28/09/16

In una vita c'è posto per tutto...

Viviamo in un mondo frenetico, che ci domina, che ci incalza, che ci sollecita a fare, comprare, organizzare, giudicare... Ci svegliamo e ci ritroviamo la sera con la sensazione di non avere davvero vissuto. 
Ci siamo dimenticati che il mondo va almeno qualche volta contemplato, guardato nel suo scorrere senza cercare causa ed effetto, guardato così com'è nel suo apparire ai nostri occhi, osservato senza pensiero, senza domande, senza perché e senza ma.
Guardare il bambino che gioca, quello che piange, quello che guarda lontano senza fissare nulla,
osservare le nuvole che rincorrono il cielo, i colori che cambiano, la luce che batte sul marciapiede e quella che radente si insinua tra i rami di un albero che si sta preparando all'autunno.
E quel vecchio che attraversa la strada bloccando le macchine con il suo bastone, quella donna che corre a casa con il suo carico di spesa e quell'uomo seduto per terra che chiede una moneta per mangiare.
Contemplare e lasciare che tutto scorra lentamente. La mente non si muove, lascia che tutto accada. manifesta un profondo rispetto nel guardare ciò che si manifesta.

Quell'uomo passa veloce con la sua cartella di pelle importante, in mano il cellulare, e la sua voce concitata che discute forse un affare: ci perdo un sacco di soldi - dice. E l'altro che passa parlando con un amico: io non mi lascio mettere i piedi sul collo. Non mi conosce... volano via le sue parole arrabbiate.

Una ragazza mi chiede l'ora e mi lascia un caldo sorriso. Un ragazzo si avvicina ad una vetrina e si aggiusta i capelli, con metodo, cura. Poi prosegue più sicuro e impettito.
Camminano per mano quella coppia di anziani e in loro trapela tutta la tenerezza coltivata in tutta una vita. Un'altra coppia più giovane è seduta al tavolino d'un bar e ognuno guarda il suo cellulare, ognuno chiuso nella sua solitudine. 
La vita scorre, va. Bella, o no, è quella che è. 

Bisogna avere il coraggio di viverla così, con coraggio e imparare a vedere ciò che rompe un susseguirsi di eventi che ci sembrano senza speranza. La parola gentile, lo sguardo attento, il gesto di solidarietà, la tenerezza, la gioia di un attimo e quel sole, quella pioggia, quell'albero, quel fiore, quel mare, quel filo d'erba.... 

Molto ci ha insegnato in questo senso Etty Hillesum:
Io sono quotidianamente in Polonia, su quelli che si possono ben chiamare dei campi di battaglia, talvolta mi opprime una visione di questi campi diventati verdi di veleno; sono accanto agli affamati e ai moribondi ogni giorno - ma sono anche vicina al gelsomino e a quel pezzo di cielo, in una vita c'è posto per tutto".
C'è posto per tutto. A noi spetta imparare a contemplare "quel pezzo di cielo e quel gelsomino" per trovare la forza per continuare il nostro cammino personale, ma anche quello che ci unisce agli altri, prendendoci cura di noi e di loro.

27/09/16

L'amore è un'avventura ostinata


«Platone dice una cosa molto precisa sull'amore: afferma che nello slancio amoroso vi è la scintilla dell’universale. L’esperienza amorosa è uno slancio verso qualcosa che egli definisce l’Idea. […] l’amore può essere davvero un gesto di fiducia nei confronti del caso.
Ci consente di avvicinarci all'esperienza fondamentale della differenza e, in ultima analisi, all'idea che sia possibile sperimentare il mondo dal pundo di vista della differenza. È per questo che ha una portata universale, che implica un’esperienza personale dell’universalità possibile e che è essenziale sul piano filosofico, come intuì Platone per primo. […]
L’amore è sempre la possibilità di assistere alla nascita del mondo. La nascita di un bambino, se avviene nell'amore, è uno degli esempi di questa possibilità. […] L’amore, dopo tutto, ha luogo nel mondo. È un evento che non era prevedibile né calcolabile secondo le leggi che governano il mondo. Nulla consentiva di programmare l’incontro […].
Ma l’amore non può ridursi all'incontro perché si tratta di una costruzione. L’enigma affrontato dal pensiero dell’amore è proprio questa durata che lo porta a compimento. L’elemento più interessante, in fin dei conti, non è l’estasi dell’inizio; certo, c’è un’estasi dell’inizio, ma un amore è prima di tutto una costruzione durevole. Diciamo che l’amore è un’avventura ostinata. Il lato avventuroso è necessario, ma non lo è meno l’ostinazione. Arrendersi davanti al primo ostacolo, alla prima divergenza seria, alle prime difficoltà non è altro che un tradimento dell’amore. Un amore vero è quello che trionfa durevolmente, talvolta duramente, sugli ostacoli posti dallo spazio, dal mondo e dal tempo. […]

26/09/16

L’idea romantica del bacio rubato del fotografo Berengo Gardin a cui piace la lentezza.

“Dovete sapere che nel 1953 in Italia era proibito baciarsi per strada. Potevano arrestarti per oltraggio al comune senso del pudore. E invece in quegli anni ero andato a Parigi e avevo visto che tutti si baciavano per strada, con una libertà incredibile. Questa cosa mi ha scioccato e così ho cominciato a fotografare i baci a Parigi. Ero anche un po’ invidioso… (sorride) Da quel momento ho continuato a fotografare i baci, perché per me i baci rimangono una cosa proibita dallo stato. L’idea romantica del bacio rubato, mi è rimasta.

Poi di baci ne vennero tanti altri: in spiaggia, nelle stazioni ferroviarie, per strada, sotto i portici di Piazza San Marco a Venezia… Baci rubati, quelli di Berengo Gardin, che non ama l’allestimento scenico di tanti suoi colleghi, anche fotoreporter: «4 o 5 le foto “costruite” in tutta la carriera, un peccato veniale» ammette lui stesso.
In queste foto, si è lasciato andare alla tenerezza visto che nei suoi reportage aveva ritratto cose assai poco frivole.


Nato a Santa Margherita Ligure nel 1930, comincia a occuparsi di fotografia nel 1954. Dopo avere vissuto a Roma, Venezia, Lugano e Parigi, si stabilisce a Milano. Ha sempre ha scelto di essere testimone della realtà che lo circonda, concentrandosi soprattutto sull'Italia, da nord a sud, e registrandone i cambiamenti. 

“Quando fotografo amo spostarmi, muovermi. Non dico danzare come faceva Cartier-Bresson, ma insomma cerco anch'io di non essere molto visibile. Se devo raccontare una storia, cerco sempre di partire dall'esterno: mostrare dov'è e com'è fatto un paese, entrare nelle strade, poi nei negozi, nelle case e fotografare gli oggetti. Il filo è quello; si tratta di un percorso logico, normale, buono per scoprire un villaggio, ma anche una città, una nazione. Buono per conoscere l’uomo”.
Io sono di un’altra epoca. Non è che contesti il computer o i mezzi moderni - anche se scrivo ancora a macchina, con due dita - ma questa accelerazione della vita, in tutti i suoi campi, non mi sembra utile all'uomo. Certo è utile, ma ci massacra.
Con un gruppo di colleghi abbiamo addirittura fatto un’associazione che si chiama Slow photo, perché anche in fotografia bisogna andare con calma. Qua a Milano c’è una pubblicità di una grande produttrice di macchine digitali che dice: “Non pensare, scatta!”.
Io quando insegno dico ai ragazzi: “Prima pensa e poi, casomai, scatta”. Non bisogna mai scattare a caso. È proprio un altro modo di concepire la fotografia, ma anche la vita. Tutti sono padroni di fare quello che vogliono, sia chiaro, ma anche io faccio quello che ancora voglio. E a me piace la lentezza.
Il digitale ha cambiato secondo me la mentalità del fotografo, perché tanto scatti, scatti, scatti e poi quello che non ti piace lo cancelli, mentre il resto salvi con Photoshop. Ormai non sappiamo più se sono foto vere o se sono create. Non sappiamo se un’immagine è vera o taroccata e questo è un pericolo gravissimo per la fotografia, perché la maggior parte della gente quando vede una fotografia crede ancora che si tratti di una cosa avvenuta.
Ultimamente a Parigi ho visto una foto bellissima di sei persone che vanno per strada, tutte col giornale sottobraccio, e credevo fosse stata fatta col digitale, ma non era così: era una fotografia vera! Adesso abbiamo il dubbio che tutto sia taroccato. In America e anche in Francia stanno studiando un sistema per obbligare a mettere un codice che indichi se la foto è autentica, oppure no. A me va bene anche una foto costruita in digitale ma deve essere dichiarato perché una foto in digitale è un’immagine, non più una fotografia. L’artificio, la costruzione di una fotografia va bene per la pubblicità. L’altro giorno ho visto una signora che fa la réclame a una pomata di bellezza. Nella fotografia non aveva una ruga, poi l’ho vista al naturale, a un’inaugurazione, ed era tutta una ragnatela di rughe. Non capisco con che coraggio si adattino, pur di guadagnare dei soldi, a fare la pubblicità per una crema che non usano e si fanno taroccare loro. 

24/09/16

Voglio vivere accanto a della gente umana, molto umana.

«Ho contato i miei anni ed ho scoperto che ho meno tempo da vivere da qui in avanti di quanto non ne abbia già vissuto.
Mi sento come quel bambino che ha vinto una confezione di caramelle e le prime le ha mangiate velocemente, ma quando si è accorto che ne rimanevano poche ha iniziato ad assaporarle con calma.
Ormai non ho tempo per riunioni interminabili, dove si discute di statuti, norme, procedure e regole interne, sapendo che non si combinerà niente…Ormai non ho tempo per sopportare persone assurde che nonostante la loro età anagrafica, non sono cresciute.
Ormai non ho tempo per trattare con la mediocrità.Non voglio esserci in riunioni dove sfilano persone gonfie di ego.
Non tollero i manipolatori e gli opportunisti.Mi danno fastidio gli invidiosi, che cercano di screditare quelli più capaci, per appropriarsi dei loro posti, talenti e risultati.
Odio, se mi capita di assistere, i difetti che genera la lotta per un incarico maestoso.Le persone non discutono di contenuti, a malapena dei titoli.
Il mio tempo è troppo scarso per discutere di titoli.Voglio l’essenza, la mia anima ha fretta…
Senza troppe caramelle nella confezione…
Voglio vivere accanto a della gente umana, molto umana.Che sappia sorridere dei propri errori.Che non si gonfi di vittorie.Che non si consideri eletta, prima ancora di esserlo.Che non sfugga alle proprie responsabilità.Che difenda la dignità umana e che desideri soltanto essere dalla parte della verità e l’onestà.
L’essenziale è ciò che fa sì che la vita valga la pena di essere vissuta.Voglio circondarmi di gente che sappia arrivare al cuore delle persone…Gente alla quale i duri colpi della vita, hanno insegnato a crescere con sottili tocchi nell’anima.Sì… ho fretta… di vivere con intensità, che solo la maturità mi può dare.
Pretendo di non sprecare nemmeno una caramella di quelle che mi rimangono…Sono sicuro che saranno più squisite di quelle che ho mangiato finora.
Il mio obiettivo è arrivare alla fine soddisfatto e in pace con i miei cari e con la mia coscienza. Spero che anche il tuo lo sia, perché in un modo o nell’altro ci arriverai…»
Mário de Andrade (1893-1945) – Poeta, musicologo e narratore brasiliano

23/09/16

C'è chi meglio degli altri realizza la sua vita...

C’è chi
C'è chi meglio degli altri realizza la sua vita.
E' tutto in ordine dentro e attorno a lui.
Per ogni cosa ha metodi e risposte.E' lesto a indovinare il chi il come il dove
e a quale scopo.

Appone il timbro a verità assolute,
getta i fatti superflui nel trita documenti,
e le persone ignote
dentro appositi schedari.

Pensa quel tanto che serve,
non un attimo di più,
perché dietro quell'attimo sta in agguato il dubbio.

E quando è licenziato dalla vita,
lascia la postazione
dalla porta prescritta.

A volte un po' lo invidio
- per fortuna mi passa.

(W. Szymborska)

Ogni sapere da cui non scaturiscono nuove domande, diventa in breve morto, perde la temperatura che favorisce la vita. Se l’uomo non avesse mai pronunciato queste domande, nulla di nuovo sarebbe stato scoperto, nulla di nuovo sarebbe mai stato vissuto. La poetessa W. Szymborska dice di apprezzare due piccole paroline: non so. “ Piccole, ma alate”.  

Anche l’insegnante quando accosta ogni suo alunno deve ripetere di continuo a se stesso “non so”. Di fronte ad ogni problema si cerca di dare una risposta,  ma, quando si pensa di averla trovata, ci si rende conto che si tratta d'una risposta provvisoria e sempre insufficiente. Perciò si prova ancora una volta e un'altra ancora, ogni giorno, ogni momento in una continua ricerca della relazione che caratterizza il nostro essere maestri. Perché solo così si può andare incontro alla diversità che abita ogni alunno, che abita ognuno di noi.

Ed è proprio questo incontro, questo imparare ogni giorno dalla relazione continua che rende il nostro lavoro straordinariamente ricco di vita, di sorprese e di scoperte, è questo essere continuamente “in ricerca” che ci tiene lontano da pregiudizi e luoghi comuni.  

Nel parlare comune, che non riflette su ogni parola, tutti usiamo i termini: “mondo normale”, "normale corso delle cose"... Tuttavia nell’incontro con  i nostri alunni scopriamo ogni giorni che non c'è nulla di “normale”.  Come dice W. Szymborska, nel mondo non è normale:  “nessuna pietra e nessuna nuvola su di essa. Nessun giorno e nessuna notte che lo segue. E soprattutto nessuna esistenza di nessuno in questo mondo”
Tutto è diverso da tutto e tutto ci offre qualcosa di irriducibilmente suo e di nessun altro. 

Forse è difficile entrare in questa logica in un mondo che ci abitua alla semplificazione e alla banalizzazione, ma soprattutto alle generalizzazioni che incasellano e imprigionano non lasciando spazio alla nostra unicità. 

In un mondo in cui il rumore prevarica ogni pensiero è importante ritrovare dentro di noi il silenzio.
Il silenzio è una maniera di significare che non so tutto, (...) che sono disponibile ad ascoltare l’altro e la sua verità  che io lo incoraggio a vivere, a coltivare, a esprimere senza sottometterla alla mia. Fare silenzio dentro di noi vuol dire aprirsi all'ascolto, a quello che viene dall'altro di cui devo tener conto e avere rispetto se voglio davvero relazionarmi con lui.

Abbiamo  paura di incontrare le sfaccettature molteplici della realtà e delle persone, perché abbiamo paura prima di tutto di incontrare noi stessi nella nostra fragilità in un mondo che ci chiede "di essere forti", sempre "all'altezza", che è indifferente a chi soffre e a chi non è più "una risorsa" per un mondo dove vige la legge che vince chi riesce a schiacciare l'altro.

A questa legge dobbiamo opporre ovunque, a scuola, nella famiglia, nella vita di tutti i giorni, sempre il "NO, io non ci sto". Dobbiamo imparare a credere che ciò che è"im-possibile" per altri è invece la nostra strada

20/09/16

Imparare anche dagli altri a conoscersi

Molto spesso (troppo per i miei gusti) sono stato fotografato sapendo che lo ero. Orbene, non appena io mi sento guardato dall'obbiettivo, tutto cambia: mi metto in atteggiamento di posa, mi fabbrico istantaneamente un altro corpo, mi trasformo anticipatamente in immagine.
Henri Cartier-Bresson
Viviamo in un periodo in cui la fotografia è alla portata di tutti, e soprattutto sono gli autoritratti a dominare la scena, i cosiddetti selfie-mania. Grazie a smartphone e tablet, la gente ha imparato a farsi le foto in completa autonomia, sia a casa che per le vie della città. Sono finiti i tempi di quando, in veste di turista, si chiedeva ad un passante di fotografarci, possiamo farlo da soli. Basta guardare verso l'obiettivo dei nostri cellulari, sorridere e premere il pulsante di scatto. Ecco fatto.

Ma non è la stessa cosa.  Una volta ci si poteva mettere in posa e un amico ci invitava a sorridere prima di scattare. Difficilmente ci lasciavamo fotografare in un momento qualsiasi della giornata, senza metterci in posa, cambiarci il vestito, pettinarci, insomma offrire quello che ritenevamo il meglio di noi.

Eppure le foto quelle vere sono altre. Sono quelle che sono scattate, oltre che da un bravo fotografo, anche da chi ha la pazienza di cogliere quelle espressioni che meglio parlano di noi. E allora, a seconda di chi ha la macchina in mano, noi possiamo sembrare persone diverse. Perché agli occhi degli altri siamo diverse. Nessuno ci vede allo stesso modo, ognuno vede di noi quello che nella relazione con loro traspare di noi.

Cosa vuol dire allora "essere se stessi". Ha qualche valore quello che gli altri percepiscono di noi? Oppure conta solo quello che noi vorremmo essere. 
Se è giusto indagare noi stessi e sentirci il più possibile autentici, è anche buona cosa renderci conto di come gli altri ci vedono e ci sentono, se vogliamo che la relazione con gli altri cresca e maturi.
A volte noi crediamo di essere in un modo e non ci accorgiamo che il nostro sguardo, la nostra postura, il nostro tono dicono a chi ci incontra tutt'altra cosa. Il dialogo tra persone per conoscersi forse può nascere anche tra queste discrepanze, tra ciò che crediamo di essere e ciò che appaiamo agli altri. Questo vuol dire accettare la critica, vuol dire spiegarsi e imparare dagli altri. Non esiste in questo torto o ragione, ma il desiderio di conoscersi davvero.

In fondo noi non ci guardiamo mentre viviamo tra gli altri, siamo quelli che si vedono meno. Gli altri ci possono raccontare molto di noi. E allora perché non ascoltarli?
Abbiamo paura dell'immagine che rimbalza fuori di noi. Per questo amiamo farci fotografare, ma quando e come vogliamo noi. Il vero coraggio è quello di imparare a guardare dentro e fuori di noi sapendo che si può e forse, a volte, si deve cambiare, sapendo che se non si può cambiare, dobbiamo imparare ad accettarci come siamo. Fragili, ma veri.

Davanti all'obiettivo, io sono contemporaneamente: quello che io credo di essere, quello che vorrei che si creda che io sia, quello che il fotografo crede che io sia, e quello di cui egli si serve per far mostra della sua arte.
Ronald Barthes

19/09/16

Quel vecchio magico atlante dove cercavo l’isola del tesoro

La scoperta (e la fascinazione) della letteratura venne con l’adolescenza grazie a un libro “magico”, che per me continua a essere magico, L’isola del tesoro. Quel libro mi trasportò verso oceani favolosi, era un vento che non gonfiava solo le vele del vascello solcato alla ricerca del tesoro, ma muoveva soprattutto le ali dell’immaginazione. Seguendo la fantasia, ma confidando nel principio di realtà, cercavo quell’isola sul mio atlante, che fu l’altro libro “magico”. Era l’atlante De Agostini.
Avevo il mondo davanti a me. Sulla prima tavola dell’atlante, il globo diviso in due come un’arancia, poi le tavole successive dei vari continenti. La cosa che mi affascinava di più era che sulla pagina di destra veniva raffigurato un continente e su quella di sinistra una serie di fotografie “rappresentative” del continente in questione.
Ne ricordo qualcuna per l’Europa: il Colosseo, la Torre Eiffel. Per l’Africa c’erano fra l’altro: le Piramidi, il Kilimangiaro, una moschea del Marocco. Per l’Asia, il porto di Singapore, una pagoda di Tokyo e una veduta di Samarcanda. Era quello, il mondo.
E quella è stata la mia prima idea della Terra. Per me era immutabile e sicura, perché da un lato c’era la rappresentazione astratta della sua forma geografica e dall’altro le immagini fotografiche, il “contenuto”. Ho ancora quell’atlante, ormai inutilizzabile, come un orario scaduto delle ferrovie.
Per me che non ho mai preteso di insegnare niente a nessuno se non gli strumenti di lavoro per ricostruire filologicamente un testo letterario, quell'atlante costituisce un prezioso strumento didattico. Lo tengo da parte per i miei nipoti affinché non pensino, come pensavo io allora, che il mondo sarà sempre quello che conoscono.
 Antonio Tabucchi, Viaggi e altri viaggi


Chi scrive viaggia alla ricerca di sé e degli altri. Abita luoghi immaginari o si reinventa il luogo da sempre abitato. Ma la mente non è ferma, è alla ricerca e si collega con il cuore e con l'anima. Poi il problema è trovare le parole che corrispondano a ciò che si sente e si prova.

Ma grandi sono gli scrittori che sono curiosi, che sono in-quieti, che non approdano mai ad isole sicure, che inqietano il lettore, che non lo lasciano "vivere in pace" con se stesso, ma lo smuovono, lo interrogano, lo spingono a loro volta a viaggiare, a cercare, a interrogarsi.

Oggi di questi scrittori ce ne sono pochi. Ne conosciamo molti che si auto celebrano e questo non ci piace.

17/09/16

Nel profondo di ciascuno di noi c'è un cantastorie

«Perché nel profondo di ciascuno di noi c'è un cantastorie. Un narratore che è sempre con noi. Quand'anche il mondo in cui viviamo venisse travolto dalla guerra, con tutto l'orrore che possiamo facilmente immaginare....Se un'alluvione inondasse le nostre città, e il mare si sollevasse... quel cantastorie continuerebbe ad esistere, perché, nel bene e nel male, è la fantasia a darci una forma, a crearci, a tenerci insieme. E anche se fossimo feriti, dilaniati, distrutti, sarebbero i nostri racconti a rimetterci in piedi. Sono il cantastorie, il creatore di sogni e il costruttore di miti, cioè la nostra fenice, a rappresentare la parte migliore di noi, quella più creativa».
Doris Lessing 
Ci sono molti libri che raccontano storie, ma anche dentro ognuno di noi, senza essere scrittori, esiste il desiderio di raccontarsi, di narrare non solo la propria vita individuale, ma anche quella delle persone che vivono a contatto con noi. Desideriamo raccontare perché abbiamo bisogno di un riconoscimento di quello che facciamo, per comunicare, per avere davvero uno scambio sincero e profondo, per mettere a disposizione degli altri la nostra esperienza anche se non sempre positiva.

Ma raccontare vuol dire parlare, ma anche saper ascoltare, vuol dire scambiarsi esperienze e crescere insieme. Vuol dire non aver paura di esporsi, non come Narciso che amava vedere solo se stesso, ma per aprirsi al confronto, per dia-logare davvero e condividere.
Sono finite le grandi narrazioni, oggi dovrebbero nascere quelle piccole, più vere, più attente alla realtà da cui possono scaturire piccoli sogni, da cui può iniziare un cammino.

Non mi appassionano, quindi, quelle discussioni che mettono in contrapposizione idee, opinioni senza ascolto e scambio da cui possono nascere solo scontri e nulla di costruttivo. Quelle discussioni che terminano dicendo: avevo ragione io e torto tu. 
Mi piacciono quei momenti in cui ognuno mette da parte i suoi pregiudizi, le sue certezze e si aprono spazi dove nasce davvero "la parola", quella autentica che scaturisce non solo da una ragione più o meno "illuminata", ma dal desiderio di conoscere, di comprendere, di mettere in comune. 

Dovremmo lavorare ovunque siamo perché si aprano spazi dove questo scambio possa essere possibile, nei quartieri, nella scuola, nelle associazioni, ovunque sia possibile.

15/09/16

Prendersi cura...

La scuola è cominciata, da qualche anno non entro più in classe perché sono come dicono “in pensione”, anche se questa espressione non mi piace.
Ma il ricordo di quei tanti primi giorni è sempre vivo dentro di me. 
Quando mi ritrovavo tanti visi davanti un po’ impauriti, perché li avevano avvisati: la scuola media è difficile. Ricordati che devi… devi… devi… se no. 
Non mi risulta che nessun insegnante dei miei ex alunni avesse detto loro: cambi scuola, stai crescendo, ora qualcun altro si prenderà cura di te.
Già la parola “cura”, la grande assente della scuola. La parola più importante, la sola che possa dare “anima”  a quelle aule troppo spesso grigie, spoglie.
Perché prima di tutto è questo messaggio che dobbiamo far passare ai nostri allievi “Io avrò cura di te” “Io avrò cura di voi” “Insieme avremo cura uno dell’altro”.

Se non gli avremo fatto capire che tutti ci sentiamo un po’ impauriti di fronte alla vita, ma che non siamo soli, che insieme troveremo le nostre strade, quella comune e quella di ognuno, allora la scuola non avrà nessun valore per i ragazzi che abbiamo di fronte, non gli darà nulla se non un bagaglio di nozioni inutili perché imprigionate in discorsi rigidi, senza vita.

Se non dimostreremo loro che vogliamo conoscerli per quello che sono, che non è importante da dove vengono e dove sono arrivati, ma che quello che conta è il cammino che faremo insieme ognuno secondo le proprie capacità, non ci sarà relazione tra noi e loro, né tanto meno amore.
Non quell'amore fatto di luoghi comuni e frasi fatte, ma quell'amore che si costruisce giorno per giorno nella continua conoscenza l’uno dell’altro. Anche quando il primo impatto è duro, anche quando ci respingono perché non si fidano, perché sono stati troppo presto feriti e segnati dalla vita.

Dobbiamo da subito far loro capire che cammineremo tenendoci per mano, che non importa se tutto intorno a noi non funziona, se la scuola nel suo insieme non sembra costruita per loro, ma a volte contro di loro, se non avremo mezzi, se il tempo sembrerà non bastarci, se… 
Quello che conta è che ogni cosa la supereremo insieme.
Non sarà sempre facile e spesso non ci capiremo, litigheremo forse, ci scoraggeremo ma sapendo che ognuno di noi starà facendo del proprio meglio. Non dovremo mai sentirci soli, per questo non avremo paura di fermarci quando qualcuno si perderà.

Ogni giorno sarà l’occasione per ricordare che la diversità è ricchezza e che la ricchezza di ogni ragazzo o bambino che cresce va coltivata e fatta crescere.

Non importa se gli allievi saranno tanti. Se vogliamo conoscere i nostri allievi in modo profondo troveremo un momento, uno sguardo, una parola speciale per ciascuno di loro qualsiasi sia il numero degli allievi che avremo e soprattutto li aiuteremo pian piano a nascere come piccola comunità. Li solleciteremo a guardarsi negli occhi, a parlarsi, a discutere e a chiarirsi, a comprendere il valore di ognuno di loro, a imparare dai propri errori. Costruiremo una tela di relazioni dove ognuno si sentirà parte integrante di un tutto. Se non nascono legami e non ci sarà condivisone e solidarietà in classe, anche l’apprendimento ne risentirà e lascerà indietro molti. Nessuno crescerà davvero.
Prendersi cura vuol dire imparare la responsabilità, la cura rende unico e speciale ognuno. E’ in poche parole “esserci”, essere in presenza, fare in modo che chi ci affianca sappia che può contare su di te.

E allora cominciamo facendo l’appello, chiediamo ad ognuno ad ogni inizio giornata come sta, se è pronto ad affrontare la giornata, a imparare cose nuove, orizzonti nuovi. E chiediamolo prima di tutto a noi stessi. Respiro profondo: siamo pronti e allora si comincia.

04/09/16

Le nuvole di Pessoa



Nuvole… Sono come me un passaggio figurato tra cielo e terra, in balìa di un impulso invisibile, temporalesche o silenziose, che rallegrano per la bianchezza o rattristano per l’oscurità, finzioni dell’intervallo e del discammino, lontane dal rumore della terra, lontane dal silenzio del cielo.

Nuvole… Continuano a passare, continuano ancora a passare, passeranno sempre continuamente, in una sfilza discontinua di matasse opache, come il prolungamento diffuso di un falso cielo disfatto.
F. Pessoa, da Il libro dell’inquietudine