13/08/17

Perché, dunque, si scrive? Primo Levi

1)    Perché se ne sente l’impulso o il bisogno. È questa, in prima approssimazione, la motivazione più disinteressata. L’autore che scrive perché qualcosa o qualcuno gli detta dentro non opera in vista di un fine; dal suo lavoro gli potranno venire fama o gloria, ma saranno un di più, un beneficio aggiunto, non consapevolmente desiderato: un sottoprodotto, insomma. Beninteso, il caso delineato è estremo, teorico, asintotico: è dubbio che mai sia esistito uno scrittore, o in generale un artista, così puro di cuore. Tali vedevano se stessi i romantici; non a caso, crediamo di ravvisare questi esempi fra i grandi più lontani nel tempo, di cui sappiamo poco, e che quindi è più facile realizzare. Per lo stesso motivo le montagne lontane ci appaiono tutte dello stesso colore, che spesso si confonde con il colore del cielo.
2)    Per divertire o divertirsi. Fortunatamente, le due varianti coincidono quasi sempre: è raro che chi scrive per divertire il suo pubblico non si diverta scrivendo, ed è raro che ci prova piacere nello scrivere non trasmetta al lettore almeno una porzione del suo divertimento. A differenza del caso precedente, esistono di divertitori puri, spesso non scrittori di professione, alieni da ambizioni letterarie e non, privi di certezze ingombranti e di rigidezze dogmatiche, leggeri e limpidi come bambini, lucidi e savi come chi ha vissuto a lungo e non invano. Il primo nome che mi viene in mente è quello di Lewis Carroll, il timido decano e matematico della vita intemerata, che ha affascinato sei generazioni con le avventure della sua Alice, prima nel paese delle meraviglie e poi dietro lo specchio. La conferma del suo genio affabile si ritrova nel favore che i suoi libri godono, dopo più di un secolo di vita, non solo presso i bambini, a cui egli idealmente li dedicava, ma presso i logici e gli psicoanalisti, che non cessano di trovare nelle sue pagine significati sempre nuovi. È probabile che questo mai interrotto successo dei suoi libri sia dovuto proprio al fatto che essi non contrabbandano nulla: né lezioni di morale né sforzi didascalici.
3)    Per insegnare qualcosa a qualcuno. Farlo, e farlo bene, può essere prezioso per il lettore, ma occorre che i patti siano chiari. A meno di rare eccezioni, come il Virgilio delle Georgiche, l’intento didattico corrode la tela narrativa dal di sotto, la degrada e la inquina: il lettore che cerca il racconto deve trovare il racconto, e non una lezione che non desidera. Ma appunto, le eccezioni ci sono, e chi ha sangue di poeta sa trovare ed esprimere poesia anche parlando di stelle, di atomi, dell’allevamento del bestiame e di apicoltura. Non vorrei dare scandalo ricordando qui “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene” di Pellegrino Artusi, altro uomo di cuore puro, che non si nasconde la bocca dietro la mano: non posa a letterato, ama con passione l’arte della cucina spregiata dagli ipocriti e dai dispeptici, intende insegnarla, lo dichiara, lo fa con la semplicità e la chiarezza di chi conosce a fondo la sua materia, ed arriva spontaneamente all’arte.
4)    Per migliorare il mondo. Come si vede, ci stiamo allontanando sempre più dall’arte che è fine a se stessa. Sarà opportuno osservare qui che le motivazioni di cui stiamo discutendo hanno ben poca rilevanza ai fini del valore dell’opera a cui possono dare origine; un libro può essere bello, serio, duraturo e gradevole per ragione assai diverse da quello per cui è stato scritto. Si possono scrivere libri ignobili per ragioni nobilissime, ed anche, ma più raramente, libri nobili per ragioni ignobili. Tuttavia, provo personalmente una certa diffidenza per chi “sa” come migliorare il mondo; non sempre, ma spesso, è un individuo talmente innamorato del suo sistema da diventare impermeabile alla critica. C’è da augurarsi che non possegga una volontà troppo forte, altrimenti sarà tentato di migliorare il mondo nei fatti e non solo nelle parole: così ha fatto Hitler dopo aver scritto “Mein Kampf”, ed ho spesso pensato che molti altri utopisti, se avessero avuto energie sufficienti, avrebbero scatenato guerre e stragi.
5)    Per far conoscere le proprie idee. Chi scrive per questo motivo rappresenta soltanto una variante più ridotta, e quindi meno pericolosa, del caso precedente. La categoria coincide di fatto con quella dei filosofi, siano essi geniali, mediocri, presuntuosi, amanti del genere umano, dilettanti o matti.
6)    Per liberarsi da un’angoscia. Spesso lo scrivere rappresenta un equivalente di una confessione o del divano di Freud. Non ho nulla da obiettare a chi scrive spinto dalla tensione: gli auguro anzi di riuscire a liberarsene così, come è accaduto in me in anni lontani. Gli chiedo però che si sforzi di filtrare la sua angoscia, di non scagliarla così com’è, ruvida e greggia, sulla faccia di chi legge; altrimenti rischia di contagiarla agli altri senza allontanarla da sé.
7)    Per diventare famosi. Credo che sono un folle possa accingersi a scrivere unicamente per diventare famoso: ma credo che nessuno scrittore, neppure il più modesto, neppure il meno presuntuoso, neppure l’angelico Carroll sopra ricordato, sia stato immune da questa motivazione. Aver fama, leggere di sé sui giornali, sentire parlare di sé, è dolce, non c’è dubbio; ma poche fra le gioie che la vita può dare costano altrettanta fatica, e poche fatiche hanno risultato così incerto.
8)    Per diventare ricchi. Non capisco perché alcuni si sdegnino o si stupiscano quando vengono a sapere che Collodi, Balzac e Dostoevskij scrivevano per guadagnare, o per pagare i debiti di gioco, o per tappare i buchi di imprese commerciali fallimentari. Mi pare giusto che lo scrivere, come qualsiasi altra attività utile, venga ricompensato. Ma credo che scrivere solo per denaro sia pericoloso, perché conduce quasi sempre ad una maniera facile, troppo ossequente al gusto del pubblico più vasto e alla moda del momento.
9)    Per abitudine. Ho lasciato ultima questa motivazione, che è la più triste. Non è bello, ma avviene: avviene che lo scrittore esaurisca il suo propellente, la sua carica narrativa, il suo desiderio di dar vita e forma alle immagini che ha concepite; che non abbia più desideri, neppure di gloria e di denaro; e che scriva ugualmente, per inerzia, per abitudine, per “tener viva la firma”. Badi a quello che fa: su quella strada non andrà lontano, finirà fatalmente col copiare se stesso. È più dignitoso il silenzio, temporaneo o definitivo”.
Primo Levi, L’altrui mestiere

07/08/17

Anche con i doni si può far del male

Se le posizioni sociali sono squilibrate, al punto che da una parte sta la libertà illimitata di concedere o non concedere un beneficio e, dall’altra, la necessità di accettarlo; se c’è libertà contro necessità; se l’uno può tutto, l’altro niente, si può parlare, in questi casi, di dono? Il dono che si fa con la mano del potere è davvero un dono? Sì, ma solo se rimane in superficie. 
In realtà si tratta dell’esercizio d’una supremazia che approfitta d’una condizione di bisogno per manifestarsi. Quel “dono”, al quale non si ha diritto ma che è frutto d’una concessione graziosa e, pertanto, può essere in ogni momento revocato, sta nell'essenza d’un rapporto servile. È violenza che si esercita tramite mezzi non maligni, ma benigni.
Anche con i doni si può far del male. È sfruttamento di uno stato di necessità in cui altri versano; cioè è violenza di natura morale: una violenza da cui ci si aspetta un tornaconto la cui materia è il sentimento di obbligazione verso il donante. Non è vera gratitudine, perché la gratitudine dettata dalla necessità è finta, malata. Se poi il “dono” è reso pubblico, pubblicizzato, diventa violenza usata a fini pubblicitari.
 Gustavo Zagrebelsky, Sulla lingua del tempo presente

06/08/17

Recuperare il respiro umanista

L’umanesimo non è la stessa cosa dell’umanitarismo. Non nego l’importanza delle imprese umanitarie nel loro assistere gli affamati, feriti, malati ed emarginati del mondo orribile in cui viviamo.
Ma penso che il destino migliore di questo pianeta non sia quello di convertirsi in un ospedale o in un ricovero: deve diventare la città degli uomini, la casa e l’impresa di tutti.
A tal fine, è imprescindibile recuperare il respiro umanista, combattendo non solo per proteggere le vite, ma anche per istituire le libertà, educare ai valori universali, gestire gli affari umani in maniera non-tribale, ma sovranazionale.
Fernando Savater, Discorso di accettazione del Premio Van Praag 1997
"Recuperare il respiro umanista", dice Fernando Savater. Non è facile quando tutta l'aria, le parole che girano e si fanno sentire vanno verso un'altra direzione e inquinano la nostra mente, la nostra anima, allontanandoci o deviandoci dal nostro cammino, scippandoci quelle parole che forse guidavano il nostro cuore alla ricerca di un'umanità che sapesse vedere nell'altro, un uomo degno di vivere come me. 
Sembra a moltissimi naturali che ci siano uomini di serie A e di serie B, o peggio uomini e "non-uomini" il cui destino non desta il nostro interesse o la nostra com-passione.

E quando questa è l'aria, chi ancora vuole trovare nell'umanesimo la propria casa, si deve preparare al peggio e coltivare dentro di sé degli anticorpi per resistere, per non voltare la testa dall'altra parte, per mettersi in movimento e riaffermare quei diritti che non sono "nostri", ma di tutti coloro che abitano questa terra. Non dobbiamo permettere che l'aria che respiriamo sia di odio e di rabbia, di ostilità, dobbiamo portare nel mondo un soffio di aria pura che, quella sì, contagi chi ci avvicina e ci ascolta.
In farmacia ho visto una signora con la sua bambina che parlava con una donna musulmana col velo, due donne apparentemente tanto diverse che ridevano, scherzavano insieme, che parlavano dei loro bambini e si davano appuntamento al parco perché questi potessero giocare insieme. Il "respiro umanista" si sentiva in tutto il negozio e la speranza si concretizzava in una piccola realtà.

01/07/17

Il vero inferno è una cosa senza rumore

Edvard-Munch-Melancolia
Il vero inferno è una cosa senza rumore. Esso non delira o infuria, non è una bestia feroce, ma un che, un qualcuno di sordido e molle che s'insinua in noi, quando con noi non nasca, e a poco a poco riempie tutte le nostre cavità, fino a soffocarci. Esso è fatto di giorni inerti… d'infedeltà a noi stessi, di continui cedimenti.

Tommaso Landolfi
A volte ci aspettiamo  che qualcosa accada  di bello o di brutto, qualcosa capace di modificare la nostra vita, di deviarne il corso. E a volte succede. Può succedere. A volte no.
Quello che cambia veramente il corso della nostra vita è ciò che ogni giorno si insinua dentro di noi subdolo e silenzioso, intacca il nostro slancio vitale, ci toglie la speranza, la trasforma in illusione, ci rende diffidenti e impauriti, incapace di prendere qualsiasi decisione. 
Ci suggerisce di smorzare i sentimenti, le emozioni, per non soffrire, ci dice, per trovare un po' di pace, di allontanarci da ciò che ci può far soffrire.

Dovremmo far tacere quella voce, che sussurra ogni giorno qualcosa fino a farci sentire la vita senza senso, la notte uguale al giorno, ogni uomo, ogni donna uguale all'altra. 
Dovremmo far tacere quella voce che appiattisce il mondo ai nostri occhi e li rende incapaci di cogliere le sfumature, di apprezzare i colori forti come quelli più tenui e delicati, quella voce che ci suggerisce che siamo fragili e dobbiamo difenderci. 

Dovremmo imparare a capire che la nostra fragilità, invece, è forza. E' la forza di chi non teme di andare incontro alla vita così com'è, senza mai tradire noi stessi, quello in cui crediamo, quello che vogliamo essere al di là di quello che succede fuori di noi. E' la forza che ci aiuta a non fare della nostra vita "un insieme di giorni inerti", di perderci a furia "di continui cedimenti". Dovremmo fuggire da "quell'inferno senza rumore".


24/06/17

Cercare la verità

Le verità come le medicine hanno il sapore cattivo e nessuno vuole prenderle, però fanno bene.
Eduardo De Filippo
Bisogna cercarla la verità cominciando da quella che ci riguarda, da quella che tendiamo a tenerci nascosta perché ci fa male, perché mette a nudo la nostra debolezza, la nostra fragilità, la nostra incapacità a vedere quando sbagliamo o non sappiamo relazionarci agli altri.

Bisogna non avere paura di soffrire. Perché di sofferenza si tratta.
E’ più facile vedere gli errori negli altri che in noi stessi.
E’ più facile difendere le nostre “ragioni” che accogliere quelle degli altri.
Siamo sempre immersi in un mondo dove la prestazione e il successo definiscono il nostro valore, dove l’avere e l’apparire hanno la meglio sull'essere. 

Ma questo non dovrebbe offrirci giustificazioni, perché così facendo ci allontaniamo sempre di più da noi stessi fino al giorno in cui potremmo perderci per sempre.
Vivere è camminare per tentativi ed errori.
Cercare la verità vuol dire navigare controcorrente.

La vera amicizia è in continuo dialogo con l’altro, un dialogo onesto e compassionevole nel vero e bel senso della parola. Non buttare in faccia all'altro “la verità”, ma aiutarlo a camminare verso di essa e aspettandosi che questo faccia l’amico con noi.


Cercare la verità non vuol dire arrivare ad avere certezze, la verità è intessuta di dubbio, dialoga con l’incertezza e la ricerca continua di se stessi e degli altri. La verità è fragile come una piuma al vento difficile da afferrare.

Le parole di Rodotà vivranno dentro di noi

... questa inarrestabile pubblicizzazione degli spazi privati, questa continua esposizione a sguardi ignoti e indesiderati, incide sui comportamenti individuali e sociali. Sapersi scrutati riduce la spontaneità e la libertà. Riducendosi gli spazi liberi dal controllo, si è spinti a chiudersi in casa, e a difendere sempre più ferocemente quest'ultimo spazio privato, peraltro sempre meno al riparo da tecniche di sorveglianza sempre più sofisticate.
Ma se libertà e spontaneità saranno confinate nei nostri spazi rigorosamente privati, saremo portati a considerare lontano e ostile tutto quel che sta nel mondo esterno. Qui può essere il germe di nuovi conflitti, e dunque di una permanente e più radicale insicurezza, che contraddice il più forte argomento addotto per legittimare la sorveglianza, appunto la sua vocazione a produrre sicurezza.
Stefano Rodotà  

23/06/17

I Giusti di J.L.Borges

I Giusti

Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere una etimologia.
Due impiegati che in un caffè del sud giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che premedita un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.



J.L.Borges

21/06/17

Difficoltà ad accettare che i diritti umani siano intangibili a prescindere

Una delle acquisizioni più difficili nel campo dei diritti umani riguarda […] la difficoltà ad accettare che i diritti umani siano intangibili a prescindere. Sembra irresistibile, cioè, la tendenza a subordinare la loro tutela ad un giudizio sulla rispettabilità del soggetto i cui diritti sono minacciati.
Quasi che i diritti umani non siano un patrimonio ascritto, ma qualcosa che si debba meritare. Ne deriva una sorta di paradossale rovesciamento: i diritti fondamentali vengono tanto più rigorosamente applicati quanto più i loro titolari sono in grado di rivendicarli e di esercitarli. Mentre dovrebbe essere vero il contrario: sono i soggetti più vulnerabili, e proprio in quanto più vulnerabili, a dover essere tutelati con la massima intransigenza.
Insomma, proprio i diritti più incerti - ovvero quelli di chi di essi ha maggiore bisogno, per le più diverse ragioni - esigono una protezione più ferma, più solida, e senza riserve.
Luigi Manconi - Corpo e Anima 

18/06/17

La poesia venne a cercarmi

Accadde in quell'età... La poesia
venne a cercarmi. Non so da dove
sia uscita, da inverno o fiume.
Non so come né quando,
no, non erano voci, non erano
parole né silenzio,
ma da una strada mi chiamava,
dai rami della notte,
bruscamente fra gli altri,
fra violente fiamme
o ritornando solo,
era lì senza volto
e mi toccava.

Non sapevo che dire, la mia bocca
non sapeva nominare,
i miei occhi erano ciechi,
e qualcosa batteva nel mio cuore,
febbre o ali perdute,
e mi feci da solo,
decifrando 
quella bruciatura,
e scrissi la prima riga incerta,
vaga, senza corpo, pura
sciocchezza,
pura saggezza
di chi non sa nulla, 
e vidi all'improvviso
il cielo
sgranato
e aperto,
pianeti, 
piantagioni palpitanti,
ombra ferita,
crivellata
da frecce, fuoco e fiori,
la notte travolgente, l'universo.

Ed io, minimo essere,
ebbro del grande vuoto
costellato,
a somiglianza, a immagine
del mistero,
mi sentii parte pura
dell'abisso,
ruotai con le stelle,
il mio cuore si sparpagliò nel vento.

Pablo Neruda

16/06/17

Un’immensità vuota, un libro eventuale

La solitudine della scrittura è una solitudine senza la quale lo scritto non si realizza o si sbriciola esangue nel cercare cosa scrivere ancora.
 
Ci vuole sempre una separazione dagli altri intorno a chi scrive libri. È una solitudine, la solitudine dell’autore, quella dello scritto. Tanto per cominciare, ti chiedi che cos’era quel silenzio intorno a te e praticamente a ogni passo che fai in una casa, a ogni ora del giorno, sotto tutte le luci, quella di fuori o quella delle lampade accese anche durante il giorno. La solitudine reale del corpo diventa quella, inviolabile, dello scritto.
 
Trovarsi in un buco, in fondo al buco, in una solitudine quasi totale e scoprire che soltanto la scrittura ci salverà. Essere senza alcun argomento di libro, senza alcuna idea di libro significa trovarsi, ritrovarsi, davanti a un libro. Un’immensità vuota, un libro eventuale. Davanti a niente. Davanti a una scrittura viva e spoglia, in un certo senso terribile, terribile da sormontare. Credo che la persona che scrive non abbia nessuna idea di libro, ha le mani vuote, la testa vuota e conosce dell’avventura del libro soltanto la scrittura asciutta e nuda, senza futuro, senza eco, remota, con le sue regole auree elementari: ortografia, senso.
 
Nella vita viene un momento, credo sia fatale, cui non si può sfuggire, in cui si mette tutto in dubbio: il matrimonio, gli amici, soprattutto gli amici della coppia. Non il figlio. Il figlio non è mai messo in dubbio. E il dubbio ci cresce intorno. Questo dubbio è solo, è il dubbio della solitudine, nato dalla solitudine. Si può già dire la parola. Credo che molti non potrebbero sopportare quello che dico, scapperebbero. Forse per questo ogni uomo non è uno scrittore. Ecco la differenza, ecco la verità, nient’altro. Il dubbio, è scrivere. Dunque è anche lo scrittore. E con lo scrittore tutti scrivono, lo si è sempre saputo.
 
Finché c’è il libro che esige di essere terminato, si scrive. Si è costretti a mettersi dalla sua parte. È impossibile buttare un libro per sempre prima che sia completamente scritto, vale a dire: solo e libero da te, che lo hai scritto. È intollerabile quanto un delitto. Non credo a quelli che dicono: “Ho strappato il manoscritto, l’ho gettato”. Non ci credo. O per gli altri non esisteva, ciò che era scritto, o non era un libro. Quando non è un libro, si sa, sempre. Quando non sarà mai un libro, no, non si sa. Mai.
 
Tutto scriveva nella casa quando scrivevo. La scrittura era ovunque.
 
Scrivere comunque, nonostante la disperazione. No: con la disperazione. Quale disperazione, non so darle un nome. Scrivere senza imboccare subito la via che porta allo scritto è pur sempre lavorarlo. E tuttavia si deve accettare questo: lavorare lo “scarto” significa tornare indietro verso un altro libro, verso un altro possibile di quello stesso libro.
 
Quando un libro è terminato, un libro che hai scritto, intendo, non puoi più dire, leggendolo, che è un libro che hai scritto, né quali cose vi siano state scritte, né con quale disperazione o quale felicità, quella di una trovata oppure di un fallimento di tutta te stessa. Perché, alla fine, nel libro non si può vedere niente di simile. La scrittura è in certo qual modo uniforme, placata. Non succede più niente in un libro terminato e distribuito. Esso raggiunge l’innocenza indecifrabile della sua venuta al mondo.
 
Esser soli con il libro non ancora scritto, significa trovarsi ancora nel primo sonno dell’umanità. Significa anche esser soli con la scrittura ancora incolta. Significa tentare di non morirne.
 
Non so che cos’è un libro. Nessuno lo sa, ma si sa quando ce n’è uno. E quando non c’è, si sa, come si sa che si è, non ancora morti.
 
Marguerite Duras, “Scrivere”, Feltrinelli, 1994.