28/05/17

Lasciare un segno positivo, un semplice buon ricordo

…anni e anni di vita rappresentano un lungo periodo e tante vicende, se ognuno scrivesse la propria vita, che grande biblioteca, dovremmo portare i libri sulla luna, e quando volessimo sapere chi è stato Tizio, dovremmo andare nello spazio per scoprire quel mondo, non la luna, ma la vita. 
Josè Saramago, L'amore possibile
La scuola è come la luna di cui parla Saramago, dentro di essa scorre la vita di centinaia e centinaia di bambini e di ragazzi.  Quante storie ci passano davanti, quante esperienze possiamo trarre nell'accompagnare la loro crescita! 

Possiamo dare un contributo positivo o negativo, possiamo diventare un buon ricordo o qualcosa da dimenticare o peggio ricordare con risentimento. Sta a noi scegliere. 
Non possiamo cambiare nessuno né renderlo felice né salvarlo, pensare questo è come soffrire di “deliri di onnipotenza”, ma una cosa possiamo fare: lasciare un segno positivo, un semplice buon ricordo. Di ricordi sono fatti i mattoni che costituiscono la nostra identità, che costruiscono o distruggono la nostra serenità; i segni positivi che vengono lasciati aiutano a guardare con più tranquillità le difficoltà che incontriamo ogni giorno.

Non dovremmo rimanere indifferenti di fronte al dolore di un bambino, o rinchiudere dentro la gabbia della vuota retorica la nostra commozione. Dovremmo lasciarci turbare, perché dal turbamento emotivo nasce il risveglio etico, la vigilanza, l’attenzione, recuperiamo il senso di responsabilità. 

Siamo responsabili. Non dobbiamo temere le conseguenze di questa responsabilità.

Il male è banale, dice Hanna Arendt. Cosa ci impedisce di cadere nella banalità?  Fermarci a pensare.
L’esperienza vera è ciò che viene dopo il nostro agire, è ciò che la nostra mente rielabora e, per poter rielaborare, devo ripensare a cosa ho fatto, quando, come l’ho vissuto, quali sono state le risposte dell’altro al mio agire. La spontaneità nel rapporto è fondamentale, ma è altrettanto fondamentale capire dove si è sbagliato o fallito, quali altre strade potrei percorrere per raggiungere l’altro. 
Non importa se si sbaglia, è utile, importante riconoscere l’errore, ammetterlo e cercare di correggerlo. 

A volte i problemi sembrano insolubili, dobbiamo continuare a interrogarci: possiamo non riuscire, ma ugualmente non smettiamo di provare.
Del resto Mika un personaggio extraterreste del libro "C'è nessuno" di Jostein Gardner spiega al suo amico terrestre Joachin che non ci si inchina mai di fronte ad una riposta e a Joachin che gli chiede il perché risponde: "Una risposta è il tratto di strada che ti sei lasciato alle spalle. Solo una domanda può puntare oltre"

"Ogni giorno vengo a scuola volentieri – ha detto una volta un ragazzo – perché so che imparerò qualcosa di nuovo che ancora non so".


15/05/17

Quando la situazione ci prescrive un sentimento

Tutti abbiamo senz'altro sperimentato quella spiacevole sensazione che ci assale alle stazioni ferroviarie. Dobbiamo accomiatarci da qualcuno. La persona cui dobbiamo dare l’addio è già salita sul treno, ma il treno non si decide a partire. Si sta lì, uno sulla piattaforma e l’altro al finestrino, e si cerca di conversare, e improvvisamente non c’è più una sola parola da dirsi. 
Naturalmente dipende dal fatto che tutto d’un tratto non possiamo più sentire quello che vogliamo. La situazione ci prescrive un sentimento. E chi non ha provato quell'enorme sollievo quando il treno finalmente si muove? 
Oppure i funerali. Quando qualcuno muore, o si ammala, quando sopravvengono delle delusioni, allora ci si aspetta da noi che proviamo determinati sentimenti. In tutte quelle situazioni, eccetto quelle più quotidiane e neutrali, siamo sottoposti a una pressione su come dobbiamo comportarci, su come ci dobbiamo sentire. E a voler guardare più da vicino, si scopre non di rado che sono romanzi, film o drammi visti o letti qualche volta a prescriverci quei ruoli. 
Quando nella realtà ci confrontiamo con situazioni insolite (per esempio, che rivalità che ci eravamo aspettati svaniscono e si tramutano invece in un amore che ci lascia soli) la prima cosa a cui ci aggrappiamo sono proprio quei modelli sentimentali da romanzo. Ma non ci danno molto sostegno. Ci lasciano più soli di prima, e violentemente precipitiamo nella realtà.
Lars Gustafsson, Morte di un apicultore

11/05/17

Un bambino non si definisce

Illustrazione di Jmmy Liao

Un bambino non si definisce. I bambini non possono essere definiti. Ognuno ha una sua storia. Ognuno ha un suo bagaglio di vissuti, ognuno sa qualcosa e non sa qualcosa d'altro, ognuno ha il suo carattere.
Qualcuno sa relazionarsi agli altri, qualcun altro è timido, scontroso, impaurito.
Qualcuno piace, qualcun altro non sa come piacere.

Ogni bambino è unico.

Un bambino non si definisce. E' qualcosa, ma è anche qualcos'altro e altro ancora...

Un bambino non ama sentirsi dire: sei il solito disordinato, non concludi mai niente, sei maleducato...
Ma non ama neanche sentirsi dire: sei è bello, intelligente...
Ogni definizione imprigiona dentro un "personaggio" buono o cattivo che sia. E il bambino non vuole che lo si rinchiuda in una gabbia. Lui è in movimento, sta esplorando il mondo, e in questo mondo sta sperimentando se stesso.

Se di un bambino si dice che è bugiardo, perché allora dire la verità che esigiamo da lui?
Se è svogliato, inconcludente e distratto, come può pensare di riuscire a concentrarsi su qualcosa troppo difficile per lui?
Se è, invece, un bambino intelligente, capace, cosa succederà il giorno che sbaglierà, che non sarà all'altezza di quello che pensano di lui?

Le parole sono importanti per chi le ascolta e per chi le pronuncia, forgiano il nostro pensiero, ci abituano ad essere aperti o a chiuderci in una gabbia le cui sbarre sono i pregiudizi, le parole ci mettono in movimento e ci abituano a credere che il cambiamento è possibile oppure ci raccontano che tutto è già stato scritto, che uno è fatto così e non può cambiare.

Ed allora, se proprio lo vogliamo, forse è meglio dire che quel bambino, quel ragazzo ha avuto un comportamento antipatico e non che è antipatico, o che ha fatto un bel lavoro, non che è proprio bravo e che ci aspettiamo che non sbagli mai.

E noi adulti forse faremmo meglio ad ammettere che non sappiamo cosa fare, piuttosto che dire che non c'è nulla da fare.
Forse faremmo meglio ad ammettere le sconfitte, e provare e riprovare ancora.

E noi adulti forse sarebbe meglio che imparassimo a parlarci, ad ascoltarci e a non giudicarci, a creare un mondo dove la domanda ha più valore della risposta e dove chiedere aiuto non vuol dire sentirsi dei falliti.

La fragilità non è una malattia, ci costituisce, ci rende unici e veri, ci rende umili e attenti, ci aiuta a creare una realtà dove "prendersi cura" dell'altro e di sé, diventa il nostro modo di essere e di stare al mondo, un mondo che abbiamo voglia di esplorare, senza fretta, senza secondi fini, solo con l'intenzione di conoscerlo, di scoprirlo, di ampliare i nostri orizzonti, un mondo in cui i nostri bambini possano diventare quello che sono e non quello che noi vorremmo che fossero.

10/05/17

Cerca di accettarti così come se

Cerca di accettarti così come sei.
Non cambiare per piacere agli altri.
Chi ti ama accarezzerà le tue insicurezze.
Chi vorrà starti accanto si accoccolerà tra le pieghe della tua anima.
Sii te stesso sempre.
Fatti un dono vero.
Resta come sei.

Alda Merini


09/05/17

Un padre, un figlio

Quando si svegliava in mezzo ai boschi nel buio e nel freddo della notte allungava la mano per toccare il bambino che gli dormiva accanto. Notti più buie del buio e giorni uno più grigio di quello appena passato. Come l’inizio di un freddo glaucoma che offuscava il mondo. La sua mano si alzava e si abbassava a ogni prezioso respiro. Si tolse di dosso il telo di plastica, si tirò su avvolto nei vestiti e nelle coperte puzzolenti e guardò verso est in cerca di luce ma non ce n’era. Nel sogno da cui si era svegliato vagava in una caverna con il bambino che lo guidava tenendolo per mano. Il fascio di luce della torcia danzava sulle pareti umide piene di concrezioni calcaree. Come viandanti di una favola inghiottiti e persi nelle viscere di una bestia di granito”.
Cormac McCarthy, La strada
Parole tratte dal bellissimo libro di  Cormac McCarthy, La strada, un libro che racconta di un mondo verso cui a volte sembra di andare, se non  si cambia strada. Quindi un monito, un messaggio che dobbiamo imparare a cogliere. Un messaggio semplice: solo l'amore può salvarci e ridonarci il senso della vita.
Del libro ne ho parlato qui

07/05/17

Ti auguro Tempo di Elli Michler


Ti auguro Tempo
di Elli Michler

Non ti auguro un dono qualsiasi,
ti auguro soltanto quello che i più non hanno.
ti auguro tempo, per divertirti e per ridere;
se lo impiegherai bene, potrai ricavarne qualcosa.

Ti auguro tempo, per il tuo fare e il tuo pensare, non
solo per te stesso,ma anche per donarlo agli altri.
ti auguro tempo, non per affrettarti a correre,
ma tempo per essere contento.

Ti auguro tempo, non soltanto per trascorrerlo,
ti auguro tempo perché te ne resti:
tempo per stupirti e tempo per fidarti
e non soltanto per guardarlo sull'orologio.

Ti auguro tempo per toccare le stelle
e tempo per crescere, per maturare.

Ti auguro tempo per sperare nuovamente e per amare.
Non ha più senso rimandare.

Ti auguro tempo per trovare te stesso,
per vivere ogni tuo giorno , ogni tua ora come un dono.

Ti auguro tempo anche per perdonare.

Ti auguro di avere tempo,
tempo per la vita.

Scrivere e imparare per difenderci dalle possibili nuove forme di fascismo

Scrivo per vendetta. Non per giustizia, non per santità, non per gloria: ma per vendetta. Tuttavia, dentro di me, sento questa vendetta come giusta, santa, gloriosa. Mia madre sapeva scrivere solo il suo nome e cognome. Mio padre, poco di più. Nel paese dove sono nato, i contadini analfabeti firmavano con una croce. Quando ricevevano una lettera dal Municipio, dall'esercito, dai carabinieri (nessun altro scriveva ai contadini), si spaventavano e andavano a farsi spiegare la lettera dal prete.
Li ho visti passare molte volte, ero un ragazzo. Da allora ho sentito la scrittura come uno «strumento del potere», e ho sempre sognato di passare dall'altra parte, impossessarmi della scrittura, ma per usarla in favore di coloro che non la conoscevano: per realizzare le loro vendette.
Ferdinando Camon, Da “Libération”, numero speciale,15 marzo 1985
Ferdinando Camon è nato nel 1935 in una frazione del  comune di Urbana in provincia di Padova, Camon.  Vive presto la II guerra mondiale e i bombardamenti, i rastrellamenti asciano ferite profonde nella sua memoria di bambino costretto. Un ricordo che non lo lascerà mai è la morte di un suo parente. Camon saliva spesso su un grande olmo nella campagna paterna per osservare le battaglie aeree tra tedeschi e americani e la cattura dei partigiani da parte delle SS: «fu così che vide un suo parente, membro di una squadra della brigata partigiana Garibaldi, mentre si arrendeva in un campo di frumento incendiato: aveva la pancia segata da una raffica, dalla ferita uscivano le viscere, e lui se le reggeva con le mani». Questo episodio, così drammatico e terrificante, verrà ripreso nei suoi libri. Camon non dimenticherà mai questi temi, che lo tormenteranno sempre. 

La scrittura, quindi, come vendetta, per usarla come arma a favore di chi non può difendersi da solo. 

B. Brecht sollecita ad imparare, perché solo così puoi difenderti, lottare contro le ingiustizie. Un bel punto di vista che forse oggi viene dimenticato: 

Impara quel che è più semplice!

Per quelli il cui tempo è venuto
non è mai troppo tardi!
Impara l’abc; non basta, ma
imparalo! E non ti venga a noia!
Comincia! devi sapere tutto, tu!
Tu devi prendere il potere.

Impara, uomo all’ospizio!
Impara, uomo in prigione!
Impara, donna in cucina!
Impara, sessantenne!
Tu devi prendere il potere.

Frequenta la scuola, senzatetto!
Acquista il sapere, tu che hai freddo!
Affamato, afferra il libro: è un’arma.
Tu devi prendere il potere.

Non avere paura di chiedere, compagno!
Non lasciarti influenzare,
verifica tu stesso!
Quel che non sai tu stesso,
non lo saprai.

Controlla il conto,
sei tu che lo devi pagare.
Punta il dito su ogni voce,
chiedi: e questo, perché?
Tu devi prendere il potere.

[Bertolt Brecht 1933]

Questa poesia di Brecht e del 1933 e in Germania al potere c’era Adolf Hitler, nominato cancelliere il 29 gennaio di quell'anno. Quel giorno segnava l'inizio della fine della libertà di stampa: il 10 maggio a Berlino i nazisti bruciarono 20.000 libri di autori non graditi al regime. I testi di molti autori stranieri e di tutti gli autori ebrei furono bruciati in enormi falò in tutte le grandi città.

Oggi nella  Bebelplaz a Berlino  c’è un bellissimo memorial  sprofondato nel mezzo della piazza. Scaffali vuoti ricoperti da un vetro in superficie  e vicino c’è una citazione di Heinrich  Heine: “Das war ein Vorspiel. Nur dort wo man Bücher verbrennt,verbrennt man am ende auch Menschen” (Questo fu solo un preludio: dove i libri bruciano, la gente alla fine brucerà)

Forse oggi nessuno brucerà più i libri, ma la cultura diventa pian piano sempre meno di qualità. Credo che tutti noi dovremmo mantenere il desiderio di imparare, di apprendere per aprirci alle domande, per impedire che vadano al potere uomini che sanno manipolare la gente svuotando ogni discorso veramente democratico. Scrivere e imparare quindi per difendersi dalle possibili nuove forme di fascismo.

04/05/17

Imparare a scrivere, imparare davvero... Una testimonianza


Bisogna farli parlare, farli scrivere i ragazzi. Ma devono scoprire la scrittura come un mezzo per esprimersi. All'inizio forse alcuni fanno errori, le loro frasi sono confuse e sconnesse, scrivono così come sanno o hanno imparato.  Di errori ne fanno tanti, correggerli senza una strategia didattica più complessiva è certo possibile, ma il rischio è che imparino solo quelli che hanno sempre imparato, cioè un numero selezionato di alunni. Esattamente come capitava nella scuola di una volta, che non si poneva il problema di insegnare a tutti, ma di portare avanti solo i "migliori". Una scuola selettiva, insomma, si partiva in 28 alla scuola media e si finiva in terza in molti, molti meno. Quelli che rimanevano certo erano pronti per le superiori. E la selezione continuava portando i rimasti ben preparati all'università.

Ma la vera scommessa della scuola di oggi, della scuola dell'obbligo, sono proprio gli altri, quelli che "non hanno voglia di studiare",  "quelli che poverini, non ce la fanno proprio", "quelli che rallentano il ritmo". Sono anche loro "vuoti a perdere", ragazzi e bambini che "devono togliere il disturbo"?
Su questi ragazzi negli anni 70 si è lavorato molto, si sono ottenuti molti risultati e commessi anche molti errori. Bisognerebbe avere il coraggio di sedersi intorno ad un tavolo, e tornare alla ricerca iniziata con don Milani, Lodi, Ciari, Freinet, Rodari e tanti altri meno conosciuti, ma ugualmente attivi e preparati. Maestri con la M maiuscola che si sono messi in gioco ed hanno lavorato a "tempo pieno" per rompere quella catena selettiva che metteva ai margini tanti, troppi e aveva voglia di far nascere un'altra scuola, una scuola che fosse veramente democratica. Una pedagogia, un pensiero che cresceva dall'esperienza e dalla passione.

Basaglia ha detto che "la storia della psichiatria è la storia degli psichiatri, non la storia dei malati", e parafrasandolo questo grande psichiatra, non c'è una storia della scuola vista anche con gli occhi degli studenti. Don Milani che ha provato a raccontarla insieme ai suoi alunni, oggi viene da molti illustri pedagoghi addirittura accusato di essere lui la causa del malessere della scuola: non i ministri, non i cattivi maestri, non la nostra inadeguatezza. Lui, soltanto lui. Una storia tanto assurda che alla fine si commenta da sola.

Dicevo all'inizio che bisogna farli parlare e scrivere i ragazzi, bisogna ascoltarli e riestiture dignità  ad ognuno di loro, perché ognuno di loro è portatore di storie, valori a cui forse diamo molto poco spazio, perché non ci regalano il tempo per farlo in molti casi, o in altri non ne abbiamo interesse. Ogni storia ha la sua ricchezza, anche quando è fatta di dolore e di sofferenza. R. è un alunno della ex Jugoslavia, emigrato nel periodo della guerra. Un ragazzo chiuso, ma con una grande sensibilità che mi chiedeva spesso di essere lasciato solo a pensare. Nel tempo ha imparato a raccontare la sua storia e lo ha fatto con una passione sempre più crescente. Poi pian piano mi ha chiesto aiuto, voleva rendere bene quello che voleva dire, perché gli altri capissero. Ed ha scritto, scritto, scritto. Ed io allora ho potuto correggerlo, correggerlo e correggerlo facendo attenzione a rispettare i suoi tempi e soprattutto il suo pensiero.
Questo è uno degli ultimi lavori che mi ha lasciato:
In quel buio specchio che è la coscienza vedo un bambino pieno di rabbia e rancore, che nel tempo ho domato, quasi represso nascosto nell'animo, questo bimbo mi parla delle sue sofferenze: nascere nella guerra e vivere nella paura di morire, arrivare in un paese straniero, imparare la lingua senza dimenticare la lingua natale, lo slavo, fa nascere una rabbia che ti colpisce dentro.
Piccole offese, disattenzioni, indifferenze e odi, forse involontari, ma che lasciano il segno nel cuore, prevalgono anche se hai un animo buono, ti fanno diventare nervoso e sentire incompreso. Alle elementari cercavo di conquistare gli amici con gli oggetti-simbolo per attirare la loro attenzione, ma mi sentivo solo e la rabbia aumentava dentro di me.
Finalmente sono arrivato alle medie dove mi bastava parlare per essere ascoltato e spiegare per essere capito. La mia rabbia è diventata energia, ho cominciato a vedere finalmente la vera persona che ero ed ancora sono. Sono un ragazzo sentimentalmente esperto sulle sofferenze altrui, un ragazzo che vorrebbe condividere il piacere di essere se stesso, un ragazzo come gli altri con una storia diversa. Perché diverso non sta al posto di pericoloso. Un ragazzo che tiene alle sue origini e non permette neanche al suo miglior amico di offenderlo per la religione o colore della pelle. 
Come mi vedono gli altri? Molti in generale come il pericolo rivolto alla società, come chi distrugge le tradizioni degli altri  e toglie il lavoro altrui… È già difficile normalmente vivere in un posto che non è la tua casa, in più dove gli altri provano disprezzo per te. Molte volte sento al mercato o nelle propagande politiche una mentalità che in parole povere dice “via l’invasore, via il diverso”, ma non esplicitamente (…).
Invece, vorrei che gli altri vedessero in me una persona diversa ma nel senso buono della parola: come una persona da cui si può imparare un pensiero diverso, vorrei vedessero una persona che ha dei diritti come delle responsabilità verso la società, vorrei che si aiutasse davvero l’emigrato senza volerlo rispedire in un paese forse in guerra, dove forse, appena arrivato verrà imprigionato o persino ucciso.
Forse, se le persone vedessero il bambino che ho visto io, capirebbero quanto si soffre, non a essere, ma a sentirsi diversi dagli altri e considerati inferiori. Se trovassimo il clima di aiuto e di amicizia anche fuori della scuola, ci può essere una speranza per chi come me pensa che non è la diversità e le cose che ci dividono in gruppi e ci diversificano, ma è importante quello che abbiamo in comune: il fatto di essere persone uguali in diritti e libertà».
Era molto orgoglioso R. e una volta un compagno che gli voleva sinceramente bene, mi ha detto che sembrava quasi che  rifiutasse l’aiuto. Ne abbiamo parlato insieme. R. con gli occhi bassi gli ha spiegato che l’aiuto che gli veniva dato, non era alla pari come avveniva tra altri compagni. Lui si sentiva inferiore all’altro e questo gli faceva male. I suoi genitori erano poveri perché durante la guerra nella ex Jugoslavia avevano perso tutto, anche il titolo di studio e suo padre che era laureato ora doveva fare un lavoro umile per mantenere la famiglia.
Ha aggiunto guardando negli occhi il suo compagno: «Prova ad immaginare cosa vorrebbe dire per te e per la tua famiglia trovarti un giorno nelle mie stesse condizioni, come ti sentiresti?». Aveva perfettamente centrato il punto. L’altro aveva abbassato lo sguardo e aveva detto: adesso forse capisco. E il passo importante nella accettazione di una realtà difficile avviene nel momento in cui il ragazzo sente che la sua storia aiuta gli altri ad aprire le loro menti, a capire qualcosa di nuovo, a capire che anche lui ha qualcosa da insegnare. 
È un passo che dobbiamo fare anche noi insegnanti: dobbiamo difendere questi ragazzi che spesso vengono ingiustamente attaccati. 
«La lotta contro il razzismo deve essere un riflesso quotidiano. Non bisogna mai abbassare la guardia. Bisogna cominciare con il dare l’esempio e fare attenzione alle parole che si usano. (…). Se non si reagisce, e non si agisce, si rende il razzismo banale ed arrogante» . «Le parole sono pericolose. (…) La lotta contro il razzismo comincia con un lavoro sul linguaggio. (…)», dice  . La stessa parola straniero ha la radice di estraneo, e «designa colui che non è della famiglia, che non appartiene né al clan né alla tribù».«Con il rispetto di ciascuno si rende omaggio alla vita in tutto ciò che ha di bello, di meraviglioso, di diverso e di inatteso. Si dà testimonianza trattando gli altri con dignità» .
Tahar Ben Jelloun

02/05/17

Gli bastava sapere che era lì

Il bambino chiese alla bambina di dire nel barattolo: "Ti amo", senza dare spiegazioni.

E lei non gliene chiese, gli rispose: "Ti amo".
Il bambino coprì il suo barattolo con un coperchio e collocò l'amore della bambina per lui su un ripiano del proprio armadio.
Ovviamente, non poté mai aprire il barattolo, perché altrimenti avrebbe perso il contenuto.
Gli bastava sapere che era lì.
Jonathan Safran Foer, Molto forte, incredibilmente vicino 

01/05/17

Oggi è "la festa" del lavoro che non c'è

A Torino, di fronte a Trony in via Lagrange, sabato, ho visto le bandiere della Cgil e dei lavoratori che davano dei volantini. Ho chiesto cosa stesse succedendo: "Trony chiude questo punto vendita e ci manda tutti a casa. Da un giorno all'altro... Cosa faremo?".

Nessuno si ferma, nessuno chiede, nessuno prende i volantini che questi lavoratori disperati cercano di dare a chi passa. Vuoti a perdere. Scarti. "Lo vede - mi hanno detto - non interessa a nessuno" L'indifferenza della gente è ciò che fa più paura. Il senso di solitudine che ci lascia smarriti, senza riferimenti, senza neanche più parole di solidarietà di fronte a difficoltà che sconvolgono la nostra esistenza. 

Ci si abitua a tutto. Soprattutto se non capita a noi. Anzi sui social network leggo parole dure, senza appello. Quasi la colpa fosse dei licenziati e non di un'economia che ha prodotto questa società che non conosce pietà.
Questa società h prodotto luoghi virtuali dove "sentirsi insieme", ma che in realtà producono nella vita reale, sicuramente più complessa e contraddittoria l'isolamento più o meno volontario.
Del resto è quello che l'attuale organizzazione della società vuole il cui fine, come dice Bauman,
“è esplicitamente quello di dividere, segregare ed escludere, non di costruire ponti, facili passaggi e luoghi d’incontro, o di facilitare la comunicazione e avvicinare in altri modi gli abitanti delle città”.
Siamo tutto il giorno connessi al nostro cellulare o al computer ma nella realtà, che lo vogliamo o no, siamo disconnessi.

C'era rassegnazione in quelle donne sabato mattina mescolato a collera e vergogna. Sembravano sapere in che mondo viviamo, sapevano che non siamo più considerati uomini o donne, ma risorse o esuberi, oggetti insomma da usare o gettare. Forse l'hanno sempre saputo, ma ora sono loro a sentirsi tali. Ormai lo sappiamo tutti che la maggioranza dei giovani ha un lavoro così precario e mal pagato, da trovarsi sempre vicino alla possibilità della disoccupazione, lo sappiamo tutti che non c'è nessuna remora a licenziare un uomo o una donna in età già avanzata con famiglia.  siamo sempre "disconnessi", di-sconnettiamo il nostro mondo da quello degli altri.
Sappiamo tutti che il neoliberismo ha vinto, che sono stati aboliti in pochi anni tutti i diritti conquistati duramente.

Viviamo in una società che esclude, che separa, che rottama, produce rifiuti e tra i rifiuti ci sono anche i "rifiuti umani", esseri umani in esubero, eccedenti, dunque "scartati". 
Le parole cambiano, ci abituano ai cambiamenti che sono in atto. E' diverso dire, come si diceva una volta, disoccupato, il disoccupato continuava ad essere "forza lavoro" in attesa di occupazione, l'esubero, invece, sa di essere "superfluo", non indispensabile. Semplicemente di non servire più e di essere lasciato al proprio destino.

Il termine usato da Bauman per descrivere questa società è liquido, che si può declinare con altri aggettivi precario, incerto, flessibile,  instabile, effimero, transitorio e via dicendo. Ma l’aggettivo liquido è forse quello più appropriato. 
I corpi solidi  mantengono una forma propria e delle precise dimensioni, i liquidi si muovono con estrema facilità e la forma cambia sempre. I liquidi trascinano, ci travolgono, non sappiamo mai dove vadano.
È evidente che la condizione liquido-moderna ha pesanti ripercussioni sull'esperienza dell’uomo, sul suo vissuto: il rapporto fra presente, passato e futuro è sempre più problematico. Il futuro è una minaccia, non è più una promessa. Occorre imparare a camminare sulle sabbie mobili. 

Noi cerchiamo certezze, ma, in realtà, navighiamo in un oceano di incertezza e proprio per questo avremmo più bisogno che mai di relazioni, e di relazioni su cui poter contare, a cui far riferimento per definire noi stessi. Ne abbiamo bisogno, non soltanto per la preoccupazione morale per il benessere di altre persone, ma anche per il nostro stesso bene, per la coesione e la logica del nostro stesso essere. 
Ed invece, la facilità di accesso, connessione e disconnessione a social e reti varie incoraggia la creazione di legami fragili a distanza, impersonali o nei quali prevale la finzione simulata in quanto manca completamente la dimensione del contatto diretto. 
“Da qui -  dice Bauman - nasce la crescente domanda per quelle che potrebbero essere chiamate comunità guardaroba, quelle comunità che prendono corpo, anche se solo in apparenza, quando si appendono in guardaroba i problemi individuali, come i cappotti e i giacconi quando si va a teatro. (…) Le comunità guardaroba vengono messe insieme alla bell’e meglio per la durata dello spettacolo e prontamente smantellate non appena gli spettatori vanno a riprendersi i cappotti appesi in guardaroba. Il loro vantaggio rispetto alla «roba autentica» sta proprio nel breve arco di vita e nella trascurabile quantità di impegno necessario per unirsi ad esse e godere (sia pur brevemente) dei loro benefici”.
Ci allontaniamo in modo più o meno consapevole da chi è già escluso perché  come dice sempre Bauman:
"(...) la minaccia di essere esclusi ed eliminati si aggira costantemente tra noi.

Noi tutti siamo i danni collaterali di un mondo deregolato, della spietata competizione in corso tra poteri enormi, che facciamo fatica a comprendere e contro i quali possiamo fare molto poco. (...) - ci sentiamo "vittime collaterali potenziali". 
Oggi è la festa del lavoro che non c'è, o che è incerto, insicuro ed in balia degli eventi e di chi ha le carte in mano. Oggi non c'è nulla da festeggiare, ma tanto da ricostruire a partire dai rapporti tra di noi, che devono guardare a chi sta peggio non per altruismo o generosità, ma perché partendo da loro possiamo costruire un mondo più sicuro per tutti. Una cosa è certa, per quanto mi riguarda, che non bisogna distogliere l'attenzione dal mondo che ci circonda, che possiamo e dobbiamo costruire microcosmi in cui la solidarietà metta in moto la nostra creatività.