"Dove credete che siano andati gli unicorni, gli ippogrifi dagli occhi dolci e mansueti, le sirene gentili e aggraziate?
In nessun posto: sono sempre qui. E' solo che non li vediamo". E. Bencivenga
05/05/13
In quanto un po' all'antica, ritengo che la lettura sia il più bei passatempo mai escogitato dall'umanità. L'Homo ludens danza, canta, si produce in gesti pieni di significato, assume pose, si acconcia, banchetta e celebra elaborate cerimonie. Non voglio sottovalutare l'importanza di simili passatempi senza, la vita umana scorrerebbe con una monotonia inimmaginabile e forse andrebbe allo sbando. Tuttavia si tratta di azioni di gruppo su cui aleggia, più o meno percettibile, quel certo odore da addestramento militare collettivo. Con un Libro in mano, l'Homo ludens è libero. Almeno nella misura in cui gli è concesso esserlo. È lui a stabilire le regole del gioco, obbedendo soltanto alla propria curiosità. Gli è dato di leggere sia libri intelligenti, dai quali apprendere qualche cosa, sia libri sciocchi, perché anche da quelli è possibile ricavare informazioni. È libero di non leggere un libro sino alla fine e di cominciarne un altro dall'ultima pagina, risalendo verso l'inizio. È libero di farsi una risatina là dove non è previsto, o di soffermarsi inaspettatamente su parole che poi ricorderà per tutta la vita. È libero infine e nessun altro passatempo lo consente di prestare ascolto alle argomentazioni di Montaigne o di fare un tuffo nel Mesozoico.
Da un po’ di tempo mi pongo una domanda. Ma la gioia è scomparsa dal nostro vocabolario. Da tempo non si sente che gente afflitta e preoccupata. E ci sono i motivi, tanti, troppi. E’ la situazione politica a preoccuparci e a farci perdere ogni fiducia nel futuro. E’ l’assenza di orizzonti, ideali, di un motore insomma che ci aiuti ad attraversare "i tempi bui".
Del resto molti filosofi hanno considerato la gioia una dimostrazione di mancanza di profondità, uno stordimento episodico da cui la filosofia ci allontana ("Colui che aggiunge conoscenza, aggiunge dolore", dichiara l’Ecclesiaste).
Ma i tempi bui sono sempre esistititi. L'insoddisfazione è sempre stata la reazione più diffusa, rispetto a ogni momento storico. Ci sono forse momenti più bui degli altri, ma non ho mai sentito dire nella mia vita: stiamo vivendo un buon momento storico. Borges, parlando dei suoi antenati ha detto: "Ebbero in sorte, come in tutti gli uomini, di vivere in tempi difficili".
E prossimano dire che in altri luoghi la situazione non sia anche peggio della nostra? Eppure, anche nelle situazioni più drammatiche, mi è capitato di vedere persone abbandonarsi a momenti di gioia: per un atto di amicizia, per lo sbocciare di un fiore, per una bella giornata…
La gioia è fatta apparentemente di nulla. Sa di non avere spiegazioni razionali, di non avere finalità. Sopraggiunge e basta. "La gioia non consiste nella rassegnazione gioiosa a ciò che succede nella vita, ma nel fatto stesso di vivere" diceva Robert Louis Stevenson.
Ed è proprio in questo che sta la sua forza. Come dice un proverbio cinese, "nessun uomo può impedire che l'oscuro uccello della tristezza voli sulla sua testa, ma può invece impedire che gli si annidi fra i capelli". La gioia è capace di vincere, con la sua leggerezza, almeno per un momento, la triste pesantezza che ci opprime. Ci dà energia, anche se magari (come dice Savater) ci troviamo "a danzare sull'orlo di un abisso senza fondo".
La realtà, insomma, perde la sua pesantezza senza per questo smettere di essere reale.
Non dobbiamo perdere la capacità di gioire, non dobbiamo perdere questa energia che ci può aiutare ad affrontare le difficoltà e le sfide della vita.
Siamo oppressi da una realtà politica e sociale avvilente, m non possono chiuderci in una gabbia di tristezza e disincanto. Viviamo e coltiviamo con cura il nostro microcosmo: non rinunciamo a guardarci intorno e a tendere una mano là dove c’è bisogno, a esserci ovunque siamo, a partecipare dove possiamo, a essere quello che gli altri pensiamo che non siano.
E se tutto ci sembra buio, ritrovare la gioia di vivere ci aiuterà a cercare quei raggi di luce che comunque a tratti si fanno vedere e che ci fanno intravedere la direzione verso cui dobbiamo camminare.
Bisogna
imparare di nuovo ad amare la condizione umana qual è, accettare i suoi limiti
e i suoi rischi, avere un rapporto diretto con le cose, rinunciare ai nostri
dogmi di partito, di patria, di classe, di religione, tutti intransigenti e
dunque tutti forieri di morte. Quando faccio il pane, penso alla gente che ha
fatto spuntare il grano, penso ai profittatori che ne gonfiano artificialmente
il prezzo, ai tecnocrati che ne hanno guastata la qualità – non che le tecniche
recenti siano necessariamente un male, ma il fatto è che si sono messe al
servizio dell’avidità che è certamente un male, e che la maggior parte di esse
sussiste solo in virtú di grandi concentrazioni di forze che sono piene di
potenziali pericoli. Penso a chi non ha pane, e a chi ne ha troppo, penso alla
terra e al sole che fanno crescere le piante. Mi sento idealista e materialista
al tempo stesso. Il cosiddetto idealista non vede il pane, né il prezzo del
pane, e il materialista, per un curioso paradosso, ignora che cosa significhi
quella cosa immensa e divina che chiamiamo “la materia”.
M.Yourcenar, Ad occhi aperti, Bompiani, Milano
Quante
volte mi sono sentita insoddisfatta, inquieta. Avevo fatto dei sogni che
avevano rivelato tutta la loro vacuità. Mi sentivo confusa in
una folla di persone tra cui non riuscivo a scorgere un volto, a captare uno
sguardo, ad ascoltare una voce.
Mi
veniva da pensare a quello che avrebbe potuto essere, ma non era stato. Era
come se in me ci fosse un’altra persona che chiedesse di venir fuori, di non
rimanere schiacciata da una quotidianità sempre più frenetica. Il tempo passa,
passa inesorabile, mi dicevo. Giorno dopo giorno, ora dopo ora lo sentivo
sfuggirmi di mano come fosse un’entità che si fosse impadronito di me. Mi
sentivo vittima di un destino irreversibile.
Ora
ho capito che noi siamo sempre degli individui incompiuti, che il tempo passa
perché deve passare e che cammina con noi, non contro di noi.
Io,
forse, non sono quello che avevo pensato di diventare. Sono quello che sono,
una persona che va incontro alla vita e, affrontandola, sceglie una strada
piuttosto che un’altra. Il mio sguardo si apre all’attimo che viene dopo con il
desiderio della consapevolezza. Il presente per me non è altro che il momento
in cui il passato si trasforma in futuro.
In
questo continuo cammino continuo a crescere:gioia, dolore, pianto, riso, tenerezza, rabbia, si mescolano e si
rimescolano e il mio pensiero cerca di far loro da guida.
Ciò
che dentro di me sembrava soffocato e imprigionato, ora si è trasformato in una
sorta di forza che fa emergere pian piano ciò che non sapevo ancora di
essere.
Ed
è questo momento di cui parla Jung e che vede in colui che: “passando
attraverso le peripezie della sua trasformazione psichica, che a volte appare
più che altro come una sofferenza, scopre una felicità nascosta che lo
riconcilia con il suo isolamento. Nel suo rapporto con se stesso, questo essere
umano (…) ha trovato una relazione che gli dà una felicità simile a quella di
un amore segreto, o che appare come una primavera nascosta che da un arido
terreno fa scaturire verdi germogli”.
E soprattutto ho imparato a godere di ciò che mi si presenta ogni giorno, della necessità della concretezza del mio agire quotidiano, e credo che sia importante lavorare per il piccolo microcosmo che abitiamo e lì cercare di "fare la differenza", di uscire da discorsi altisonanti quanto inutili, pensare per fare, fare ogni giorno, ogni momento quello che posso per dare il mio piccolo contributo e sottrarmi a quel pessimismo inutile a cui ci induce tutti quelli che dall'alto decidono per noi... Ma non tutto.
C'è molta incertezza per il futuro del nostro paese. I prossimi giorni sono importantissimi.
Eppure, mi sembra, che al di là di tutto, mai come questa volta la volontà di molti elettori sia chiara.
Dice Barbara Spinelli su Repubblica:
"C'è il desiderio del popolo di farsi cittadino, anziché massa informe, zittita, spostabile. E c'è una vera e propria esplosione partecipativa: non un fuoriuscire dalle istituzioni pubbliche, come in Forza Italia o Lega, ma una presa di parola. (...) Il cittadino dipinto da Grillo non intende annientare lo Stato: "si fa Stato", vuol essere ascoltato, contare. Diffida di un patto con le generazioni future che "salti" quella presente".
I partiti non hanno saputo intercettare questa volontà, non hanno saputo dare rispostoe ai problemi concreti che vive la gente ogni giorno. Del resto chi è sceso nelle strade, chi ha parlato con la gente? Tutti si sono fermati ai talk show e a qualche debole comizio o assemblea, come sempre.
I cittadini che votano vivono il presente e se non hanno lavoro, se gli vengono chiesti sacrifici che vanno al di là delle loro possibilità, se davanti a sè hanno politici corrotti, che guadagnano fuori da ogni misura, sguaiati e sprezzanti o che si attaccano al loro potere rendendo vana ogni possibilità di ricambio, non possono che dire: basta. Lo hanno fatto con Grillo, anche perchè è forse stato l'unico politico che è sceso tra la gente con parole d'ordine chiare e comprensibili. Dice la Spinelli che All'Economist Grillo ha confidato: "Il mio movimento è un antidetonante: regola la paura". Difficile confutare il suo presagio: senza M5S, l'ira popolare secernerebbe un'Alba Dorata greca o il dispotismo ungherese di Orbán".
Siamo usciti da una situazione di stallo, da una situazione in cui: "Le macerie già c'erano, affastellate da partiti chiusi nei recinti e da regioni (la Lombardia, non esclusivamente la Sicilia) prive di senso dello Stato da un secolo e più".
Del resto gran parte di chi ha votato il Pd non era certo contenta della situazione. Quanti hanno dichiarato che votavano per il meno peggio, o perchè non si fidavano di disperdere il voto, visto che esisteva ancora e sempre insidioso il signor B. Ma ora è certo che non vuole nessun tipo di alleanza con la destra.Queste elezioni potrebbero diventare un'occasione di rinnovamento radicale anche di questo partito da troppo tempo dilaniato dalle lotte interne.Finalmente avrebbe l'opportunità di portare avanti riforme profonde in senso democratico quali sono alcune delle proposte dei grillini. Ora penso che moltissimi vorrebbero che si andase avanti in quella direzione e che si pensasse a chi è senza lavoro ad uscire da una politica solo di austerity.
Al Pd e ai grillini un appello: non perdete questa occasione. Fate in modo di aiutarci ancora a credere nella politica. Il futuro è nelle vostre mani...
L'ignoranza del paese ha distrutto partiti-padroni, e tutto diventa davvero imprevedibile. Ma l'imprevedibilità può essere anche un'enorme occasione: incita a cambiamenti sociali profondi. I progetti alternativi ai dogmi dell'austerità possono sortire effetti negativi: tanti lo temono, insieme al governo tedesco. Ma anche l'anticipazione di effetti perversi può fallire. Se ci precludessimo ogni sperimentazione saremmo paralizzati, prede di ricette che già annientano la Grecia. Nella vita individuale come in quella collettiva vale la pena buttarsi nell'ignoto, riconoscere che certe cure sono mortali. In Italia vale la pena tentare alleanze inedite (l'accordo prospettato da M5S sulle idee: conflitto d'interessi, corruzione, costi della politica), perché solo osando e provando tramuteremo la crisi in una trasformazione. E non è una trasformazione, ciò cui aspiriamo".
Barbara Spinelli
E' arrivata l'ora di chiedere a tutti quelli che proclamano di avere a cuore il nostro Paese di unirsi e dialogare per trovare soluzioni e assicurare sì la governabilità, ma anche un paese più giusto davvero. Questo lo vuole anche Grillo. E allora mettetevi al lavoro e fateci uscire da questo pantano. Di parole siamo stanchi
Imparate a inventare nuovi modi di fare politica, ma non arroccatevi... Il vecchio ed il nuovo si contamino finalmente. .. Non lasciate in mano questo paese al signor B., alla corruzione, agli interessi di parte, all'ingiustizia sociale.
Siamo un paese fortemente in bilico, sta alla volontà dei politici, ma anche dei militanti o elettori delle due forze politiche non far cadere l'Italia nel baratro e farlo diventare un laboratorio nuovo e fecondo.
«Più invecchio anch'io più mi accorgo che l’infanzia e la vecchiaia non solo si ricongiungono, ma sono i due stati più profondi in cui ci è dato vivere. In essi si rivela la vera essenza di un individuo, prima o dopo gli sforzi, le aspirazioni, le ambizioni della vita. [...] Gli occhi del fanciullo e quelli del vecchio guardano con il tranquillo candore di chi non è ancora entrato nel ballo mascherato oppure ne è già uscito. E tutto l’intervallo sembra un vano tumulto, un’agitazione a vuoto, un inutile caos per il quale ci si chiede perché si è dovuto passare».
Marguerite Yourcenar, “Archivi del Nord”
Pochi giorni prima di morire, mi hai chiesto quasi sottovoce: "Me l'hai portato?", "Che cosa, mamma?","Il cane".
Subito non capivo cosa tu volessi dire, poi mi sono ricordata di quel cagnolino bianco che quest'estate aveva fatto un'irruzione gioiosa nel tuo giardino al mare. Ti aveva fatto le feste, per nulla intimorito era entrato in casa ed aveva accettato da bere. Sembrava aver vissuto sempre con noi e tu te ne sei innamorata.
"Se è senza padrone lo tengo" mi hai detto e mi sono stupita perché di animali non ne volevi più sapere. Poi il padrone l'aveva e gliel'abbiamo restituito.
Tu non l'hai mai dimenticato ed io ti avevo detto che avrei potuto trovartene un altro, ma così come si dicono tante cose che poi si dimenticano. Non avevo compreso che lo desideravi davvero, come volevi uscire, non importava più se in carrozzella, se dovevi cedere al tuo grande senso di dignità: "Sì, - mi dicevi - appena farà un po' meno freddo andremo fuori". Ed io avevo cominciato a pensare dove avrei potuto portarti. Sicuramente in luoghi dove ci fossero fiori che tu amavi tanto.
Volevi comprarti qualcosa di nuovo e volevi fare anche a me un regalo... Volevi... Ed invece sono stati gli ultimi giorni della tua vita. Te ne sei andata quasi in punta di piedi. E nella tua casa è scesa tanta pace.
Ora non ci sei più e a me non resta che pensarti con tanto rimpianto. Sui fiori che ti hanno accompagnato nel tuo ultimo viaggio, tutti noi abbiamo voluto scriverti un'unica parola: GRAZIE.
Il berlusconismo è elaborato in modo da essere pienamente compreso e accettato
soprattutto da chi più è privo di strumenti culturali
Stefano Bartezzaghi
E' su questo terreno che chi è veramente democratico dovrebbe lavorare. Ma cultura non è solo informazione, fare cultura non vuol dire solo fare conferenze o bei discorsi. Fare cultura vuol dire sviluppare il pensiero critico piuttosto che nozionistico nelle scuole, non "scandalizzarsi" perché i giovani sono... Parlare con i giovani piuttosto che di giovani.
La cultura perché diventi tale deve essere dialettica e deve favorire il dialogo soprattutto con le persone che a questo non sono abituati. Fare cultura vuol dire essere creativi e stare in mezzo alla gente e non sopra un piedistallo. Troppi uomini colti o di spettacolo vivono fuori dal mondo e per il solo fatto di essere "di sinistra" si sentono "assolti".
Fare cultura vuol dire "avere delle idee" e praticarle nella propria vita quotidiana. La cultura non può essere solo fatta di parole spese nel vento. Cultura è coltivare terreni incolti.
Guardo il mondo di Facebook perché di mondo si tratta e vedo scorrere parole, tante parole che sembrano inseguirsi in una corsa incessante. Un mondo che non demonizzo, che anzi, anche se faticosamente, tento di abitare anche io. E' una realtà e per comprenderla bisogna esserci.
Ma non posso nascondermi i rischi che si corrono. E non mi riferisco a chi usa Facebook per dire quello che gli viene in mente in quel momento, quello lo si fa anche nella vita reale. Mi riferisco proprio a chi cerca di immettere contenuti, idee e pensieri.
Il pericolo è quello di fermarsi lì. Da Facebook sono nati movimenti, mobilitazioni, su Facebook si fa campagna elettorale. Ma i messaggi sono veloci, sintetici, più slogan sono più funzionano, più si condividono. Ma dove finisce la riflessione, dove il dialogo? Dove l'argomentazione?
Sarebbe bello sfogliare Facebook come un possibile indice che rimanda a luoghi dove si pensa e si riflette, dove si impara il dialogo e l'ascolto, dove la parola risuoni lenta nello spazio del silenzio. Perchè la parola ha bisogno del silenzio altrimenti diventa solo rumore.
Vorrei che potessero coesistere diversi modi di comunicare, diversi luoghi, ma a volte temo che l'uno prevarichi sull'altro fino ad annullarlo. Si corre, si corre sempre, si è sempre di fretta, non si ha tempo, e allora ecco che la corsa ha preso anche il nostro pensiero e ha annullato il momento in cui ci si ferma appunto per fare "silenzio". La parola diventa allora dura, aggressiva mentre, come dice come dice Anna Rosa Buttarelli c'è bisogno di ritrovare: "una parola pubblica compassionevole, una parola che per essere
pronunciata, ha necessità di un cambiamento reale della mente e del cuore degli
uomini. (...) c'è bisogno di cammini concreti, di passaggi pratici, di pensieri
dell'esperienza che sostanziano le proposte teoriche”. C'è bisogno di recuperare la “parola
vivente”, del suo valore, del suo senso, della sua rarità.
“La mia autentica condizione, cioè
vocazione, è stata quella di essere, non di essere qualcosa, ma quella di
pensare, di vedere, di guardare, di avere la pazienza sconfinata che in me
permane, di vivere pensando e non di pensare al di fuori del vivere".
Amo leggere sia la letteratura che i saggi, mi
soffermo spesso sulla storia e dalle letture traggo insegnamenti preziosi.
Parole e idee entrano dentro di me e si mescolano e rimescolano fino a
diventare mie.
Borges diceva: “Spesso mi accorgo di non fare altro che citare qualcosa che
ho letto tempo addietro”. Bisognerebbe avere questa umiltà ed onestà
sempre. Siamo tutti debitori di pensieri fatti da altri e di esperienze che non
abbiamo mai vissuto.
Eppure spesso, quando ascolto certi studiosi di professione provo
uno strano senso di irritazione. Forse mi imbarazzano le loro certezze anche
quando parlano del dubbio, le loro parole che parlano di apertura, ma che nel
loro stesso farsi discorso, dall'alto della loro cattedra escludono chi ascolta. Mi fa pensare la loro sempre
più frequente paura di mescolarsi, di entrare nel gioco del mondo, di cercare
con ostinazione una nicchia in cui poter elaborare pensieri non contaminati. E
questo ostinato tenersi fuori, mi sembra l’altra faccia della medaglia di chi
nel mondo è troppo immerso e teme il silenzio della riflessione.
Mi sembra che il sapere che esce dalle loro menti sia troppo
freddo e chiuso. Le loro parole, pur evocando valori, principi spesso
encomiabili, mi appaiono come scrigni vuoti. Sono semi senza terra, sono terra
senza acqua. Sono parole che non vogliono descrivere se non le realtà che
conoscono. Vivono nei loro salotti, quelli delle loro case e quelli televisivi. Ma non conoscono la gente, la gente che fatica, che soffre, che passa loro accanto senza né essere vista né ascoltata.
Il rischio è allora che rimarranno sempre tante storie di vita ripudiate,
inascoltate, non prese in considerazione perché nessuno ha mai dato loro voce.
Non posso non ricordare Nuto Revelliil cui
impegno umano e civile è stato sempre quello di dar voce al dramma degli
incolpevoli, dei poveri che restano in guerra anche quando arriva la pace, degli sfruttati, dei dimenticati, e di nuovo strumentalizzati, mai soggetti attivi del
loro destino. Nel "Il mondo dei vinti" ha raccolto 270
testimonianze disperse in tutto l’arco alpino. “Era difficile farsi
accettare, – racconta in un’intervista - ancora più che parlassero, che
raccontassero, perché rimanesse almeno qualcosa di queste storie, di una
società che cambiava rapidamente. Su, a pochi chilometri da Cuneo si
sfilacciava il tessuto sociale di vaste aree, e rimanevano solo gli anziani. E’
stata una pagina, è una pagina ancora sulla quale bisogna ancora meditare oggi”.
Un uomo che aveva capito la ricchezza che si nasconde anche nelle storie più
deprivate.
Su quante realtà ci sarebbe oggi bisogno di riflessione, di
lavoro, di impegno, di ascolto, per capire la storia partendo da tanti punti di
vista, senza avere la presunzione di chi senza aver ascoltato, ha già capito
tutto.
Abbiamo bisogno di questo tipo di intellettuale, che sappia
scendere tra noi e abbia il coraggio di rendere pubbliche le proprie scelte,
abbiamo bisogno di persone che ci facciano ancora capire in che cosa consiste
la nostra vera libertà, intellettuali che non illuminino solo le nostre
intelligenze, ma scaldino anche i nostri cuori. E avremo bisogno di politici così, per ritrovare il vero senso della "cosa pubblica. Ma avremmo bisogno di essere noi stessi persone così, aperte all'ascolto, capaci di costruire là dove siamo almeno realtà più umane, nei quartieri, nelle scuole, nelle nostre case.
Lunghi capelli rossi, pelle bianca, lentiggini: Loreena
McKennitt rivela anche nell'aspetto l'origine irlandese. La sua famiglia emigrò
dall'Isola verde nel 1830 per approdare oltreoceano, nelle praterie di
Winnipeg, in cerca di fortuna. Ed è a Morden, nel Manitoba che Loreena è nata
nel 1957. Il padre era un commerciante di bestiame, la vita in famiglia quella
rurale di una grande fattoria (e tutt'oggi la cantautrice canadese vive in un
ranch nell'Ontario).
Una sera, in un fumoso folk-club di Winnipeg, le capitò di
ascoltare alcune melodie celtiche: e tanto bastò a scuotere in profondità le
sue radici irlandesi. Così, qualche anno più tardi, mentre si trovava a Londra,
le sembrò del tutto naturale comprare un'arpa celtica di seconda mano: la
stessa che usa ancora oggi. Avvertiva il richiamo delle sue radici: la magia
delle fiabe d'Irlanda, i versi di Shakespeare e il suono delicato dell'arpa
celtica, con cui creò le sue prime composizioni. "È uno strumento visionario, versatile - racconta - e possiede
un suono poetico. Un suono gentile, ma anche ricco di articolazioni. Ti
permette di passare da toni molto sottili a toni molto drammatici. Avevo
studiato pianoforte classico per dieci anni e canto classico per cinque.
Conoscevo le scale e gli arpeggi ed ero perciò in grado di adattarli
all'arpa".
Da ragazza comincia suonando per la strada dove cerca di
vendere le prime cassette con le sue interpretazioni. "Un'esperienza utile
- ricorda - perché mi ha dato un senso di indipendenza e mi ha permesso di
conoscere tanta gente interessata a quello che facevo".
Lynne Van Matre,
critico del "Chicago Tribune" - sostiene che in lei la
predisposizione per lo strumento rappresenta un qualcosa di assolutamente
innato e ancestrale. "La McKennitt", scrive testualmente,
"possiede la capacità - rarissima - di costruire un sound complesso: che è,
da una parte, una prodigiosa evocazione dell'antica musica irlandese, e, dall'altra,
un continuo richiamo alla contemporaneità più nobile e innovativa". (..)
"la sua voce riassume in sè tutte le stigmate del magico, in grado di
azzerare ogni possibile paragone con altri strumentisti".
La voce,
appunto. dalle mille tinte e sfumature, è proprio questo lo "strumento in
più" che Loreena possiede. "Per esempio delle nenie arabe che ho
ascoltato nel mio peregrinare per la Spagna del sud e il Marocco. O magari del
canto "qawwali" di Nusrat Fateh Ali Khan, uno degli artisti che prediligo
in assoluto", precisa lei, quasi a voler sottolineare il carattere
cosmopolita del suo personalissimo stile, e la vastità pressoché sterminata dei
modelli di riferimento: “i collaboratori – dice la cantante - di cui mi avvalgo
provengono da territori fra loro diversissimi, come il jazz, il rock, la musica
latina e perfino l'avanguardia sperimentale”
E poi ci sono i suoi
viaggi. La sua musica dice: “è una
specie di diario di viaggio musicale, un processo molto simile a quello che
attraversano gli scrittori di viaggio: a loro capita di trattare un argomento,
fanno molta ricerca, leggono un sacco di libri, e alla fine vanno in questi
posti perché ci sono molte informazioni essenziali che possono essere catturate
solo come il risultato del viaggio in quei luoghi -- la luce del cielo, l'odore
delle strade, il suono delle persone”.
Senza un'indagine puntuale dell'esperienza umana, senza
un'attenzione tesa a cogliere ogni stilla d'emozione, dalla più
"densa" alla più "sottile", senza, soprattutto, un viaggio
instancabile fra le pieghe del mondo visibile (l'Irlanda, la Turchia, la
Grecia, l'Italia, la Spagna, il Marocco, la Siberia...) e le voragini abissali
del Sé più profondo e riposto non sarebbe stata possibile la sua musica. Però
ella afferma che "i segreti più interessanti sono sempre quelli che scopriamo su
noi stessi"..
“Durante la realizzazione di "The Book of Secrets"
ho provato il momento di maggior commozione viaggiando con la Transiberiana: il
dramma umano che vedevo consumarsi fuori dal mio finestrino, al cospetto di tanta
gente quasi sempre disperata, si è risolto, dentro di me, in un'esperienza
spirituale formidabile. Proprio da qui ho tratto la convinzione che il bisogno
di spiritualità degli esseri umani sta diventando sempre più forte. E,
soprattutto, sempre più disponibile a svincolarsi dalle gabbie, alquanto
rigide, predisposte dalle religioni istituzionalizzate".
La sua musica non è
più solo folk anglosassone, ma anche musica di India ed Estremo Oriente.
Proprio per documentare queste influenze orientali, ha usato
strumenti come tamboura, sitar, udu drums e balalaika".
"Per me - racconta - è come un esperimento di alchimia
musicale, che preparo leggendo libri, ascoltando documentari, viaggiando,
parlando con la gente. Alla fine cerco di realizzare una composizione creativa,
come in un dipinto. Mi interessano in particolare le similitudini tra culture
apparentemente lontane. Una tabla indiana può suonare come un Bodhran irlandese.
Puoi scoprire ad esempio una tonalità che nella musica indiana viene dal
tamburo e nella tradizione celtica dalle cornamuse. Così posso sostituire le
cornamuse con i tamburi o viceversa. Oppure posso provare a mescolare i ritmi
del Medio Oriente con i campioni celtici".
"Non ci sono molti artisti che riprendono le radici
europee: sembra che gli americani si siano dimenticati le proprie origini
culturali. È un popolo affascinato da se stesso, che quando deve guardarsi alle
spalle, per esempio cercando la propria ascendenza folk, tutt'al più arriva a
Woody Guthrie. Ma non va oltre, sembra quasi non ricordare l'eterogeneità
culturale che coabita negli Stati Uniti”
Mi piace la sua musica, ma anche il suo pensiero. Con la sua
musica dimostra che le culture si
possono e di fatto si mescolano e, quando sanno armonizzarsi, producono effetti
meravigliosi e sorprendenti... Siamo un popolo sempre in cammino e ciò che ci
guida deve essere la curiosità e il desiderio di conoscenza...
E ascoltandola si viaggia con lei con la mente e con il
cuore… Una musica, una voce
straordinaria che accompagna alcune delle mie giornate, insieme ad altre
di cui parlerò in seguito. Sì la musica… che davvero scalda, dà energia,
accompagna i nostri stati d’animo.
Amo la poesia, più di ogni altro genere letterario: sa raccontarmi la vita e la realtà perché di questa sa cogliere i lati più nascosti e più oscuri. Sa narrare l’indicibile.
La voce dei poeti arriva al cuore in modo diretto, non lascia indifferenti, si sedimenta e prende radici. Ma amo i poeti come diceva Neruda che non scrivono solo per i poeti.
Non è neppure pensabile una società senza poesia e senza poeti carichi di impegno civile e di coraggio. Neruda pensa che il poeta deve mettersi in gioco, recuperare il lettore, camminare nell'oscurità incrociando gli sguardi di donne e uomini sconosciuti per condividere i suoi versi:
“La mia poesia e la mia vita sono trascorse come un fiume americano, come un torrente d'acque del Cile, nate nella profondità segreta delle montagne australi, dirigendo senza posa il movimento delle loro correnti verso uno sbocco marino. La mia poesia non ha rifiutato niente di quanto ha potuto trascinare nel suo corso; ha accettato la passione, ha sviluppato il mistero, si è aperta il passo fra i cuori del popolo. (…)
Il mio premio non sono i libri e le poesie tradotte o i libri scritti per descrivere o sezionare le mie parole. Il mio premio è quel momento grave della mia vita quando nel fondo del carbone di Lota, in pieno sole nella salina riarsa, dal pozzo della miniera è uscito un uomo come se venisse su dall'inferno, con il viso stravolto dalla fatica terribile, con gli occhi arrossati dalla polvere e, porgendomi la mano indurita, quella mano che reca tutta la mappa della pampa nei suoi calli e nelle sue rughe, mi ha detto, con occhi brillanti: Ti conoscevo da molto tempo, fratello”.
Pablo Neruda – Confesso che ho vissuto
Quando arrivò la dittatura, in Cile, la gente non usciva più dalle case. Aveva paura … Ma quando morì Neruda, una folla silenziosa sfilò al suo corteo funebre, sotto lo sguardo attonito e sgomento dei militari. La poesia, e il suo profeta, avevano sfidato la dittatura. Lo seguivano e realizzavano il sogno del poeta che in una sua poesia “La morte” diceva:
Voglio stare nella morte insieme ai poveri
che non ebbero tempo di studiarla,
mentre li bastonavano quelli che hanno
un cielo suddiviso su misura.
Al funerale ricorda Hugo Arevalo, l’amico e biografo di Pablo Neruda “erano cinquemila persone circondate dall’esercito con i mitra rivolti contro quella massa umana. Se avessero sparato contro la folla sarebbe stata una carneficina. Entrando al cimitero la gente cominciò a piangere e un grande scrittore cileno, Francisco Coloane, fece un’orazione funebre urlando come un pazzo, da solo contro il mondo. Coloane urlava i suoi ricordi con Neruda e il suo amore per il Cile e tutti noi fummo scossi da quel momento drammatico e intenso”. La parola, la sua parola, aveva ridato dignità al suo popolo che in lui si riconosceva, ha impedito col suo canto che tutto cadesse nell'ombra.
Io vorrei possedere quella capacità di tradurre in poesia lo sdegno, vorrei avere il dono di chi sa dare forma e forza al grido disperato di chi muore dimenticato e sotterrato dall'indifferenza e dagli sguardi che non vedono, che non vogliono vedere. Vorrei con i miei versi raccogliere il pianto di tutte le madri che piangono la morte del figlio, il silenzio attonito di ogni bambino che solo con gli occhi chiede: “perché mi avete fatto questo?”. Vorrei che i miei versi ci aiutassero a uscire da quell'eterno guardarsi dentro come in un labirinto senza uscita e ci portassero fuori a cercare insieme strade da percorrere per ritrovare almeno una scintilla di senso. La poesia apre le porte all'immaginazione che sola può indicarci nuovi modi di essere-nel-mondo. La poesia trasforma.
E vorrei anche nello sdegno per le ingiustizie sociali e politiche, anche nel dolore, conservare la forza di credere nella vita come faceva Neruda:
“In questo momento critico, in questo batter di palpebre dell’agonia, sappiamo che entrerà la luce definitiva attraverso gli occhi socchiusi. Ci capiremo tutti. Andremo avanti insieme. E questa speranza è irrevocabile”.
In quanto un po' all'antica, ritengo che la lettura sia il più bei passatempo mai escogitato dall'umanità. L'Homo ludens danza, canta, si produce in gesti pieni di significato, assume pose, si acconcia, banchetta e celebra elaborate cerimonie. Non voglio sottovalutare l'importanza di simili passatempi senza, la vita umana scorrerebbe con una monotonia inimmaginabile e forse andrebbe allo sbando. Tuttavia si tratta di azioni di gruppo su cui aleggia, più o meno percettibile, quel certo odore da addestramento militare collettivo. Con un Libro in mano, l'Homo ludens è libero. Almeno nella misura in cui gli è concesso esserlo. È lui a stabilire le regole del gioco, obbedendo soltanto alla propria curiosità. Gli è dato di leggere sia libri intelligenti, dai quali apprendere qualche cosa, sia libri sciocchi, perché anche da quelli è possibile ricavare informazioni. È libero di non leggere un libro sino alla fine e di cominciarne un altro dall'ultima pagina, risalendo verso l'inizio. È libero di farsi una risatina là dove non è previsto, o di soffermarsi inaspettatamente su parole che poi ricorderà per tutta la vita. È libero infine, e nessun altro passatempo lo consente, di prestare ascolto alle argomentazioni di Montaigne o di fare un tuffo nel Mesozoico.
Oggi, giorno della memoria. Non si può e non si deve dimenticare quello che accadde durante il periodo nazista. Penso però che oggi si debba soprattutto diventare vigili ogni giorno, perché "la banalità del male" non abbia la meglio. Il problema non si risolve con la commemorazione, il pericolo è ogni giorno insidioso davanti a noi: quando non si vuole vedere, quando si volge lo sguardo altrove, quando si rinuncia a pensare, a considerare l'altro, chiunque esso sia, come un uomo come noi, quando si dimentica che ognuno ha pari dignità e ha diritto alla vita e a tutto quello che questo comporta perché si svolga nel modo più giusto possibile.
Le commemorazioni sono facili, i gesti quotidiani, la capacità di fare spazio a tutti, la capacità di scegliere politiche che non guardino ai nostri soli interessi, il desiderio di mettersi in gioco in prima persona, sono molto più difficili.
Guardo questo splendido quadro di Chagall dipinto nel 1938 intitolato "Ls Crocifissione bianca". Il dipinto è ispirato alla persecuzione degli Ebrei nell’Europa centrale ed orientale, preludio delle atroci sofferenze che avrebbero subito negli anni della Seconda Guerra Mondiale da parte dei nazisti.
I colori che predominano sono il grigio e il bianco che si intrecciano fra loro in continue sfumature. Il colore bianco è simbolo di un mondo in cui tutti i colori sono scomparsi, in cui il dominio di uno su tutti gli altri cancella lo splendore della varietà a cui la natura dovrebbe averci abituato.
Il crocifisso è al centro del quadro e domina la scena in tutta la sua grandezza. Sopra la testa di Cristo sono dipinte figure del Vecchio Testamento che piangono di fronte agli eventi. In alto a sinistra dei soldati assaltano un villaggio, forse Vitebsk, rappresentato da un gruppo di case distrutte e capovolte, di cui una in fiamme. Una piccola barca sovraccarica di persone rappresenta il tentativo disperato degli ebrei di sfuggire la persecuzione. Nell’angolo in basso a destra un vecchio fugge portando le sue poche cose in un fagotto. Una sinagoga sta bruciando in alto a destra. A sinistra un uomo grida e guarda con sgomento la sinagoga che brucia e stringe al petto un rotolo della Torah. I simboli di questo quadro sono chiarissimi: essi esprimono le sofferenze del popolo ebraico, popolo sempre perseguitato sia nell'Europa Occidentale, sia in quella Orientale e prefigura drammaticamente le atrocità che saranno commesse nei mesi e negli anni successivi. Cristo è il martire che, al centro della scena, è simbolo di ogni vittima innocente, è cinto dal tallit (il tipico scialle della preghiera ebraico) e, come un tabernacolo, ha davanti a sé la luce della menorah (il candelabro a 7 braccia). Intorno a lui tutto sembra sprofondato nel caos.
Chagall è ebreo, ma unisce in un unico grande quadro elementi particolari della sua tradizione religiosa e il centro della religione cristiana: Cristo diviene così, per il pittore, il simbolo stesso di chi è perseguitato.
Dice Imre Kerstész nel suo discorso al conferimento del Premio Nobel
"Io non ho mai tentato di interpretare il complesso di problemi definito Olocausto come qualcosa di simile a un conflitto ineluttabile fra tedeschi ed ebrei; (...)non l’ho mai considerato, per dir così, una sbandata unica della storia, un pogrom superiore per dimensioni a tutti quelli che lo hanno preceduto (...). Io ho visto nell'Olocausto la situazione dell’essere umano, lo stadio terminale della grande avventura, cui l’uomo europeo è giunto dopo duemila anni di cultura etica e morale.Ora non ci resta che pensare a come uscirne in avanti. Il problema Auschwitz non è, per così dire, se passarci sopra o no un tratto di penna; se conservarlo nella memoria o chiuderlo nel corrispettivo cassetto della storia; se innalzare monumenti per i milioni di assassinati e quale aspetto debbano avere. Il vero problema Auschwitz è che è accaduto e che noi, con la migliore o anche la peggiore nostra volontà, non possiamo cambiare questo fatto. (...)Vecchie profezie dicono che Dio sarebbe morto. Certo è che dopo Auschwitz noi siamo lasciati a noi stessi. Dobbiamo farci i nostri valori da noi, giorno per giorno, con quell'incessante anche se invisibile, operare etico che un giorno li porterà alla luce e forse li eleverà a nuova cultura europea".
Ecco, mi sembra giusto sottolineare quanto ci sia bisogno, come dice Kerstés, di questo "incessante e invisibile operare etico" che spetta prima di tutto a noi, uno per uno, perché proprio quando avviene il peggio noi dobbiamo sottrarre il nostro consenso e agire di conseguenza, accettando anche grandi momenti di dolorosa solitudine.
C'è un raggio di sole che attraversa la mia stanza e la sua luce illumina un piano della libreria. I libri sembrano prendere quasi vita e così io li sento: presenze reali. Parole che accompagnano la mia vita da sempre. Parole non buttate al vento, parole piene che risuonano dentro di me, anche quando sono stanca e mi sembra di non credere più in nulla.
Molti di quelli che hanno scritto non ci sono più e non mi sembra vero. Io sento che le loro parole mi hanno aiutato e aiuteranno a vivere con più consapevolezza, con più attenzione verso tutto ciò che mi circonda e verso le persone che incontro. Sono miei amici. Amici che mai ho conosciuto di persona, ma con cui dialogo ogni giorno.
I libri contengono in loro anche il silenzio, quello che dovrebbe essere dentro di noi nel momento che accogliamo la parola dell'altro, il silenzio che ci apre al pensiero, alle emozioni, alla contemplazione della vita.
E penso a te, mamma. Ti penso e so che non saprò mai più quello che è rimasto dentro di te e non ha trovato lo spazio per dirsi. Ogni tanto qualcosa riemerge. Come quando mi hai raccontato con tanto dolore della tua malattia quando avevi solo nove anni.
"Un morbillo" mi hai detto "solo un morbillo. Poteva fermarsi lì? Ed invece no. E' diventato enfisema polmonare e poi tubercolosi. Una malattia terribile. Mi ha costretto alla solitudine per tanti anni, mi ha riempito di paure anche quando sono guarita. Perchè era la malattia di cui non si poteva parlare, la malattia di cui ti dovevi vergognare.
Sono guarita, ma me la sono portata dentro. Correvo da sola dal medico, perchè avevo paura che ritornasse a sconvolgere la mia vita. E lui mi rassicurava. Ed io ero contenta. Ma tornavo a casa e la paura tornava. Pensavo che non avrei potuto sposarmi, non avrei potuto avere figli. E poi era ereditaria... così mi avevano detto. E non avevo pace..."
Di avere avuto la tubercolosi ce l'hai detto solo quando eri molto avanti negli anni, mamma. Ed oggi, mi chiedo quanti altri segreti ti porterai dietro. Quanti altri magoni non hai potuto condividere.
"E con chi avrei potuto farlo - mi ripeti spesso - Bisognava essere forti, almeno era quello che pretendevano da me. Ed io sono stata forte". Ma nei tuoi occhi leggo il rimpianto di non aver potuto o di non essere riuscita a raccontare quello che è rimasto per sempre "indicibile" dentro di te. E il mio tormento è quello di non poter fare nulla. Solo volerti bene, questo sì. Perchè ora comprendo anche alcuni degli aspetti più ostici del tuo carattere.
Guardo ancora i miei libri e penso che ognuno di noi potrebbe essere una storia degna di essere raccontata.
C’era un paese che si reggeva sull'illecito Non che mancassero le leggi, né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere. Ma questo sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne aveva bisogno perché quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si è più capaci di concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente cioè chiedendoli a chi li aveva, in cambio di favori illeciti. Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di favori in genere già aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare e non privo d’una sua armonia.
Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da alcun senso di colpa, perché per la propria morale interna ciò che era fatto nell’interesse del gruppo era lecito; anzi, benemerito: in quanto ogni gruppo identificava il proprio potere col bene comune; l’illegalità formale quindi non escludeva una superiore legalità sostanziale. Vero è che in ogni transizione illecita a favore di entità collettive è usanza che una quota parte resti in mano di singoli individui, come equa ricompensa delle indispensabili prestazioni di procacciamento e mediazione: quindi l’illecito che per la morale interna del gruppo era lecito, portava con se una frangia di illecito anche per quella morale. Ma a guardar bene il privato che si trovava a intascare la sua tangente individuale sulla tangente collettiva, era sicuro d’aver fatto agire il proprio tornaconto individuale in favore del tornaconto collettivo, cioè poteva senza ipocrisia convincersi che la sua condotta era non solo lecita ma benemerita.
Il paese aveva nello stesso tempo anche un dispendioso bilancio ufficiale alimentato dalle imposte su ogni attività lecita, e finanziava lecitamente tutti coloro che lecitamente o illecitamente riuscivano a farsi finanziare. Perché in quel paese nessuno era disposto non diciamo a fare bancarotta ma neppure a rimetterci di suo (e non si vede in nome di che cosa si sarebbe potuto pretendere che qualcuno ci rimettesse) la finanza pubblica serviva a integrare lecitamente in nome del bene comune i disavanzi delle attività che sempre in nome del bene comune s’erano distinte per via illecita. La riscossione delle tasse che in altre epoche e civiltà poteva ambire di far leva sul dovere civico, qui ritornava alla sua schietta sostanza d’atto di forza (così come in certe località all’esazione da parte dello stato s’aggiungeva quella d’organizzazioni gangsteristiche o mafiose), atto di forza cui il contribuente sottostava per evitare guai maggiori pur provando anziché il sollievo della coscienza a posto la sensazione sgradevole d’una complicità passiva con la cattiva amministrazione della cosa pubblica e con il privilegio delle attività illecite, normalmente esentate da ogni imposta.
Di tanto in tanto, quando meno ce lo si aspettava, un tribunale decideva d’applicare le leggi, provocando piccoli terremoti in qualche centro di potere e anche arresti di persone che avevano avuto fino a allora le loro ragioni per considerarsi impunibili. In quei casi il sentimento dominante, anziché la soddisfazione per la rivincita della giustizia, era il sospetto che si trattasse d’un regolamento di conti d’un centro di potere contro un altro centro di potere.
Cosicché era difficile stabilire se le leggi fossero usabili ormai soltanto come armi tattiche e strategiche nelle battaglie intestine tra interessi illeciti, oppure se i tribunali per legittimare i loro compiti istituzionali dovessero accreditare l’idea che anche loro erano dei centri di potere e d’interessi illeciti come tutti gli altri.
Naturalmente una tale situazione era propizia anche per le associazioni a delinquere di tipo tradizionale che coi sequestri di persona e gli svaligiamenti di banche (e tante altre attività più modeste fino allo scippo in motoretta) s’inserivano come un elemento d’imprevedibilità nella giostra dei miliardi, facendone deviare il flusso verso percorsi sotterranei, da cui prima o poi certo riemergevano in mille forme inaspettate di finanza lecita o illecita.
In opposizione al sistema guadagnavano terreno le organizzazioni del terrore che, usando quegli stessi metodi di finanziamento della tradizione fuorilegge, e con un ben dosato stillicidio d’ammazzamenti distribuiti tra tutte le categorie di cittadini, illustri e oscuri, si proponevano come l’unica alternativa globale al sistema. Ma il loro vero effetto sul sistema era quello di rafforzarlo fino a diventarne il puntello indispensabile, confermandone la convinzione d’essere il migliore sistema possibile e di non dover cambiare in nulla.
Così tutte le forme d’illecito, da quelle più sornione a quelle più feroci si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la coscienza a posto. Avrebbero potuto dunque dirsi unanimemente felici, gli abitanti di quel paese, non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti.
Erano costoro onesti non per qualche speciale ragione (non potevano richiamarsi a grandi principi, né patriottici né sociali né religiosi, che non avevano più corso), erano onesti per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso. Insomma non potevano farci niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno col lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione d’altre persone. In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto loro erano i soli a farsi sempre degli scrupoli, a chiedersi ogni momento cosa avrebbero dovuto fare. Sapevano che fare la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtù sono cose che trovano troppo facilmente l’approvazione di tutti, in buona o in malafede. Il potere non lo trovavano abbastanza interessante per sognarlo per sé (almeno quel potere che interessava agli altri); non si facevano illusioni che in altri paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute più nascoste; in una società migliore non speravano perché sapevano che il peggio è sempre più probabile.
Dovevano rassegnarsi all’estinzione? No, la loro consolazione era pensare che così come in margine a tutte le società durante millenni s’era perpetuata una controsocietà di malandrini, di tagliaborse, di ladruncoli, di gabbamondo, una controsocietà che non aveva mai avuto nessuna pretesa di diventare la società, ma solo di sopravvivere nelle pieghe della società dominante e affermare il proprio modo d’esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato di sé (almeno se vista non troppo da vicino) un’immagine libera e vitale, così la controsocietà degli onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversità, di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa d’essenziale per tutti, per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non sappiamo cos’è.
da Repubblica, 15 marzo 1980 e in “Romanzi e racconti, volume terzo, Racconti e apologhi sparsi”, Meridiani, Mondadori
"Consuetudine vuole che
chi riceve questo premio tenga un discorso a commento dell’essenza della
letteratura e della direzione che essa sta prendendo”: così inizia John
Steinbeck, insignito nel 1962 del Premio Nobel per la Letteratura. E poco dopo:
“l’antico compito dello scrittore non è cambiato. Suo dovere è quello di
mettere a nudo i nostri innumerevoli, angosciosi errori e fallimenti,riportando
alla luce i nostri sogni oscuri e pericolosi allo scopo di migliorarci”. (...)
"La diffusione della
letteratura non si deve a un clero scialbo e fiacco, intento a salmodiare
litanie in chiese vuote, né è un giochino per eletti isolati dal mondo, i rozzi
mendicanti della disperazione a basso costo. La letteratura è antica quanto la
parola. È scaturita dal bisogno stesso dell’uomo per essa, e non è cambiata, se
non per il fatto di essere diventata ancor più indispensabile. Ritengo che lo
scrittore che non creda appassionatamente nella perfettibilità dell’uomo non
abbia alcuna devozione per la letteratura né diritto di appartenervi".