, è te che regalano per il compleanno dell’orologio.
Mini-racconto tratto da Historias de Cronopios y de Famas di Julio Cortázar

06/04/17

Il mestiere delle parole di Virginia Woolf

Il potere di suggestione è una delle proprietà più misteriose che hanno le parole. Chiunque abbia mai scritto una frase deve essere cosciente, o almeno in parte cosciente, di questo. Le parole sono per loro stessa natura piene di echi, di ricordi, di associazioni.
Non si può usare una parola nuovissima in una lingua antica per il fatto ovvio e al tempo stesso misterioso che una parola non è una singola entità separata, ma appartiene ad altre parole. Non è ancora una parola finché non entra a far parte di una frase.
Associare parole nuove a parole vecchie è sempre fatale nella costruzione di una frase. Per usare parole nuove in modo appropriato bisognerebbe inventare una lingua nuova. Come si possono organizzare parole antiche in nuovo ordine in modo da farle sopravvivere, in modo che producano bellezza e dicano la verità? Questo è il vero problema.
Pensate cosa significherebbe sapere insegnare, e quindi potere imparare l’arte dello scrivere. In questo modo ogni libro, ogni quotidiano direbbe la verità, e sarebbe capace di riprodurre la bellezza. Ma sembra che ci siano degli ostacoli su questa strada, e non pochi impacci nell'insegnare parole. Perché, anche se in questo momento un centinaio di professori stanno tenendo conferenze sulla letteratura del passato, e almeno un centinaio di critici recensiscono letteratura contemporanea,  e centinaia e centinaia di giovani, uomini e donne, stanno superando esami di letteratura inglese col massimo dei voti, credete che questo basti a farci scrivere meglio, oppure a farci leggere e scrivere meglio di quanto si facesse quattrocento anni fa, quando non c’era nessuno che facesse conferenze, né critiche, né lezioni?
Certo, possiamo sempre prendere le parole, suddividerle e metterle in ordine alfabetico nei dizionari. Ma le parole non vivono nei dizionari; vivono nella mente. Se ne volete una prova, pensate a quante volte, nei momenti di maggiore emozione, vi capita di non trovarne nessuna quando di più ne avreste bisogno. Eppure il dizionario esiste; è lì, a vostra disposizione, ci sono mezzo milione di parole tutte in ordine alfabetico. Ma potete davvero usarle? No, perché le parole non vivono nei dizionari, vivono nella mente. La questione è solo di trovare le parole giuste e di metterle nell'ordine giusto. Ma non possiamo farlo perché esse non vivono nei dizionari, ma nella mente. E come vivono nella mente? Nei modi più strani e svariati, non molto diversamente dagli esseri umani; vagando qua e là, innamorandosi e accoppiandosi. È indubbio che siano molto meno limitate di noi dalle convenzioni e dai cerimoniali. Parole regali possono permettersi di accoppiarsi con le più comuni. Parole inglesi sposano parole francesi, tedesche, indiane, e di colore se gli salta in mente di farlo. 
Di fatto, quantomeno indaghiamo nel passato della nostra cara madrelingua inglese, tanto meglio sarà per la reputazione di quella Signora. Perché è diventata una di quelle donne che passano di continuo da una persona all'altra. Per questo, imporre regole a tali impenitenti vagabonde è del tutto inutile. Al massimo possiamo dire di loro che sembrano preferire la gente che sente e pensa prima di usarle, ma non deve essere gente che sente e pensa a loro, ma a qualcosa di diverso. Perché sono molto sensibili, e si sentono facilmente a disagio. Non amano che si discuta della loro purezza o della loro impurità.
Le parole sono anche molto democratiche; pensano che una parola sia buona come un’altra; che le parole rozze valgano quanto quelle educate; che quelle incolte siano uguali a quelle colte, non esistono classi o titoli di merito nella loro società. E non amano essere sollevate in punta di penna ed esaminate una per una. Restano sempre unite in frasi, in paragrafi, e a volte per intere pagine di fila. Odiano essere utili; odiano dover far soldi; odiano andare in giro a tenere conferenze. In breve, odiano qualsiasi cosa che imponga loro un unico significato, o che le immobilizzi in un’unica posa, perché cambiare fa parte della loro natura. 
E forse è proprio questa la loro caratteristica più sorprendente: il loro bisogno di cambiare. Perché la verità che cercano di affermare ha tante facce; e proprio perché loro stesse sono molto sfaccettate riescono a comunicarla, illuminando ora un volto, ora un altro. Per questo possono significare una cosa per una persona, un’altra cosa per un’altra. Ed è proprio grazie a questa loro complessità che esse sopravvivono. Allora, forse, uno dei motivi per cui oggi non abbiamo grandi poeti, grandi romanzieri o grandi critici è che neghiamo alle parole la loro libertà. Le inchiodiamo a un unico significato, al loro significato utile; a quello che ci fa prendere un treno e superare gli esami. E quando le parole vengono inchiodate a un unico significato, ripiegano le loro ali e muoiono. Senza dubbio a loro fa piacere che noi sentiamo e pensiamo prima di usarle; ma vogliono anche che ci concediamo una pausa; che diventiamo incoscienti. Il nostro inconscio è la loro privacy; la nostra ombra è la loro luce.
«Craftsmanship», Listener, 5 maggio 1937

05/04/17

Fuori da ogni etichetta

«Dal momento in cui oltrepassa il muro dell'internamento, il malato entra in una nuova dimensione di vuoto emozionale (risultato della malattia che Burton chiama "institutional neurosis" e che chiamerei semplicemente istituzionalizzazione); viene immesso, cioè, in uno spazio che, originariamente nato per renderlo inoffensivo ed insieme curarlo, appare in pratica come un luogo paradossalmente costruito per il completo annientamento della sua individualità, come luogo della sua totale oggettivazione.
Se la malattia mentale è, alla sua stessa origine, perdita dell'individualità, della libertà, nel manicomio il malato non trova altro che il luogo dove sarà definitivamente perduto, reso oggetto della malattia e del ritmo dell'internamento. 
L'assenza di ogni progetto, la perdita del futuro, l'essere costantemente in balia degli altri senza la minima spinta personale, l'aver scandita e organizzata la propria giornata su tempi dettati solo da esigenze organizzative che – proprio in quanto tali – non possono tenere conto del singolo individuo e delle particolari circostanze di ognuno: questo è lo schema istituzionalizzante su cui si articola la vita dell'asilo.»
Franco Basaglia in La distruzione dell'ospedale psichiatrico, 196
Non è lontano il tempo in cui molti individui vivevano in manicomi che erano vere e proprie istituzioni totali, reclusi dentro mura invalicabili perché ritenuti "pericolosi socialmente".
Non persone bisognose di attenzioni e di cure, ma di essere isolate perché possono nuocere agli altri. E' così che si risponde ancora adesso, purtroppo, a chi "in-quieta" la nostra vita che non deve essere troppo turbata da eventi che escono dall'ordinario, da una routine di comodo che ci fa vivere come dentro la bambagia. Rassicurante certo, ma lontano dalla vita vera. 
C'è sempre più o meno manifesta quel gioco di inclusione ed esclusione che permea tutta la nostra società: qualcuno è dentro, qualcuno deve stare fuori e quasi mai ci si mette nei panni di chi si sente escluso, di chi è oggetto di un rifiuto sociale.
Oggi è difficile che qualcuno difenda delle istituzione manicomiali intesa come istituzione di contenimento, ma si cercano altre forme che colpiscano meno l'immaginario collettivo, ma che non per questo non possono essere emarginanti.
La medicalizzazione di ogni tipo di diversità sta andando, invece, avanti e non si sa dove possa arrivare se non c'è qualcuno che vi ponga un argine, che la controlli e, se necessario, la contrasti.
La velocità con cui a una situazione particolare viene affibbiata un'etichetta è molto veloce, e dall'etichetta passare allo "stigma" il passo non è poi così lungo.
Le parole, le denominazioni hanno un peso ed una volta usate rimangono appiccicate addosso alle persone che ne sono oggetto. Quando un uomo perde il proprio nome per diventare l'etichetta che lo definisce, perde la sua soggettività per diventare un oggetto osservato, studiato, persino aiutato, ma come oggetto e non come persona.

In ogni persona abita la vita che si manifesta in forme varie, a volte la persona può essere in crisi, sofferente, bisognosa di aiuto, ma vuole continuare ad essere considerata una persona e non un oggetto da esaminare. E come tale vuole partecipare alla sua cura, non essere alienato dal proprio corpo e dalla propria mente qualunque essa sia.
Foto di Gianni Buttarini
«E' nel silenzio di questi sguardi che egli si sente posseduto, perduto nel suo corpo, alienato, ristretto nelle sue strutture temporali, impedito di ogni coscienza intenzionale.
Egli non ha più in sé alcun intervallo: non c'è distanza fra lui e lo sguardo d'altri, egli è oggetto per altri tanto da arrivare ad essere una composizione a più piani di sé, posseduto dall'altro "in tutti i piani possibili del suo volto e in tutte le possibili immagini che di volta in volta possono derivare dai vari atteggiamenti che si possono cogliere".
Il corpo perché sia vissuto è dunque nella relazione di una particolare distanza dagli altri, distanza che può essere annullata o aumentata a seconda della nostra capacità di opporsi. Noi desideriamo che il nostro corpo sia rispettato; tracciamo dei limiti che corrispondono alle nostre esigenze, costruiamo un'abitazione al nostro corpo.»
Franco Basaglia in Corpo, sguardo e silenzio, 1965
Chi si diventa quando si subisce in qualsiasi forma questo processo di alienazione, di esproprio della propria persona? Parliamo di fenomeni ai limiti come sono state e in alcuni luoghi sono ancora le istituzioni totali come i manicomi, come i lager, come gli istituti che raccolgono bambini abbandonati o di famiglia indigente, ma questo processo può partire da lontano e pian piano allargarsi o essere già sotto i nostri occhi. Quando il processo è arrivato a compimento, noi non lo vediamo perché non vogliamo più vederlo. Perché vederlo vuol dire agire come hanno agito e agiscono tutti quelli che lo rifiutano e oppongono il proprio no, forte e chiaro.  

"Se esiste il manicomio, l'etichetta coincide con l'entrata in manicomio; se entri lo stigma è immediato" - dice Pier Aldo Rovatti, non ci sono dubbi. "Ma - continua il filosofo - anche quando distruggiamo il manicomio permane il problema della velocità dell'etichetta, nell'individuo, nella società, i ognuno di noi (sesso, età, colore della pelle, cultura)."

Ed allora il problema è uscire dell'etichetta per relazionarsi alle persone così come sono e dare avvio all'avventura dell'incontro e sospendere il giudizio.
Dobbiamo essere vigili e non confondere ciò che davvero promuove la vita dei più deboli e la sollecita, da altri interventi che si appellano al buon cuore e ad una generica solidarietà e che però tendono a "separare" invece che "integrare". Dobbiamo comprendere, come dice il premio Nobel Imre Kertész "la relazione fondamentale tra la nostra deforme vita civile e privata e la possibilità dell’Olocausto, che estrania una volta per tutte l’Olocausto dalla natura umana e si impegna a escluderlo dalla cerchia delle esperienze umane".  E gli eventi di questi ultimi anni ne sono purtroppo una prova.

03/04/17

La forza di attrazione dell'acqua

La forza di attrazione che l'acqua esercita sugli uomini è di indole naturale e simpatetica. [...]
La contemplazione dell'acqua significa per me di gran lunga la più immediata e la più efficace specie di piacere naturale, anzi, la vera concentrazione, il vero oblio di se stesso, il giusto riscatto nell'universale della propria esistenza limitata, mi è concesso solo contemplando l'acqua.
Quella del mare può trasportarmi in uno stato di tale profondo delirio organico, di tale assenza da me stesso, che perdo ogni sensazione del tempo e la noia diventa un concetto futile, poiché le ore trascorrono, in una simile unione e compagnia, come minuti.
Thomas Mann, Tonio Kröger