23/01/17

Nebraska, un film di Alexander Payne

Nebraska è un film del 2013 di Alexander Payne, un regista americano. Nel suo cinema non si incontrano storie eclatanti, che fin dal'inizio ti prendono e ti inchiodano alla sedia per vedere come va a finire. Sono storie che procedono a passi lenti e leggeri e qualcosa succede in modo quasi impercettibile.
Sono i personaggi che ti incuriosiscono proprio perché forse nella vita reale non li incontriamo, anzi non vogliamo quasi vederli. Sono personaggi semplici, ma nella loro semplicità vivono un mondo complesso e ricco di sfumature. Man mano che il film procede scopriremo aspetti che sempre sono latenti e sepolti nella vita di relazione specialmente famigliare. E un vecchio padre ed un giovane figlio scopriranno di potersi ancora conoscere.
In questo film il personaggio è Woody Grant, intorno a lui ruota tutta la vicenda narrata.

Lo scenario di sfondo è un'America a doppia velocità, quella che incontriamo nella sequenza d'apertura: da una parte le macchine che sfrecciano lungo una strada statale e la seconda quella di un vecchio claudicante che la percorre senza mai fermarsi: vuole andare a Lincoln per ritirare “il suo premio” partendo a piedi dal Montana al Nebraska. 
Su quella strada Woody Grant insegue il sogno americano: è convinto di aver vinto un milione di dollari e li vuole a tutti i costi. In realtà il vecchio, è vittima di una pubblicità-truffa, di quelle che ti promettono soldi e vogliono in realtà spillartene.

Lo sa tutta la sua famiglia: sua moglie, il figlio Bob che ha “preso” più dalla madre e fa il giornalista televisivo, e  David, che invece ha preso più da Woody ed è un uomo con poche ambizioni. Nessuno però riesce a convincere Woody a desistere dal suo intento.

Sarà David a cedere, e accompagnerà il padre in quel folle viaggio. Inizia così un viaggio e nel tragitto percorso, David scoprirà i piccoli sogni del padre, le speranze svanite, gli amori mai dimenticati, i nemici mai battuti. Un passato che ritorna e che forse chiede di chiudere i conti.
Quel viaggio aiuterà il vecchio a rivedere la sua vita e a fare ciò che non aveva fatto, aiuterà il figlio a non fermarsi alle apparenze, ma a leggere i veri bisogni del padre rimasti nascosti e sopiti per troppo tempo.

Sulla strada faranno sosta a Hawthorne nel Nebraska da dove la famiglia proviene e dove vivono ancora parenti e conoscenti, e saranno raggiunti dal resto della famiglia per incontrarsi ancora una volta. 

Nel paese, intanto, vittima della crisi, si è sparsa la voce della vincita e per un momento il vecchio Woody diventa un eroe locale. Sono pochi quelli sinceramente felici per lui, prevalgono i molti, soprattutto i fratelli, le cognate e i nipoti, che invece avanzano invidiose richieste e pretese. 

Il film è girato in bianco e nero, con luci delicate e naturali nei panorami esterni, i protagonisti passano da anonimi bar, a locali-karaoke, in case di legno con veranda, il tutto frammisto di quadri notturni. Regna un gran senso di solitudine. I dialoghi anche se essenziali, apriranno i cuori del padre e del figlio che forse per la prima volta imparano a conoscersi davvero.  
Ma nello stesso tempo balzano all'attenzione altri personaggi: i vecchi, si fa per dire, amici, la famiglia che guarda la tv e non sa più dirsi nulla.

Nebraska mette in campo un realismo lirico, e al centro della vicenda è la coriacea fragilità del vecchio Woody e lo spaesamento di un figlio che cerca di capire, che vuole comprendere un padre che questa volta sembra volergli dire, a modo suo, qualcosa di importante. E quel qualcosa di importante non sta in fatti o accadimenti eclatanti, ma nelle pieghe nascoste di una mente e di un cuore che non ha mai potuto aprirsi veramente a nessuno.

Il rapporto tra due generazioni: il padre ha fatto la guerra, si è sposato, ha fatto due figli senza porsi domande sfogando la sua frustrazione e incapacità a comunicare i suoi desideri nell'alcol, e il figlio indeciso, problematico, che in questo incontro col padre ritrova un senso, una relazione importante, quella di un padre con un figlio.

La bravura di Payne è quella di mantenersi in equilibrio tra il riso e il pianto, e di riuscire con tocco lieve e delicato a far emergere una poetica del quotidiano illuminata dal riscatto di un'umanità che trova il suo riscatto seppur alla fine della sua vita. Woody in una delle ultime sequenze, demoralizzato dalla consapevolezza della mancata vincita si ritrova poco dopo, rinfrancato e felice, alla guida della jeep che ha sempre desiderato e che il figlio gli regala per compensare lo smacco. 

22/01/17

Una marcia straordinaria da cui partire

Erano due milioni e mezzo in piazza in tutto il mondo contro Donald Trump, al quale è stato inviato un messaggio chiaro: l'America "non sei tu".  Da Washington a New York, da Londra a Sydney, da Roma a Berlino, da New Delhi a Cape Town, centinaia di migliaia di manifestanti hanno invaso le strade per dire no al 45esimo presidente degli Stati Uniti.
E' stata una bella boccata di ossigeno. Forse tutto si fermerà qui, forse (lo spero), invece è solo l'inizio. 
Tutti i manifestanti sanno bene ciò che non vogliamo. Una partecipante sul "manifesto"  dice:
«Sono ebrea ed ho 78 anni – dice Ruth – I miei genitori sono scappati dalla Germania nazista, io ho vissuto gli anni ‘50. Tesoro, quando vedo un fascista e un misogino lo riconosco, e lo combatto».
E di Trump in giro per il mondo, anche in Europa ed in Italia ne abbiamo e ne abbiamo fatto esperienza. 
Il 22 gennaio hanno sfilato ambientalisti, anti-razzisti, omosessuali e transgender, le associazioni che si battono contro la povertà, per l’istruzione pubblica, per la libertà di stampa. Ma soprattutto, hanno sfilato migliaia di persone senza appartenenze a nessun gruppo politico e sociale: famiglie, studenti, migranti, coppie omosessuali, neri, ispanici, uomini e donne che hanno mostrato la propria cartella sanitaria e chiesto che la loro assistenza sanitaria non venga cancellata.
Una marcia che è stata caratterizzata da un programma politico  che dai diritti delle donne si allarga e include tutte le minoranze, tutti coloro che sono oggetto di ingiustizie sociali minacciati dal feroce populismo di Trump.
Tutti uniti, cosa oggi non facile. Ed è proprio nel ricostruire questa unità per un mondo in cui tutti possano trovare il loro posto che bisogna iniziare.
Certo le manifestazioni da sole non bastano, c'è un lavoro capillare da fare, da reinventare per resistere all'avanzare di una politica che restringe ogni spazio di libertà. Dobbiamo fare quello che ha detto Michael Moore:
"Siete tantissimi, siamo tantissimi ed ora bisogna continuare. Io, non ci crederete, sono un uomo timido, quando ho cominciato a fare ciò che faccio, in Michigan, avevo bisogno di ore per vincere la timidezza, e questo è ciò che ora dovremo fare tutti quanti, anche voi, è importante vincere le proprie resistenze e mettersi un gioco. In special modo politicamente: entrare nel gioco politico locale, la politica locale è fondamentale, difendete il vostro quartiere, la vostra città, questo difenderà il paese".
Bisogna mettersi in gioco, di più, sempre di più. Forse l'abbiamo fatto troppo poco, forse ci siamo limitati a protestare verbalmente, ad indignarci, ma abbiamo agito poco. Io parlo per quello che conosco e che vedo introno a me, naturalmente. Leggo, invece, che qualcuno da tempo, nel proprio piccolo ha cominciato da tempo. Sono convinta anche io che è dai nostri quartieri, ovunque noi siamo che bisogna cominciare, a cominciare dalla nostra famiglia, dal nostro gruppo di amici. Perché non è facile oggi capire cosa fare ed abbiamo bisogno di confrontarci pacatamente per capire.
"Un innegabile bisogno di diritti, e di diritto, si manifesta ovunque, sfida ogni forma di repressione, innerva la stessa politica. E così, con l’azione quotidiana, soggetti diversi mettono in scena una ininterrotta dichiarazione di diritti, che trae la sua forza non da una qualche formalizzazione o da un riconoscimento dall’alto, ma dalla convinzione profonda di donne e uomini che solo così possono trovare riconoscimento e rispetto per la loro dignità e per la stessa loro umanità.
Siamo di fronte a una inedita connessione tra l’astrazione dei diritti e la concretezza dei bisogni, che mette all’opera soggetti reali. Certo non i «soggetti storici» della grande trasformazione moderna, la borghesia e la classe operaia, ma una pluralità di soggetti ormai tra loro connessi da reti planetarie. Non un «general intellect », né una indeterminata moltitudine, ma una operosa molteplicità di donne e uomini che trovano, e soprattutto creano, occasioni politiche per non cedere alla passività e alla subordinazione".
Marìa Zambrano

Conversazione con una pietra – Wisława Szymborska

Busso alla porta della pietra.
− Sono io, fammi entrare.
Voglio venirti dentro,
dare un’occhiata,
respirarti come l’aria.

−Vattene − dice la pietra.−
Sono ermeticamente chiusa.
Anche fatte a pezzi
saremo chiuse ermeticamente.
Anche ridotte in polvere
non faremo entrare nessuno.

Busso alla porta della pietra.
− Sono io, fammi entrare.
Vengo per pura curiosità.
La vita è la sua unica occasione.
Vorrei girare per il tuo palazzo,
e visitare poi anche la foglia e la goccia d’acqua.
Ho poco tempo per farlo.
La mia mortalità dovrebbe commuoverti.

− Sono di pietra − dice la pietra −
e devo restare seria per forza.
Vattene via.
Non ho i muscoli per ridere.

Busso alla porta della pietra.
− Sono io, fammi entrare.
Dicono che in te ci sono grandi sale vuote,
mai viste, belle invano,
sorde, senza l’eco di alcun passo.
Ammetti che tu stessa ne sai poco.

− Sale grandi e vuote − dice la pietra −
ma in esse non c’è spazio.
Belle, può darsi, ma al di là del gusto
dei tuoi poveri sensi.
Puoi conoscermi, però mai fino in fondo.
Con tutta la superficie mi rivolgo a te,
ma tutto il mio interno è girato altrove.

Busso alla porta della pietra.
− Sono io, fammi entrare.
Non cerco in te un rifugio per l’eternità.
Non sono infelice.
Non sono senza casa.
Il mio mondo è degno di ritorno.
Entrerò e uscirò a mani vuote.
E come prova d’esserci davvero stata
porterò solo parole,
a cui nessuno presterà fede.

− Non entrerai − dice la pietra.−
Ti manca il senso del partecipare.
Nessun senso ti sostituirà quello del partecipare.
Anche una vista affilata fino all’onniveggenza
a nulla ti servirà senza il senso del partecipare.
Non entrerai, non hai che un senso di quel senso,
appena un germe, solo una parvenza.

Busso alla porta della pietra.
− Sono io, fammi entrare.
Non posso attendere duemila secoli
per entrare sotto il tuo tetto.

− Se non mi credi − dice la pietra −
rivolgiti alla foglia, dirà la stessa cosa.
Chiedi a una goccia d’acqua, dirà come la foglia.
Chiedi infine a un capello della tua testa.
Scoppio dal ridere, d’una immensa risata
che non so far scoppiare.

Busso alla porta della pietra.
− Sono io, fammi entrare.
− Non ho porta − dice la pietra.

Wisława Szymborska, da “Sale” 2005
(Traduzione di Pietro Marchesani)


21/01/17

La diversità del modo di essere umani è incurabile

Keith Harring
Penso che la cosa più eccitante, creativa e fiduciosa nell'azione umana sia precisamente il disaccordo, lo scontro tra diverse opinioni, tra diverse visioni del giusto, dell'ingiusto, e così via.
Nell'idea dell'armonia e del consenso universale, c'è un odore davvero spiacevole di tendenze totalitarie, rendere tutti uniformi, rendere tutti uguali. Alla fine questa è un'idea mortale, perché se davvero ci fosse armonia e consenso, che bisogno ci sarebbe di tante persone sulla terra? Ne basterebbe una: lui o lei avrebbe tutta la saggezza, tutto ciò che è necessario, il bello, il buono, il saggio, la verità.
Penso che si debba essere sia realisti che morali. Probabilmente dobbiamo riconsiderare come incurabile la diversità del modo di essere umani.
Zygmunt Bauman
Credo che dovremmo proteggere con cura il nostro disaccordo, che dovremmo continuare a scontrarci, a confrontarci possibilmente dialogando e non rinunciando mai al dubbio, grande consigliere. 
Penso che dovremmo stare attenti a non demonizzare una parere contrario, a farci portavoce di chi è più debole e di chi non ha voce, di chi manca sempre all'appello perché non interpellato o perché non gli sono stati dati gli strumenti per parlare della sua visione del mondo o dell'urgenza dei suoi bisogni.
E quando qualcuno ci parlerà di "popolo" dovremmo chiedergli a chi si riferisce, chi è "il popolo"? E quando parlerà di "noi", dovremmo domandargli  il perché non anche "gli altri" o anche "loro"? 
Certi discorsi "armano", danno potere a qualcuno contro qualcun altro  quando dico potere intendo danno l'autorizzazione alla violenza. 
Dobbiamo vigilare, prendere posizione, discutere, parlare, ma opporci alla violenza e alla sopraffazione.  Diventiamo ponti, abbattiamo i muri.

20/01/17

Le parole ci sono state donate

Fotografia di Edouard Boubat
"Le parole, come è noto, sono sapienti di per sé e per questo, ogni volta, prima ancora di pronunciarle bisognerebbe ascoltarle come all'inizio. Infatti, non sono nostre, ma ci sono state donate le abbiamo apprese. Perché non suonino vane e necessario che non se ne perda l’eco profonda, che nel dirle si sia ancora capaci di risentirle quasi a trattenerle per evitare che con il suono ne svanisca anche il senso”
"Eppure le parole, per contare, dovrebbero avere peso. Ma come, quando, quanto pesano? E perché? Non si può rispondere a queste domande se non ci si mette nelle condizioni di ponderare le parole, di accertare quali significati intenzionano, come si formano i giudizi. Il linguaggio si ammala Wittgenstein lo aveva perfettamente (...)
Nel tempo della chiacchiera, in un tempo mai come questo lontano dal silenzio, il lavoro sulle parole è esercizio teoretico ma anche azione morale" 
Salvatore Natoli
Ci piace parlare, dialogare, discutere. Ci piace conversare, confidarci, E per far questo usiamo il linguaggio, le parole si anellano le une all'altra per raggiungere l'altra persona.
Vorremmo poi essere capiti, compresi, vorremmo che l'altro ci sapesse ascoltare, e fondare così la nostra amicizia.
Ma spesso otteniamo l'effetto contrario. La parola non si incontra con quella dell'altro, ma si scontra; la parola non accoglie, ma respinge; non dialoga, ma prevarica. La parola troppo spesso viene usata e manipolata.

Forse ci sentiamo troppo padroni del nostro linguaggio, non ci accorgiamo che la parola vive al di là di noi, e, se usata con leggerezza, si può rivelare insidiosa e pericolosa.

Forse dobbiamo abitare un po' di più il silenzio, lasciare che le nostre parole si depositino e ci abitino per  ritrovare il senso che vogliamo davvero dargli, forse dobbiamo ritrovare l'umiltà di chi appunto ha ricevuto un "dono" così importante da non essere mai sprecato. 
Ritrovare le parole, trattarle come beni preziosi da usare con parsimonia e con rispetto delle parole dell'altro.


19/01/17

Still Life di Uberto Pasolini

L'umanità e la disumanità si manifestano in mille forme e in mille situazioni. E' quello che vediamo in questo film del 2013 di Uberto Pasolini interpretato magnificamente da Eddie Marsan.

John May è un funzionario comunale, il suo compito è ricercare i parenti di persone morte dimenticati da tutto e da tutti. Lui se ne fa carico. Il suo è un lavoro, ma diventa per lui una missione per  restituire ad ognuno la propria dignità almeno alla fine. 
Un rossetto quasi nuovo, una collana da poco prezzo, una lettera d'auguri al proprio gatto oppure una serie di bottiglie di whisky vuote, le mutande ad asciugare sul termosifone, un album di fotografie ormai ingiallite, diventano per John May degli indizi, dei segni. Seguendo questi indizi, cercherà di ritrovare familiari o, in mancanza di questi, se ne servirà per ricostruire una storia che possa appartenere al defunto. Perché nessuno può morire senza una storia, una sua identità.
Se non trova nessuno, organizza, lui stesso il suo funerale: scrive discorsi celebrativi, cerca la musica appropriata all'orientamento religioso del defunto, presenzia ai funerali. In un album dove raccoglie le fotografie che ritrova nelle case in cui sono vissuti, un modo perché il loro ricordo non scompaia del tutto e per sempre. 

Fuori dal lavoro però la vita di John May è monotona, ripetitiva: anche lui non ha famiglia e non ha amici, mangia sempre la stessa scatoletta di tonno, indossa sempre gli stessi vestiti, percorre sempre lo stesso tragitto.
E'un uomo ordinato e meticoloso, segue abitudini consolidate nel tempo, svolge il suo lavoro con devozione e amore, ma non tutti sono d'accordo con lui: i tempi che impiega sono troppo lunghi, la scelta delle sepolture troppo dispendiose: la cremazione è molto più economica ed efficace. Quindi viene licenziato. Insomma anche in questo campo, è l'efficienza che conta, non la cura che si mette a svolgere il proprio compito. 

E' un duro colpo per lui, ma ha ancora una pratica che gli sta a cuore in sospeso e chiede al suo superiore di concedergli pochi giorni per chiuderla: l'ultimo defunto è di Billy Stoke, un vecchio alcolizzato che aveva  però aveva avuto un passato felice. Indaga, incontra diverse persone che l'hanno conosciuto e arriva a conoscere sua figlia, Kelly, perduta per orgoglio molti anni prima, ma di cui conserva un ricco album di fotografie. Lasciata Londra John incontra la giovane donna con cui nasce una bella amicizia e complicità.

Un’opera profonda e toccante che racconta una storia drammatica con mano leggera e toni poetici. Il premio alla regia ricevuto a Venezia nella sezione Orizzonti è solo una delle conferme di questa qualità del film firmato da Uberto Pasolini, italiano di nascita ed inglese di adozione.

Still Life è una lenta riflessione sulla vita e sulla morte, che attraverso il ritratto di un uomo mette a nudo l'insensibilità di un mondo che non ha posto per i "perdenti".  
Nell’atmosfera grigia  del sud di Londra, si muove il bravissimo Eddie Marsan che offre un'interpretazione straordinaria del suo personaggio che conduce una vita umile, sempre uguale, ma non per questo senza senso. 

Pasolini si concentra sulla storia di questo piccolo grande uomo, ne delinea la sua psicologia all'apparenza indecifrabile. Ci spinge ad  osservarlo e lo sguardo del regista è  empatico. Still Life, è un film  ricco di umanità che vuole con discrezione – e senza nessuna presunzione – offrire una rappresentazione della vita da un'angolatura particolare che spesso ci sfugge.
Con questa sua delicatezza, Still Life riesce ad essere il ritratto di un uomo ed una efficace riflessione sulla mortalità e l'importanza di condividere la propria vita.
Ho scritto la sceneggiatura per lui. - dice il regista del protagonista - Avevo lavorato con Eddie circa 12 anni fa nel film I vestiti nuovi dell’imperatore in cui aveva 3 scene e 6 battute. Nonostante il poco materiale è riuscito a dare un grande spessore alla sua figura. Marsan ha una grande umanità legata ad un talento e una tecnica magnifici; si è lasciato guidare dalla sceneggiatura e quando eravamo sul set abbiamo lavorato sul dettaglio e sulle sfumature. Eddie in Still life riesce a comunicare emotivamente “scomparendo” – l’attore ha svolto un grandissimo lavoro di sottrazione n.d.r.. Inoltre Eddie ha una grandissima generosità nei confronti della storia e della scena, non pensa mai a mettersi in mostra ma solo a migliorare il risultato del film. Io che lavoro nel cinema da 30 anni posso dire che questa generosità verso il materiale e verso la troupe è una vera rarità.
La traduzione dell'espressione inglese Still Life in italiano è natura morta ma il mio film non è sulla morte, è sulla vita. Preferisco altre interpretazioni del titolo: una vita ferma, che non si muove, sempre uguale come è quella del mio protagonista all'inizio del film, ma si può tradurre anche con "una vita per immagini" oppure "ancora in vita" che poi è il senso profondo del film. Ogni vita va valorizzata per quello che è.
"L'idea per il film è nata dalla lettura di un'intervista su un quotidiano inglese a uno di questi funzionari comunali - dice Pasolini - e mi è venuta la curiosità di capire di più del loro lavoro. Per sei mesi li ho affiancati nelle loro mansioni, sono stato con loro nelle case dei defunti, ho presenziato alla cremazione o ai funerali di tante persone dove spesso io ero l'unico, a parte l'officiante, perché talvolta neppure i funzionari che hanno organizzato il funerale posso essere presenti, per i loro impegni di lavoro. Quasi tutto quello che si vede nel film l'ho tratto dalla realtà, la signora che scriveva i biglietti di auguri al proprio gatto è stata la mia prima visita.
Uberto Pasolini è un ex banchiere che ha scelto il mondo del cinema, da trent'anni lavora nella produzione inglese, ha alle spalle un successo come "Full Monty", ad oggi il film inglese di maggior successo al botteghino del Regno Unito. Da regista ha già firmato Machan, storia vera di un gruppo di cingalesi che si fingono la nazionale di palla a mano dello Sri Lanka per emigrare in Europa. 
"Il cinema per me è una scusa per conoscere situazioni sociali diverse dalle mie", spiega. "Con questo film mi interessava raccontare la condizione di isolamento in cui viviamo sempre più nelle grandi città sia anziani che giovani. Prima di girare il film io non conoscevo i miei vicini di casa, ora li conosco e li frequento. Posso dire che "Still Life" una cosa l'ha ottenuta, io che sono un solitario, ossessivo e considerato da gli altri glaciale, sono un po' cambiato". "Still life, con la sua tematica della solitudine, è diventato anche un modo per interrogare me stesso e capire che rapporto ho io con i miei familiari e conoscenti. L’ho sentito molto anche a livello personale e infatti durante le riprese mi sono spesso commosso".
Ogni cosa che fa John May, ogni suo gesto è poesia, egli sa ripristinare la giustizia che la vita con il suo corso ha sopraffatto e  ci invita a vivere con responsabilità civile il nostro ruolo nella società

18/01/17

Amore dopo amore di Derek Walcott

Natura morta di Van Gogh
Amore dopo amore

Tempo verrà
in cui, con esultanza,
saluterai stesso arrivato
alla tua porta, nel tuo proprio specchio,
e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro,

e dirà: Siedi qui. Mangia.
Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato

per tutta la tua vita, che hai ignorato
per un altro e che ti sa a memoria.
Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore,

le fotografie, le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua immagine.
Siediti. È festa: la tua vita è in tavola.

Derek Walcott, Mappa del nuovo Mondo

17/01/17

Insegnare la responsabilità

Illustrazione di  Quentin Blake
Ricordo che un giorno ho trovato dei ragazzi che prendevano a calci nei bagni Luigi. Anche se non erano della mia classe li ho fermati e ho chiesto loro cosa aveva fatto quel compagno. Niente, mi hanno risposto. Allora perché lo picchiate? Così, per divertirci, scherzavamo. Il ragazzo maltrattato si è alzato e ha confermato la versione dei compagni: stavamo solo giocando, mi ha detto con la tristezza negli occhi.

Si fa un gran parlare di ragazzi violenti, di bullismo, ma poco si fa per capirne le cause e per essere più presenti nella soluzione di questi problemi.
Si usa violenza quando non si riesce ad articolare la propria voce, quando non si riesce ad affermare in un modo diverso la propria esistenza.
Tra di loro i ragazzi non sono abituati, se nessuno glielo insegna, ad ascoltarsi, a soccorrersi. Si giudicano per come vestono, per come riescono nei giochi, per la simpatia o antipatia che suscitano, per l'aspetto fisico, ma non si conoscono veramente.
L’aggredire l'altro è normale, prenderlo in giro, insultarlo è uno “scherzo”, non hanno coscienza di far del male.

E’ quotidiano prendere di mira qualcuno, farlo oggetto di scherzo senza accorgersi quando si supera il limite di sopportazione che l'altro può sostenere.
Non sanno, soprattutto, dare risposte del loro comportamento, non sanno quindi cosa “vuol dire essere responsabili”.
E’ compito di noi adulti far comprendere la differenza tra scherzo e offesa, tra divertimento e aggressione dell'altro, far notare che ciò che noi soffriamo è sofferenza anche nell'altro, che la sensibilità può essere diversa, che qualcuno può essere più vulnerabile. Starebbe a noi parlare di sentimenti, di emozioni, ma forse anche noi abbiamo perso questi valori, forse anche noi non ne siamo più capaci.
Sta a noi educarli a “dare risposte”, a essere responsabili dei loro comportamenti non per “punirli”, ma per far loro prendere coscienza di quanto ogni piccolo gesto può far del bene o del male. Per renderli partecipi della vita degli altri, per aiutarli a sentirsi “individui” tra altri”individui” e non parte di un gruppo in cui comanda chi alza più la voce per farsi sentire.
E’ un lavoro lungo, continuo, attento. Troppo spesso liquidiamo questi comportamenti con un “sono solo ragazzate” o “una sospensione”, due estremi che nulla hanno a che fare con il lavoro di educazione alla responsabilità e all’affettività. 
I bambini, i ragazzi oggi, sembrano più adulti, perché hanno i desideri dei grandi, ma in realtà sono sempre più immaturi affettivamente, sempre meno sanno decifrare le loro emozioni, sanno parlare dei loro sentimenti e delle loro paure. Perchè sempre meno abbiamo  tempo di parlare e stare con loro.
E’ importante allora creare spazi dove i ragazzi possano parlarsi, rispondere delle loro azioni, raccontare le loro difficoltà, spazi dove si impari l’ascolto, il dialogo, il confronto.
Come dice Lacan è importante 
“Aprire spazi, margini perché abbia luogo quell’apertura che noi siamo, perché l’apertura possa darsi e lì allora darsi la parola”
Uno spazio in cui si  impara “l’alfabeto affettivo delle emozioni”, dove si impara ad ascoltare se stessi e ascoltando se stessi  imparare anche ad ascoltare gli altri.

Come si genera la poesia di Rainer Maria Rilke

Per un solo verso si devono vedere molte città,
uomini e cose, si devono conoscere gli animali,
si deve sentire come gli uccelli volano,
e sapere i gesti con cui i fiori si schiudono al mattino.
Si deve poter ripensare a sentieri in regioni sconosciute,
a incontri inaspettati
e a separazioni che si videro venire da lontano,
a giorni d’infanzia che sono ancora inesplicati,
ai genitori che eravamo costretti a mortificare
quando ci porgevano una gioia e non la capivamo,
a malattie dell’infanzia che cominciavano in modo così strano
con tante trasformazioni così profonde e gravi,
a giorni in camere silenziose, raccolte,
e a mattine sul mare, al mare, a mari, a notti di viaggio
che passavano alte rumoreggianti e volavano con tutte le stelle,
e non basta ancora poter pensare a tutto ciò.
Si devono avere ricordi di molte notti d’amore,
nessuna uguale all’altra, di grida di partorienti,
e di lievi, bianche puerpere addormentate che si schiudono.
Ma anche presso i moribondi si deve essere stati,
si deve essere rimasti presso i morti
nella camera con la finestra aperta
e i rumori che giungono a folate.
E anche avere ricordi non basta.
Si deve poterli dimenticare, quando sono molti,
e si deve avere la grande pazienza di aspettare che ritornino.
Poiché i ricordi di per se stessi ancora non sono.
Solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto,
senza nome e non più scindibili da noi,
solo allora può darsi che in una rarissima ora
sorga nel loro centro e ne esca la prima parola di un verso.
 Da "I quaderni di Malte Laurids Brigge"

16/01/17

Marìa Zambrano e il suo esilio

Il nostro è il mondo dei giudizi facili. E' il mondo che presume di essere al di sopra degli altri, di poter quindi decidere il destino di chi riteniamo non appartenere al mondo del "noi", ma a quello del "loro".
E' il mondo che taglia e non tesse, che es-clude e non in-clude. E' il mondo che parla e non ascolta, che discute, prevarica e non dialoga, è il mondo del rumore che teme il silenzio,  che rottama, ma non costruisce e non progetta. E' il mondo del tutto o niente, che non crede ai piccoli passi, al lavoro paziente e costante.

E' il mondo dell'indifferenza diffusa, che considera gli uomini le donne per la loro funzionalità e non per il loro valore, che scarta e guarda scuotendo la testa la fiumana di gente che è costretta a partire, a lasciare la propria terra, che erige muri, che schiera eserciti, che produce violenza, che produce solitudine e disperazione.

Ma faremmo forse un errore a pensare che una volta era meglio.
No, non lo era.
Leggo con passione e lentezza Marìa Zambrano, la considero una guida che si rivela pian piano, che ti pone con garbo e gentilezza interrogativi che non ti lasciano più, ma anche piccole risposte che ti aprono una strada di ricerca.

Parla spesso dell'esilio Marìa Zambrano perché è rimasta lontano dalla Spagna per ben 40 anni  per sfuggire al regime franchista: aveva partecipato alla guerra civile e nel gennaio 1939 era nella colonna di profughi che abbandonava la Spagna ormai in mano all'esercito del dittatore.
E' una donna che ha fatto delle scelte dolorose, ma da esse ha saputo trarre saggezza e sapienza.

L'esilio è un momento di sradicamento da tutto e da tutti, è l'esperienza più drammatica è quella della solitudine estrema. Dice la Zambrano:
La patria è il mare che accoglie il fiume della moltitudine. Quella moltitudine nella quale ognuno va senza allontanarsi e senza perdersi, il Popolo, camminando al passo con i vivi e con i morti.
E quando si esce da quel mare, da quel fiume, soli tra cielo e terra, bisogna raccogliersi e reggere il proprio peso; bisogna ricucire tutta la vita passata che diventa presente, e tenerla sospesa perché non si trascini. 
Non bisogna trascinare il passato, né il presente; bisogna levare in alto il giorno appena trascorso, ricongiungerlo con tutti gli altri, sostenerlo. Bisogna salire sempre. Questo è l'esilio, una china, ancorché nel deserto. (...) E il cuore, quello bisogna tenerlo in alto, bisogna innalzarlo perché non sprofondi, perché non venga meno. E per non andare, noi stessi in pezzi.
L'esiliato entra "come in un oceano senza nessuna isola in vista". Strappato al tempo comune della storia, rimane solo col passare "goccia a goccia" del tempo, senza più un posto a cui possa sentire di appartenere, solo col semplice fatto di sentirsi vivo, "l'incredibile fatto di vivere".  
"Comincia, l'iniziazione dell'esilio, quando comincia l'abbandono, il sentirsi abbandonato", in totale nudità, senza nessuna legittimazione o garanzia, senza diritti, perché "dinanzi al nudo essere nessuna difesa è possibile". L'esilio non è rimanere soltanto senza una patria (destierro), ma è rimanere senza più nessun riparo (des-amaparo), è essere gettati fuori, "esposti d'un tratto alle intemperie senza appigli". 

E nella solitudine l'esilio è un richiamo a se stessi, a quello sconosciuto che ciascuno è a se stesso, l'esilio è un dover rinascere non una volta, ma tante volte in uno sforzo infinito per ritrovare una propria storia e entrare nella storia del luogo in cui vivi o sopravvivi.

Forse se ognuno di noi facesse questa esperienza troverebbe un modo per imparare a tacere, se non a comprendere almeno a tacere. Imparerebbe a guardare prima di parlare, a chiedersi quante volte ancora nella storia dobbiamo vedere l'orrore che l'uomo provoca all'altro uomo per imparare che un'altra umanità è possibile e può cominciare se noi cominciamo. Ma per far questo dobbiamo imparare a sentire per poter pensare come diceva Marìa Zambrano.