06/12/16

Io sono Daniel Blake di Ken Loach

Meno male che ci sono ancora registi come Ken Loach, un uomo capace di concentrare il suo sguardo sulle classi sociali più umili, di mettersi in contatto con la realtà di chi è dimenticato da tanti, tantissimi intellettuali. Meno male che sa farlo con un linguaggio semplice, immediato, senza fronzoli e senza strani artifizi. Sono sempre più rare persone anche nella quotidianità che sappiano confrontarsi con la realtà dell’altro, immedesimarsi, farli parlare e relazionarsi con loro. Sono sempre più rare le persone che sappiano ribellarsi nella quotidianità, la quotidianità della vita reale.
Siamo bravi ad indignarci virtualmente e forse ci illudiamo troppo che questo cambi qualcosa. Ma in realtà siamo sempre meno capaci di ascolto, di confronto e di dialogo.

Ken Loach ci racconta una storia inglese, ma che potrebbe essere ambientata in moltissimi altri paesi in cui la tecnologia ha preso il sopravvento sull’umano, in cui l’uomo invece di essere aiutato dalle macchine ne è succube e dipendente.  

Io sono Daniel Blake è l’odissea kafkiana di un bravo falegname, che, dichiarato inabile al lavoro dai medici per un grave problema cardiaco, viene spinto ai margini della società da un sistema assistenziale ormai tutto burocratizzato e senza anima. 
Per le contraddizioni di questo sistema Daniel si trova improvvisamente ostaggio della burocrazia, nella situazione di non poter più svolgere il suo lavoro, ma al tempo stesso non gli viene riconosciuto il diritto a ricevere il sussidio d'invalidità. 
Il suo “analfabetismo” informatico, inoltre, aggrava la situazione e gli procura  notevoli difficoltà ad accedere a moduli e pratiche del servizio sanitario online.
A cinquantanove anni Daniel Blake è dunque costretto a frequentare corsi che gli insegnano a compilare un CV e ad imparare l'utilizzo del computer senza però riuscire ad arrivare a capo di nulla. Rimarrà disoccupato, senza pensione di invalidità.
La burocrazia è il volto nascosto dello Stato che rende invisibili i “padroni” di un tempo e per questo più insidiosi e pericolosi. La macchina di fronte a cui Daniel si trova è disumana, ma disumani diventano anche gli uomini che dovrebbero aiutare la gente ad utilizzarle e a districarsi nei meandri della burocrazia. 

Ken Loach parla di questa realtà, nel suo film non ci sono più operai e lotte di classe, ma un individuo preso da ingranaggi perversi e senza pietà: 
La burocrazia non è efficiente, - dice il regista - ma non è un caso. C'è uno scopo. Non funziona perché vuole dimostrare alle persone che la povertà è colpa loro. Vuole umiliarle. Il governo sa benissimo ciò che fa e la complessità della burocrazia è intensificata ad hoc per confondere le persone, il governo sa talmente bene ciò che fa che le persone che lavorano in questa struttura sanno quante sanzioni devono fare in un settimana e vengono punite se non raggiungono il numero giusto. È una decisione cosciente quella di punire le fasce più vulnerabili della società.
Daniel si ritrova solo a lottare contro i mulini a vento, a contatto con un mondo che sembra remargli contro. Non importa se è un uomo onesto, se è stato un buon lavoratore: il suo caso non rientra nei moduli e lui è considerato solo un numero. 
E’ la spersonalizzazione a rendere disumana la realtà in cui viviamo, un numero è senza volto, senza anima, si può eliminare senza provare pietà. Le parola giustizia e ingiustizia sono cancellate dal vocabolario, l’individuo è solo, senza più una propria identità.
Daniel disperato si troverà a rivendicare la propria individuale esistenza, scrivendo  sui muri dell’ufficio: Io sono Daniel Blacke.  Un atto di affermazione della propria esistenza per non perdere la propria dignità, per non perdere la propria umanità. 
Quando si trova davanti ad una ragazza che subisce gli stessi suoi soprusi, infatti, non rinuncia difenderla, le offre il suo aiuto. “Io so aggiustare tutto” dice a Katie, nel fatiscente appartamento di lei e si mette all'opera affiancando anche i suoi due figli che trovano in lui un amico sincero e affettuoso.

Ken Loach mette a fuoco questo personaggio, un uomo che non si rassegna, che, nonostante tutto, è capace di apprezzare le piccole cose quotidiane: uno sguardo, una parola, lo stare insieme, piccoli gesti che, come dice Vassily Grossman, ci fanno comprendere che forse “il bene è più forte del male”, che anche messo duramente alla prova resiste e combatte attraverso i vari Daniel Blacke. 
Daniel è di esempio anche per chi, come i suoi amici sfortunati, non ce la fanno. Se il mondo disumano del mercato avanza e prende sempre più spazio e potere, il bene, però, resiste.
Uno dei temi principali del film è anche l’amicizia tra Daniel e Katie, un sentimento che può restituire l’anima, da cui Loach è convinto che si deve e si può ripartire.

Ken Loach e Paul Laverty (lo sceneggiatore) per preparare il film sono andati a intervistare le persone che frequentano i banchi alimentari per indigenti, i consultori per ottenere i sussidi di malattia e disoccupazione. E’ un film quindi ispirato a fatti realmente accaduti. 

Loach nel suo discorso a Cannes dove ha vinto la palma d’oro ha rivolto un invito: 
"Restate forti, perché il festival è importante per il futuro del cinema. Ricevere questo premio in questa situazione storica è molto importante. Non dobbiamo dimenticare le storie dei personaggi che hanno ispirato il film. Ci troviamo in un mondo pericoloso dove il neoliberismo rischia di ridurre in miseria migliaia di persone. Il cinema è portatore di tante tradizioni, e fra questa c'è la protesta del popolo contro i potenti. Non solo un altro mondo è possibile  ma è necessario".
Il messaggio è chiaro: ci sarà sempre da lottare e si continuerà a farlo, per far rispettare la propria individualità, i propri diritti. 
C’è chi ha accusato il regista di vecchio ideologismo. A queste accuse risponde Loach così:
“Non puoi fare finta di niente quando vedi quello che il mio paese sta facendo a persone come Daniel Blake. Noi tutti glielo stiamo facendo. E' un senso di sdegno quello che si prova. Quella di Daniel è una situazione che abbiamo visto più volte mentre andavamo in giro per diverse città inglesi durante la preparazione del film: in ogni location c'era sempre una "banca del cibo" per i poveri che non possono permettersi nemmeno di comprare una scatoletta di tonno.
Tutte le città inglesi hanno tantissimi spaccati di vita disperata. Le statistiche parlano chiaro: negli ultimi quattro anni ci sono stati dai due ai tre milioni di persone che sono praticamente alla fame. Non se ne parla più di tanto, anzi, non se ne parla affatto! Una cosa mi colpisce: vedi una banca del cibo e ti sorprende, ma ventiquattro ore dopo le persone ci fanno già l'abitudine.
Quando stavamo creando i protagonisti di questa storia, avevamo una certezza: non volevamo personaggi che dessero subito l'impressione di essere vittime. Il nostro protagonista è un brav'uomo. Una persona positiva. Un professionista nel suo lavoro, stimato dai suoi colleghi. Uno intelligente. Ma anche lui precipita. L'altra protagonista è una ragazza piena di energia: una che vorrebbe finire gli studi. Un altro personaggio luminoso.
Perché mai dovrebbero finire in questo modo? Mi interessava raccontare questo. E non è una storia inventata: facendo ricerche per il film ho scoperto storie perfino più tristi di quella che raccontiamo.
I registi degli anni Sessanta sono cresciuti dopo la guerra e hanno assorbito uno spirito che li spingeva a migliorare le cose. Loro vivevano in un mondo social-democratico che trasmetteva l'unità. Oggi è cambiato tutto: i registi cresciuti negli anni Ottanta e Novanta sono stati invece travolti dallo spirito di 'ognuno per sé e Dio per tutti'. Ed è molto difficile per loro passare a un senso di unità. Ecco perché forse c'è ancora bisogno di vecchi come me dietro la macchina da presa!". (lo dice sorridendo come se fosse una battuta, N.D.R.).

02/12/16

Bisogna fotografare quello che si pensa, non quello che si vede

"Scattare è una questione di pensiero. Bisogna fotografare quello che si pensa, non quello che si vede. Si scatta con la mente non con le dita. Le immagini sono un'emanazione del fotografo, traducono in un linguaggio universalmente comprensibile la sua interpretazione del mondo. (...) L'artista non ritrae la realtà: la possiede, la "violenta" per piegarla al suo pensiero. Interpretandola, crea un mondo.
(...) Vladimir Majakovskij diceva "L'arte non è lo psecchio in cui riflettere il mondo, ma un martello per forgiarlo"
Puglia, primi Anni Settanta. Franco Fontana è in compagnia di tre amici in una località balneare del Foggiano, in Puglia. È mattina e, appena arrivati all’hotel, i quattro decidono di prendere l’ascensore per salire in cima all’hotel, da cui – si dice – si può godere una bellissima panoramica sul mare. Tutti lassù prendono la macchina fotografica. Tutti scattano, ma ognuno di loro fa una fotografia diversa: chi i bagnanti, chi l’orizzonte, chi un momento di spensieratezza, chi il bambino con i braccioli gialli. L'attenzione di Franco Fontana fu catturata da un dettaglio: un piccolo pezzo di spiaggia, totalmente deserta, si adagiava l’ombra della scogliera e della vegetazione; poi, l’azzurro infinito del mare e del cielo. 
"Ho trovato ciò che avevo dentro, togliendo il superfluo per eleggere il necessario. Non ho fatto tante fotografie: solo una, e quell'una potevo farla soo io, perchè mi appartenenva. Questa immagine è un'icona del mio lavoro".
Franco Fontana 

01/12/16

Un libro è un labirinto e un deserto


Tullia Socin, “Donna che legge” (1932)
E cos’è che impararono gli allievi di Amalfitano? (...)
Capirono che un libro era un labirinto e un deserto. Che la cosa più importante del mondo era leggere e viaggiare, forse la stessa cosa, senza fermarsi mai.
Che una volta letti gli scrittori uscivano dall'anima delle pietre, che era dove vivevano da morti, e si stabilivano nell'anima dei lettori come in una prigione morbida, ma che poi questa prigione si allargava o scoppiava.
(...) Che il principale insegnamento della letteratura era il coraggio, un coraggio strano, come un pozzo di pietra in mezzo a un paesaggio lacustre, un coraggio simile a un vortice e a uno specchio. Che leggere non era più comodo che scrivere. Che leggendo s’imparava a dubitare e a ricordare. Che la memoria era l’amore.
Roberto Bolaño, “I dispiaceri del vero poliziotto”, ed. Adelphi
Leggere è perdersi, lasciarsi condurre in altri territori, lasciarsi commuovere, lasciarsi toccare dentro, nel profondo. Non è un atto senza conseguenze. E' qualcosa di più. Non ne esci come prima: almeno una domanda, un dubbio, a volte la rabbia, o la gioia, o la pace o il turbamento: Qualcosa sempre.
Lo scrivere non è un lavoro. E' una necessità.

Leggere è aprire mente e cuore. Se un libro non ti dice nulla, lascialo andare. Ma se in qualche modo ti smuove, non mollarlo più. Curalo come faresti con un caro amico. Ascoltalo e riascoltalo, fino a quando dentro di te si fa silenzio e qualcosa comincia a lavorare nel profondo della tua anima. In quel momento sta parlando con te, proprio con te perché tu avevi bisogno che ti si dicessero quelle cose. 
Leggere può essere davvero un atto di coraggio!

29/11/16

La figlia di Clara Usòn, un libro per non dimenticare

L'11 luglio 1995, Srebrenica, durante la guerra in Bosnia Erzegovina, sono stati barbaramente uccisi dai serbo bosniaci ottomila bosniaci musulmani - uomini, bambini e anziani, tutti maschi. A ordinare la strage è stato il generale Ratko Mladic, già responsabile del sanguinoso assedio di Sarajevo. 
A Srebrenica gli uomini e i ragazzi musulmani bosniaci di età compresa tra i quattordici e i settant’anni furono separati dalle donne e dai bambini e portati fuori città dove sono stati fucilati e sepolti con delle ruspe. Per ucciderli tutti ci vollero quattro giorni.


Molte donne sono rimaste sole, molti bambini senza padre, molti corpi non identificati senza sepoltura.. 
E' stato il generale Ratko Mladic a ordinare questo massacro. Sua figlia Ana  la notte del 24 marzo del 1994 si era tolta la vita con la Zastava, la vecchia pistola che lei e suo padre ritualmente smontavano e lucidavano, perché doveva essere in perfette condizioni il giorno in cui a nonno Ratko, Ana avrebbe regalato un nipotino. Allora avrebbe sparato “a festa”.

Clara Usòn mette insieme il rapporto fra Ana e suo padre partendo dalla fine, da un video postato su Youtube, tratto da un programma della televisione bosniaca chiamato 60 Minuta. Il generale parla al telefono. Poi, l’obiettivo riprende due donne che lo osservano in secondo piano  che si assomigliano, una è giovane, la figlia, l’altra più vecchia è la madre. La scena risale al 10 lugio del 1993. La scena seguente ritrae Mladic seduto serenamente attorno a un tavolo con i familiari e gli amici. Di colpo, l’immagine sfuma. Breve nero e compare la lapide che in caratteri cirillici riporta il nome di Ana Mladic e due date, l’anno di nascita e di morte della ragazza: 1971-1994. La Usón infatti, nelle prime pagine, dà conto dalla curiosità che le scatena questo filmato, dalla ripresa di un momento di armonia e felicità famigliare che passa al momento più tragico: il funerale della figlia da cui il padre sembra non volersi staccare piangendo disperato aggrappato alla bara.
Da lì ha principio un lavoro di ricognizione di notizie, di studio, lettura, indagine; e anche naturalmente di ricostruzione – una ricostruzione affidata alla propria sensibilità, alle proprie idee, a quella libertà di riempire vuoti che il racconto le concede.


Nel libro si intersecano due voci: la prima, quella storica, è la voce di Danilo Papo, figlio di madre serba e di padre ebreo che condivide nome e origini con il grande scrittore serbo Danilo Kis, che aveva giudicato il nazionalismo come una paranoia collettiva.  Danilo ama Ana, ma sa che non la conquisterà perchè non ha mai avuto successo con le ragazze. 
La seconda voce è quella di Ana, che pian piano scopre, dopo aver rifiutato ogni allusione, il passato del padre e non lo regge. L’autrice cerca di indagare sul dramma di una ragazza plasmata sotto l’ombra gigantesca dell’amore di un padre che è però un criminale di guerra.
Siamo nel marzo del 1994 e la ex Jugoslavia è devastata da una guerra cruenta che miete centinaia di vittime e Sarajevo (capitale della Bosnia) continua ad essere straziata da un assurdo e devastante assedio. Ana risiede a Belgrado dove studia con successo medicina e vive con la sua famiglia felicemente. E' la figlia più grande (ha un fratello più piccolo), la preferita. Il padre la chiama “figlio mio”: non c’era modo migliore d’amarla che considerarla un maschio. Il generale e la bambina.
Lei era fiera di suo padre e parlava di lui come di un eroe.

Ana parte per un viaggio con gli amici in Russia e durante quel viaggio a Mosca Durante la pemanenza a Mosca sente molte cose, troppe. Ne discute con gli amici. Qualcuno cerca di nasconderle la verità, altri gliela gettano in faccia senza pietà. Lei resiste, tiene testa, ma dentro di sé il dubbio si insinua e la verità pian piano si impone. , 
Non vuole crederci. Nega fin che può l’evidenza. E' sconvolta. Quando tornerà non è più la stessa. Si chiude agli altri, ma anche alla famiglia. 
Clara Usón scava nella psiche di questa giovane donna travolta in poco tempo da dubbi che la dilaniano.  Il suo amore incondizionato per il padre non poteva contemplare l’evidenza dell’orrore e delle responsabilità di Mladic nel conflitto bellico dei Balcani. E avviene il crollo.
Non vuole crederci. Nega fin che può l’evidenza. Ma è meno allegra, più taciturna e ombrosa. Si chiude agli altri, ma anche alla famiglia. 

I dubbi diventano certezze, quando Ana legge i diari di guerra del generale – uno che “nella Jugoslavia in tempo di pace”, scrive la Usòn, “non sarebbe mai diventato generale” – e trova quelle conferme che non avrebbe voluto. Scopre che l’amato papà ha mandato a morire un suo ex fidanzato sul fronte bosniaco. Viene a conoscenza del fatto che dalle colline intorno a Sarajevo il padre e i suoi soldati sparavano alla cieca senza distinguere fra militari e civili. Legge che il generale Ratko Mladic ordinava ai militari della repubblica Srepska di sparare sui civili e di mirare alla carne “per farli diventare matti”.
Allora ripensa ai dialoghi fra i suoi amici a Mosca. Non vista, aveva sentito Petar, uno dei suoi amici, dire agli altri: “Se mio padre fosse un bastardo di serial killer, io mi sentirei responsabile. Per ogni vita che salverà la dottoressa Ana Mladic, suo padre avrà lasciato dietro di sé migliaia di cadaveri”. E allora avviene il crollo.

Un gesto, quello di Ana Mladic, che, invece di frenare il padre come lei avrebbe voluto, invece di fargli capire il male di cui si era macchiato, avrà ripercussioni del tutto contrarie: scatenerà ancora di più la ferocia del padre e delle sue milizie. 
Ratko Mladic infatti dà il via all’operazione Stella (così chiamava Ana), alla strage di Srebenica. L’11 luglio del 1995. 
C’è un Mladic prima e dopo la morte di Ana. Un uomo impazzito dal dolore, disperato, dilaniato dalle fiamme di una sofferenza fantasma quanto reale. Sono convinto che Srebrenica sia stata una vendetta sul mondo, uno sfregio sulla ragione degli innocenti, un atto criminale che non può avere eguali, l'infamia gratuita. Gli stessi esperti militari dicono che ammazzare tutta quella gente, per giunta in pochi giorni e in che maniera, non aveva alcuna logica, ne senso, neppure ragione, anche sul piano strategico militare”, sono le parole dell'autrice.
"La figlia" è un romanzo che non può passare inosservato, un libro "per non dimenticare" e per comprendere come in ogni luogo possa scatenarsi l'odio e la ferocia di chi sostiene di essere superiore ad un altro. Per ricordare come la mente della gente possa essere manipolata da un'informazione che deforma la realtà e la racconta a suo uso e consumo. Questo è un rischio che stiamo correndo oggi e l'avanzata di destre razziste e xenofobe ci dovrebbe mettere all'erta.
Non possiamo e non dobbiamo sottovalutarne i pericoli.

Un libro duro, che ti fa soffrire, ma che ti aiuta a comprendere, a conoscere. Una letteratura non tanto di moda, ma necessaria. Chi scrive questo tipo di romanzi non credo sia attratto dal successo, almeno non solo, ma dall'esigenza di testimoniare, di raccontare l'indicibile. 

Vojin Dimitrijević, direttore del Belgrade Center for Human Rights afferma che:
L’opinione pubblica in Serbia è il risultato della propaganda sistematica del decennio 1990-2000. Le informazioni che la popolazione serba ha ricevuto in quei dieci anni provenivano unicamente dai media controllati dallo Stato e specialmente la Tv e la radio nazionale. Quindi tutte queste idee, impressioni, versioni della storia, che tuttora circolano tra le persone, sono ancora quelle che venivano propagandate ripetutamente in quegli anni. Si possono ancora trovare persone a Belgrado che credono che Sarajevo non sia mai stata assediata. Inoltre dopo i cambiamenti nel 2000 c’era ancora, e c’è ancora oggi nei nostri media, in particolare nella “yellow press” [stampa scandalistica], la promozione di idee nazionaliste incluso questo terribile odio contro il Tribunale penale internazionale.
A differenza della Germania noi non abbiamo avuto pressioni dalle potenze vincitrici internazionali per cambiare completamente e così non c’è ancora una generazione che tracci una linea divisoria netta con il passato. Certo alla Germania ci sono voluti più di vent’anni per disfarsi delle rimanenze del nazismo. Forse dovremmo farlo in meno tempo ma questo tempo non è ancora venuto.

27/11/16

Non dimenticare mai l'orrore che hai visto

Marcello in divisa militare inglese era preso di mira di continuo. Lui smetteva di parlare per rispondere con una raffica di insulti in romanesco; e la gente intorno rideva. Ma poi subito riprendeva il discorso per spiegare a Ludovico come il gruppo potesse trasformarsi in "branco" e capovolgere in negativo i propri impulsi vitali, e quanto fosse importante rafforzare il senso di società in opposizione a quello di folla. Quel linciaggio, aveva detto come altri infiniti orrori, era il prezzo che si paga alla violenza inumana della guerra Alla sopraffazione diretta a schiacciare i più deboli.
La guerra, aveva aggiunto, cancella gli individui per esaltare i numeri, le grandi parate. Le adunate “oceaniche”. Ma quando quella stessa moltitudine scopre di essere stata vittima sacrificale e finisce travolta dal crollo di quanto le aveva conferito identità, allora diventa incontrollabile,  le sue reazioni, bestiali.
Erano arrivati al Tevere e i platani non più potati da tempo strabordavano rigogliosi oltre il parapetto Ludovico cercava di non guardare il fiume dove su un barcone ancorato alla sponda alcuni uomini prendevano i sole sdraiati sulle assi di legno. Ognuno adesso doveva fare la propria parte, diceva Marcelle, perché questo non doveva accadere mai più. Perché mai più il concetto di folla sostituisse quello di "società"; la lezione era stata troppo crudele. Da quella guerra, aveva detto ancora, sarebbe nato un nuovo individuo. (...)
 «Non fissarti troppo sulle immagini di quel linciaggio - gli diceva - ma non dimenticarle mai. Non dimenticare mai l'orrore che hai visto e la sofferenza che hai provato». Sul travertino polveroso del parapetto camminavano alcune formiche, Ludovico ne aveva seguito macchinalmente il percorso col dito. «A tuo conforto - diceva ancora Marcelle - convinciti che con questa guerra e la sconfitta del fascismo, e quella prossima, fatale, del nazismo, il mondo sarà diverso. La sofferenza è stata troppa, non ha risparmiato né vinti né vincitori... Troppa, perché questo non avvenga. Tu, io, siamo già diversi. Ogni giorno devi dirti: io sono nato da quell'esperienza, e sentirti responsabile di ogni scelta».
Voleva una famiglia, Marcelle, dei figli, crescerli nel culto della libertà e della democrazia. Di un mondo senza guerre.
 Rosetta Loy – Nero è l’albero dei ricordi, azzurra l’aria

23/11/16

No, ma dopo i no, costruiamo i nostri "Sì"

«Noi siamo un paese senza memoria. Il che equivale a dire senza storia. L’Italia rimuove il suo passato prossimo, lo perde nell'oblio dell’etere televisivo, ne tiene solo i ricordi, i frammenti che potrebbero farle comodo per le sue contorsioni, per le sue conversioni.
Ma l’Italia è un paese circolare, gattopardesco, in cui tutto cambia per restare com’è. In cui tutto scorre per non passare davvero. 
Se l’Italia avesse cura della sua storia, della sua memoria, si accorgerebbe che i regimi non nascono dal nulla, sono il portato di veleni antichi, di metastasi invincibili, imparerebbe che questo Paese speciale nel vivere alla grande, ma con le pezze al culo, che i suoi vizi sono ciclici, si ripetono incarnati da uomini diversi con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l’etica, con l’identica allergia alla coerenza, a una tensione morale».
Pier Paolo Pasolini 
I regimi non nascono dal nulla. Dovremmo averlo imparato e siamo davvero troppo poco tenaci nel contrastare questi processi. E' chiaro che i politici da tempo tendono a concentrare nelle loro mani il potere e che il potere economico ormai ordina e dispone.
Difendiamo la costituzione e diciamo No a cambiarla. Bene. Ma quanto ci impegniamo per farla diventare realtà? O non sono sempre a prevalere i nostri egoismi e la paura ad aprirci all'altro quando questo vuol dire cambiamento. Ci blocchiamo di fronte ad ogni difficoltà, tendiamo a delegare o a colpevolizzare tutti senza mai metterci veramente e profondamente in discussione.

Ci battiamo contro, ma sono pochi quelli che costruiscono alternative nei fatti.
Vogliamo il dialogo, ma siamo pronti a chiuderci quando qualcuno ha un'opinione diversa da noi.
Va bene allora moltiplicare i nostri No, ma dobbiamo cominciare a costruire i nostri Sì al di là di quello che il potere fa. Più il potere va contro ciò che crediamo, più dovrebbero moltiplicarsi le nostre azioni, la nostra disobbedienza.

Ci copriamo dietro a "Lo fanno tutti" oppure "Hanno cominciato loro" ma non ci poniamo il problema che forse possiamo non adeguarci e fare resistenza non prendendo quelle cattive abitudini (Mores) a quei cattivi esempi, proponendo un altro modo di stare nel mondo e tra gli altri.

Quello che non mi è piaciuto nel dibattito sul referendum è la contrapposizione senza dialogo e condivido quello che dice Nadia Urbinati: il voto, secondo il suo parere, dovrebbe essere
"Voto schierato non voto plebiscitario. E’ questa la distinzione che oggi è difficile fare e mantenere. All'origine della difficoltà vi è stata la decisione di Renzi di identificare il Sì con la sua persona e il suo governo, trasformando il No automaticamente in un giudizio sulla sua persona e in una causa di instabilità politica. Chi non sta dalla sua parte è messo nell’”accozzaglia” degli sgradevoli.Questa trappola ci ha impedito di battagliare da “partigiani amici”, come direbbe Machiavelli, e ci ha fatto essere “partigiani nemici”. I primi sono quelli che si schierano nella libera competizione delle idee per favorire o contrastare un progetto politico. I secondi sono quelli che personalizzano la lotta politica mettendo nell’arena pubblica non le ragioni pro e contro un progetto, ma le rappresentazioni colorite delle tipologie di chi sta da una parte e dell’altra. I primi si rispettano come gli avversari di una battaglia legittima, i secondi si offendo e creano le condizioni per un risentimento che sarà difficile da dimenticare".
Se Renzi ha alzato il tono e se molte sono le sue responsabilità, ciò non toglie che noi dobbiamo mantener fede a ciò in cui crediamo, che la democrazia non è demonizzare l'avversario, ma rispettarlo e discutere, quando è possibile, con tono pacato nella convinzione che la discussione non è solo affermare ciò di cui siamo convinti, ma anche pensare che potrei cambiare idea... Io invidio forse chi è così sicuro di sé, ma penso comunque che il dubbio, se non paralizza la mia azione, sia il sale della democrazia. Chi vota sì, non è un mio avversario, questo ci tengo a precisarlo e ascolto con attenzione chi non la pensa come me perchè mi potrebbe aiutare a capire meglio o a motivare di più la mia scelta.
Vorrei aggiungere anche che pensare con la propria testa non vuol dire non leggere chi ne sa più di me. Uno dei tanti motivi per cui voto No è che l'argomento trattato non si può risolvere con un Sì e con un No, la semplificazione è sempre nemica della democrazia. Quindi mi sento a disagio in questo voto e mi affido a chi è più competente, poi naturalmente scelgo. Ma lo sbaglio sta proprio nel quesito posto. La Costituzione è nata da una lunga e articolata discussione tra le varie idee del dopoguerre e dopo mediazioni e compromessi che potessero unire e non dividere. No, non sto al gioco di chi mi vuole avversario di chi dice sì.

22/11/16

Quanti anni ho, io? A chi importa!

Ho l’età in cui le cose si osservano con più calma, ma con l’intento di continuare a crescere. Ho gli anni in cui si cominciano ad accarezzare i sogni con le dita e le illusioni diventano speranza. Ho gli anni in cui l’amore, a volte, è una folle vampata, ansiosa di consumarsi nel fuoco di una passione attesa. E altre volte, è un angolo di pace, come un tramonto sulla spiaggia.
Quanti anni ho, io? Non ho bisogno di segnarli con un numero, perché i miei desideri avverati, le lacrime versate lungo il cammino al vedere le mie illusioni infrante valgono molto più di questo. Che importa se compio venti, quaranta o sessant'anni! Quel che importa è l’età che sento. Ho gli anni che mi servono per vivere libero e senza paure. 
Per continuare senza timore il mio cammino, perché porto con me l’esperienza acquisita e la forza dei miei sogni. 
Quanti anni ho, io? A chi importa! Ho gli anni che servono per abbandonare la paura e fare ciò che voglio e sento.
José Saramago, Le poesie
Niente più di questa poesia di Saramago può rappresentare come mi sento io mentre invecchio. 
Non ho paura dell'età. Non ho mai avuto la tentazione di nasconderla. 
Temo, invece, che possa capitarmi di non riuscire più a parlare con i giovani. 
Non perché voglia imitarli, perché voglia sentirmi come loro. Tutt'altro. 
Perché loro possono  ancora insegnarmi quello che io non posso più imparare da sola. 
Perché loro sono l'apertura ed io la chiusura del tempo e apertura e chiusura devono sempre essere in dialogo senza sopraffarsi. Con eguale dignità.

Non c'è niente di più bello di un dialogo con chi vive un tempo diverso, tra chi sa ascoltare lo slancio al nuovo e il sapore dell'esperienza. Perché ciò avvenga il vecchio deve lasciar parlare, l'esperienza non ha nulla da dire se si erige a giudice, se vuole avere la meglio su chi vuole scoprire da sé la vita. Il vecchio dice molto quando tace e ascolta. Quando accoglie il tentennare del giovane, quando esprime vicinanza, quando è una sponda a cui ogni tanto approdare.

Non ho paura dell'età. Non la camuffo. Non la allontano. So che devo adeguarmi ad un corpo che ha esigenze diverse, ma imparo altre strade e altri percorsi. Ed ho molto più tempo per osservare. Rallento. Divento più umile e imparo a chiedere. Questo è il momento in cui più si impara a prendersi per mano. 

Non mi ribello ai limiti che il tempo mi impone. Ma non rinuncio a sognare e a progettare. E tutto questo mi piace. 

21/11/16

Sentirci nomadi nel mondo

Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me. Queste due cose io non ho bisogno di cercarle e semplicemente supporle come se fossero avvolte nell’oscurità, o fossero nel trascendente fuori del mio orizzonte; io le vedo davanti a me e le connetto immediatamente con la coscienza della mia esistenza.
Immaneul Kant

Noi, uomini e donne dovremmo sentirci tutti nomadi, viandanti senza una meta determinata e fissa. Dovremmo spingere i nostri passi non con l’idea di cercare una patria o la verità o la salvezza, dovremmo camminare non per arrivare da qualche parte, ma per il puro gusto di viaggiare e passo dopo passo imparare a conoscere il mondo e chi lo abita.

Chi viaggia verso una meta difficilmente è interessato ai paesaggi che attraversa, ai cieli sotto cui transita, alla gente che incontra; non indugia, non osserva, non fa esperienza: vuole raggiungere la meta ed ogni rallentamento al suo programma viene vissuto come un intoppo, un ritardo. I luoghi che attraversa sono luoghi di transito ed è sordo ai suoni, ai colori, alle varietà che si manifestano ai suoi occhi momento dopo momento. Lo stupore e la meraviglia di fronte al nuovo che si incontra e che accade sono assenti nella sua vita.

Sentirsi, invece, nomadi, erranti in questo mondo vuol dire abbandonarsi alla corrente della vita, diventare naviganti, “spingere – come dice Nietzsche – le proprie vele verso terre non ancora scoperte”. Vivere quello che si incontra di nuovo, di non ancora conosciuto come il bambino quando fa una nuova scoperta. Ma il nuovo sono anche anche le persone che si incontrano con il loro bagaglio diverso dal nostro.

Chi è nomade impara, impara sempre e sa che lungo la strada ci saranno momenti faticosi, qualche volta proverà la tentazione di tornare verso luoghi più conosciuti e sicuri, ma poi, riprendendo fiato, il suo viaggio continuerà.
Chi è nomade vede il mondo in continuo cambiamento, è aperto a tutto ciò che accade e non si nasconde dietro sicurezze costruite come trincee. Il nomade rifiuta quelle verità costruite per tagliar fuori ciò che non appartiene al paesaggio che si è scelto per sé. Il nomade sa che la terra in cui si trova non gli appartiene ed imparerà a dialogare con l'altro che incontra con cui condivide un pezzo di strada.

Chi è nomade cammina lungo una linea lunga chilometri e spessa anni. Una divisione che attraversa il tempo, le notti e i giorni, un solco costruito da generazioni e generazioni. Lungo questa linea tante voci si inseguono, si accavallano, si contraddicono, si incontrano, si scontrano. Questa linea è la frontiera.

In questi anni che stiamo vivendo, assistiamo all'aumento di gente che fugge dai propri paesi d’origine e che desiderano entrare in posti più sicuri, cercano di varcare questa frontiera. Incontrano nel loro cammino uomini che al contrario di chi si sente nomade depone le sue certezze nella proprietà, nel territorio, in un confine ben delineato, possibilmente definito da un muro.

Il viandante desidera incontrare la diversità, non pone limiti attraverso confini, il cielo stellato sopra di lui è comune a tutti e dentro di sè porta solo quella legge morale che è fondata sul rispetto e sulla condivisione, la diversità sarà il terreno su cui far crescere le proprie decisioni etiche. 

E allora imparerà a guardare e ad ascoltare. Varcherà confini, scavalcherà i muri, e muto ascolterà il racconto di chi è nomade non per scelta ma per necessità. Prenderà nota, preserverà alla memoria tutto ciò che il mare a racchiuso dentro di sé e il deserto sepolto con la sabbia. E porterà il loro racconto ovunque passerà, perché chi vive il dramma dell'esclusione, dell'invisibilità deve trovare qualche portavoce.

I migranti vengono dalle guerre, attraversano confini, affrontano sbarramenti, quelli del mare e del deserto, quelli degli uomini. Hanno rischiato la morte, hanno visto morire. Portano nei loro cuori sogni e desideri, speranze e ricordi, i ricordi di un passato senza ritorno. Hanno incontrato uomini che aiutano, che truffano, che lucrano, che respingono. In poco tempo hanno conosciuto l'umanità nelle loro infinite e spesso drammatiche e crudeli sfaccettature.
Il viandante imparerà allora che la Storia, quella raccontata sui libri, è fatta da un numero immenso di piccole storie, di vissuti, di storie di uomini che soccombono e di altri che lottano e ce la fanno e di un numero incredibile di storie di bambini alcuni protetti, altri abbandonati, altri a cui è stato tolto tutto, spesso anche la vita.

Chi guarda dalla terra i cosiddetti barconi vede un insieme omogeneo di persone, i singoli scompaiono dietro al massa di persone accalcate che chiedono la stessa cosa: sbarcare in un porto.  

Il viandante sentirà a multiformità di voci, di sentimenti, di paura, di coraggio, di nostalgia, speranza e scoramento, saprà che lì ci sono esseri umani ed ognuno chiede di ritrovare in qualche modo la propria dignità, un proprio destino. Ma saprà anche la causa che ha provocato tanto dolore, quel dolore a cui è indifferente la Storia e chi ne è padrone.  

Il viandante che incontra il migrante avrà orecchie per ascoltare l'urlo che si alza dal mare che tanti corpi ha sepolto dentro di sé nell'indifferenza di chi sta al di là della frontiera, un urlo di dolore che proviene da tante vite spezzate. 

Per chi vive tranquillo nelle proprie case i migranti sono soltanto numeri. Ma per chi attende invano il loro ritorno, sono persone che non torneranno più. 

Le parole di Tesfay Mehari, un famoso cantante eritreo, dedica questa canzone alla donna che ha perso nei mari d'Italia.
Per rompere il grande muro dell'indifferenza che ci abita basterebbe aprire le nostre orecchie a queste parole, basterebbe sentire proprio il dolore di un amore spezzato per sempre, capire cosa sarebbe di noi se fossimo al loro posto.

 

 Il viandante raccoglierà questo canto e lo porterà lungo il suo cammino, sempre: il cielo stellato sopra di sé,  la legge morale in sè.

Sentirci nomadi nel mondo

Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me. Queste due cose io non ho bisogno di cercarle e semplicemente supporle come se fossero avvolte nell’oscurità, o fossero nel trascendente fuori del mio orizzonte; io le vedo davanti a me e le connetto immediatamente con la coscienza della mia esistenza.
Immaneul Kant

Noi, uomini e donne dovremmo sentirci tutti nomadi, viandanti senza una meta determinata e fissa. Dovremmo spingere i nostri passi non con l’idea di cercare una patria o la verità o la salvezza, dovremmo camminare non per arrivare da qualche parte, ma per il puro gusto di viaggiare e passo dopo passo imparare a conoscere il mondo e chi lo abita.

Chi viaggia verso una meta difficilmente è interessato ai paesaggi che attraversa, ai cieli sotto cui transita, alla gente che incontra; non indugia, non osserva, non fa esperienza: vuole raggiungere la meta ed ogni rallentamento al suo programma viene vissuto come un intoppo, un ritardo. I luoghi che attraversa sono luoghi di transito ed è sordo ai suoni, ai colori, alle varietà che si manifestano ai suoi occhi momento dopo momento. Lo stupore e la meraviglia di fronte al nuovo che si incontra e che accade sono assenti nella sua vita.

Sentirsi, invece, nomadi, erranti in questo mondo vuol dire abbandonarsi alla corrente della vita, diventare naviganti, “spingere – come dice Nietzsche – le proprie vele verso terre non ancora scoperte”. Vivere quello che si incontra di nuovo, di non ancora conosciuto come il bambino quando fa una nuova scoperta. Ma il nuovo sono anche anche le persone che si incontrano con il loro bagaglio diverso dal nostro.

Chi è nomade impara, impara sempre e sa che lungo la strada ci saranno momenti faticosi, qualche volta proverà la tentazione di tornare verso luoghi più conosciuti e sicuri, ma poi, riprendendo fiato, il suo viaggio continuerà.
Chi è nomade vede il mondo in continuo cambiamento, è aperto a tutto ciò che accade e non si nasconde dietro sicurezze costruite come trincee. Il nomade rifiuta quelle verità costruite per tagliar fuori ciò che non appartiene al paesaggio che si è scelto per sé. Il nomade sa che la terra in cui si trova non gli appartiene ed imparerà a dialogare con l'altro che incontra con cui condivide un pezzo di strada.

In questi anni che stiamo vivendo, assistiamo all'aumento di gente che fugge dai propri paesi d’origine e che desiderano entrare in posti più sicuri. Incontrano nel loro cammino uomini che al contrario di chi si sente nomade depone le sue certezze nella proprietà, nel territorio, in un confine ben delineato, possibilmente definito da un muro.

Il viandante desidera incontrare la diversità, non pone limiti attraverso confini, il cielo stellato sopra di lui è comune a tutti e dentro di sè porta solo quella legge morale che è fondata sul rispetto e sulla condivisione, la diversità sarà il terreno su cui far crescere le proprie decisioni etiche. 

E allora imparerà a guardare e ad ascoltare. Varcherà confini, scavalcherà i muri, e muto ascolterà il racconto di chi è nomade non per scelta ma per necessità. Prenderà nota, preserverà alla memoria tutto ciò che il mare a racchiuso dentro di sé e il deserto sepolto con la sabbia. E porterà il loro racconto ovunque passerà, perché chi vive il dramma dell'esclusione, dell'invisibilità deve trovare qualche portavoce.

I migranti vengono dalle guerre, attraversano confini, affrontano sbarramenti, quelli del mare e del deserto, quelli degli uomini. Hanno rischiato la morte, hanno visto morire. Portano nei loro cuori sogni e desideri, speranze e ricordi, i ricordi di un passato senza ritorno. Hanno incontrato uomini che aiutano, che truffano, che lucrano, che respingono. In poco tempo hanno conosciuto l'umanità nelle loro infinite e spesso drammatiche e crudeli sfaccettature.
Il viandante imparerà allora che la Storia, quella raccontata sui libri, è fatta da un numero immenso di piccole storie, di vissuti, di storie di uomini che soccombono e di altri che lottano e ce la fanno e di un numero incredibile di storie di bambini alcuni protetti, altri abbandonati, altri a cui è stato tolto tutto, spesso anche la vita.

Chi guarda dalla terra i cosiddetti barconi vede un insieme omogeneo di persone, i singoli scompaiono dietro al massa di persone accalcate che chiedono la stessa cosa: sbarcare in un porto.  

Il viandante sentirà a multiformità di voci, di sentimenti, di paura, di coraggio, di nostalgia, speranza e scoramento, saprà che lì ci sono esseri umani ed ognuno chiede di ritrovare in qualche modo la propria dignità, un proprio destino. Ma saprà anche la causa che ha provocato tanto dolore, quel dolore a cui è indifferente la Storia e chi ne è padrone.  

Il viandante che incontra il migrante avrà orecchie per ascoltare l'urlo che si alza dal mare che tanti corpi ha sepolto dentro di sé nell'indifferenza di chi sta al di là della frontiera, un urlo di dolore che proviene da tante vite spezzate. 

Per chi vive tranquillo nelle proprie case i migranti sono soltanto numeri. Ma per chi attende invano il loro ritorno, sono persone che non torneranno più. 

Le parole di Tesfay Mehari, un famoso cantante eritreo, dedica questa canzone alla donna che ha perso nei mari d'Italia.
Per rompere il grande muro dell'indifferenza che ci abita basterebbe aprire le nostre orecchie a queste parole, basterebbe sentire proprio il dolore di un amore spezzato per sempre, capire cosa sarebbe di noi se fossimo al loro posto.

 

 Il viandanti raccoglierà questo canto e lo porterà lungo il suo cammino, sempre: il cielo stellato sopra di sé,  la legge morale in sè.

19/11/16

La nostra vita è un'opera d'arte

La nostra vita è un'opera d'arte – che lo sappiamo o no, che ci piaccia o no. Per viverla come esige l'arte della vita dobbiamo – come ogni artista, quale che sia la sua arte – porci delle sfide difficili (almeno nel momento in cui ce le poniamo) da contrastare a distanza ravvicinata; dobbiamo scegliere obiettivi che siano (almeno nel momento in cui li scegliamo) ben oltre la nostra portata, e standard di eccellenza irritanti per il loro modo ostinato di stare (almeno per quanto si è visto fino allora) ben al di là di ciò che abbiamo saputo fare o che avremmo la capacità di fare. 
Dobbiamo tentare l'impossibile. E possiamo solo sperare – senza poterci basare su previsioni affidabili e tanto meno certe – di riuscire prima o poi, con uno sforzo lungo e lancinante, a eguagliare quegli standard e a raggiungere quegli obiettivi, dimostrandoci così all'altezza della sfida. L'incertezza è l'habitat naturale della vita umana, sebbene la speranza di sfuggire ad essa sia il motore delle attività umane. Sfuggire all'incertezza è un ingrediente fondamentale, o almeno il tacito presupposto, di qualsiasi immagine composita della felicità. È per questo che una felicità «autentica, adeguata e totale» sembra rimanere costantemente a una certa distanza da noi: come un orizzonte che, come tutti gli orizzonti, si allontana ogni volta che cerchiamo di avvicinarci a esso.
da L'arte della vita di Zigmunt Bauman