29/03/17

L’uomo che non ha musica nel cuore


L’uomo che non ha musica nel cuore
ed è insensibile ai melodiosi accordi
è adatto a tradimenti, inganni e rapine;
i moti del suo animo sono spenti
come la notte, e i suoi appetiti
sono tenebrosi come Erebo:
non fidarti di lui. Ascolta la musica.


William Shakespeare, Il mercante di Venezia

28/03/17

Un buon condottiero deve mancare delle più alte e migliori qualità umane (Lev N. Tolstoj)


I migliori generali che ho conosciuto sono uomini sciocchi o distratti. Il migliore di tutti è Bagratiòn, come lo stesso Napoleone ha riconosciuto. Ma anche Bonaparte! Ricordo la sua faccia soddisfatta, espressione di una mente limitata, sul campo di Austerlitz.
Non solo un buon condottiero non ha bisogno di genio o di qualità particolari, qualunque siano, ma al contrario, deve mancare delle più alte e migliori qualità umane: d’amore, di poesia, di tenerezza, del dubbio filosofico ed indagatore.
Deve essere limitato, fermamente convinto che ciò che egli compie è molto importante (altrimenti non avrebbe sufficiente pazienza), e soltanto allora sarà un valoroso condottiero.
Dio lo scampi dall'essere un uomo: se sarà un uomo, amerà qualcuno, avrà pietà di qualcuno, penserà a ciò che è giusto e ingiusto. Si comprende che fin dall’antichità abbiano forgiato per essi la teoria del genio, poichè essi hanno il potere.
 Lev Nikolàevič Tolstòj da Guerra e pace

27/03/17

Saper ascoltare è un'arte


Si fa tanto parlare di ascolto. È un termine di cui si abusa troppo. 
L’ascolto ha luogo in uno spazio inter-soggettivo, dove qualcuno chiede di essere ascoltato e si aspetta l’attenzione dell’altro. Si rivolge all’altro non in modo casuale, ma perché si aspetta qualcosa da lui. Sente che proprio quella persona e non un’ altra possa aprirsi alle sue parole.

Ma il fatto che qualcuno desideri essere ascoltato non significa necessariamente che riesca a comunicare quello che vuole dire con le parole.
Più un bambino ha sofferto, meno saprà raccontarsi, esprimere il proprio dolore con le parole. Come può esprimersi un bambino piccolo, un bambino chiuso, un bambino sofferente? O un ragazzo fortemente ferito dalla vita? Certo non con le parole, non è quello il linguaggio che ci dobbiamo aspettare.

Dice Simone Weil che, in generale,  il pensiero della sofferenza non è discorsivo, non si costituisce in unità logiche e rigorose di significato, ma si smarrisce «come una mosca che corre sempre contro un vetro»  che vuole uscire ma che non trova il modo. 

Soprattutto prima ancora di metterci in ascolto dobbiamo saper fare silenzio dentro di noi, far tacere le tante parole che giudicano, che stigmatizzano, che interpretano, che a tutti i costi vogliono trovare soluzioni veloci. Le parole che presumono di aver già capito senza prima aver affiancato, condiviso, amato. Solo da questo silenzio può nascere l’ascolto, un silenzio che è spazio, apertura all'altro. Un silenzio, per dirla con la Weil, che ci «permette di cogliere verità che altrimenti resterebbero celate per sempre». Solo allora capiremo che ascoltare non è solo porgere l’orecchio ma aprirci al mondo che ci circonda.
Pierre Sansot parla di «interiorità creativa» e con questo termine indica «quello spazio di accoglienza in cui le parole dell’altro potranno trovare rifugio» .

Capita a chi ascolta veramente di essere più preso dalla voce che dalle parole. La voce è espressiva di per sé, a prescindere dalle parole che articola: indica la gioia, la tristezza, la malinconia, ogni emozione passa attraverso la sua vibrazione. E ci si sorprende spesso ascoltando di essere catturati dalla sua modulazione, dalle sue oscillazioni.

Ascoltare solo le parole significa cogliere una parte dell’altro, quella che appare in superficie e che poco può dire di quello che si muove più nel profondo. Ascoltare vuol dire percepire anche ciò che non viene detto, che è ancora nascosto nelle pieghe dell’anima e fa fatica ad emergere. 
Ascoltando si esplorano terreni sconosciuti, può quindi voler dire imparare a legger dietro il significato letterale delle parole.

Non sempre si riesce ad entrare nel mondo dell’altro, a volte ne rimaniamo ai margini in attesa di qualche apertura. A volte qualche apertura c’è, ma possiamo subito dopo ritrovare la porta chiusa. È importante soprattutto rendersi presenti e attenti. Non bisogna soprattutto cercare nulla di preordinato, di prefigurato, di risaputo.

Non bisogna aver fretta di capire, né di essere capito. Ascoltare è conoscere la pazienza, la lentezza, imparare a convivere anche col silenzio che è esso stesso linguaggio e come tale può esprimere diversi significati. Può essere un silenzio teso a tener fuori l’altro, di difesa; un silenzio dove  la parola non ha la possibilità di sorgere e rimane condannata a restare nascosta. Si dice spesso: Mi è rimasta la parola in gola, non sono riuscita a dirle nulla. Spesso ci troviamo in questa condizione nel rapporto con l’altro, che non ha saputo o voluto creare quel clima di attenzione che solo apre al dialogo. 
Può essere, invece, un silenzio di attesa: non si trovano le parole, ma si vuole entrare in contatto. Allora è il corpo che parla: gli sguardi, i movimenti delle mani, la postura, la rigidità o la rilassatezza dei muscoli. I gesti non hanno bisogno di parole e a volte sono più determinanti nello stabilire una relazione.

La parola non è quindi sempre necessaria. Non sempre si vogliono comunicare contenuti, ma emozioni. La parola potrà trovare spazio per spiegare, per portare alla luce il sommerso, per chiarire a se stessi e all'altro che cosa si sta vivendo.

Chi sa relazionarsi nel silenzio può dare significato alle parole, altrimenti la parola può riempire solo i vuoti, può nasconderci all'altro.
Io penso che la comunicazione cominci proprio dalla capacità di accogliere il silenzio, la parola balbettata, quello che ancora non si è in grado di dire, ma che vorrebbe trovare una strada. 

Comincia dove c’è attenzione, interesse, disponibilità,  in quel silenzio che è apertura.
In questa dimensione nasce il vero dialogo, quello in cui le parole si riappropriano dei loro significati, quella parola che rimane dentro, che dialoga con noi nel nostro spazio interiore anche in assenza di chi ce l’ha detta, che si deposita dentro di noi perché può dirci qualcosa dell'altro, che può rimanere archiviata, ma poi uscire quando siamo pronti a riceverla.

Ricordo, a scuola, Francesco di 13 anni. Era un ragazzo ribelle, veniva spesso mandato in presidenza, faceva con me un laboratorio di teatro. All’ennesima volta che aveva trasgredito qualche regola, gli ho detto che forse era meglio che io tacessi, che le mie parole non gli erano utili e forse lo annoiavano soltanto. Lui si era fatto serio, mi aveva guardato negli occhi (cosa abbastanza insolita per lui), poi mi aveva detto: No per piacere, lei continui a parlarmi, adesso non sono pronto, ma forse un giorno ripenserò alle sue parole e mi saranno molto utili. Forse i ragazzi sanno insegnarci più di quello che crediamo. Con un po' di umiltà e un po' di amore, perché no? Saper ascoltare è un'arte non facile da imparare.

26/03/17

Il 29 marzo 1827 moriva Ludwig van Beethoven

“…L’ultimo grande Maestro, lo splendido portavoce dell’arte dei suoni, colui che ereditò e dilatò la fama immortale di Hendel e di Bach, di Mozart e di Haydn, ha concluso la sua esistenza, e noi, piangendo, siamo qui accanto alle corde spezzate dello strumento che ora tace. …
Arte che scendi dall’alto. Saldo si tenne a te, e persino quando fu serrata la porta attraverso la quale entravi in lui e gli parlavi, quando divenne cieco alle tue fattezze, nel suo sordo orecchio, egli continuava a portare nel cuore la tua immagine, e anche sul letto di morte l’aveva nel petto. Fu un artista, e chi è in grado di stargli a pari?…
Musa dei canti e del suono degli archi! Voi tutti attorniate la sua tomba e incoronatelo d’alloro! Fu un artista, ma anche un uomo, uomo in ogni senso, nel senso più alto.
Poiché si isolò dal mondo lo dissero ostile, e poiché fuggiva le sensazioni comuni lo dissero privo di sentimenti. Ah! Chi si sa duro non fugge, ma sta fermo e non si turba. Sono proprio le punte più tenere quelle che più facilmente si piegano e si spezzano.
Se fuggì il mondo fu perché nel profondo del suo animo, disponibile all’amore, non trovò alcun sostegno per resistergli. Se si sottrasse agli uomini, fu perché essi non volevano salire fino a lui, ed egli non poteva scendere fino a loro. Fu solo perché non trovò chi gli fosse pari. … Così fu, così morì, così vivrà per i secoli dei secoli. “. 
Franz Grillparzer,  scrittore e drammaturgo austriaco, al funerale di Ludwig van Beethoven il 29 marzo 1827 

Non essendo che uomini di Dylan Thomas

Non essendo che uomini, camminavamo fra gli alberi,
spauriti, pronunciando sillabe sommesse
per timore di svegliare le cornacchie,
per timore di entrare
senza rumore in un mondo di ali e di stridi.

Se fossimo bambini potremmo arrampicarci,
catturare nel sonno le cornacchie, senza spezzare un rametto,
e, dopo l’agile ascesa,
cacciare la testa al di sopra dei rami
per ammirare stupiti le immancabili stelle.

Dalla confusione, come al solito,
e dallo stupore che l’uomo conosce,
dal caos verrebbe la beatitudine.

Questa, dunque, è leggiadria, dicevamo,
bambini che osservano con stupore le stelle,
è lo scopo la conclusione.

Dylan Thomas

25/03/17

Mio papà e l'elogio della mitezza di Norberto Bobbio

Ho letto “L’elogio della mitezza” di Norberto Bobbio ed ho pensato a te papà. Sembra proprio che quando l’ha scritto pensasse a te.
Egli dice:
La mitezza è il contrario dell'arroganza, intesa come opinione esagerata dei propri meriti, che giustifica la sopraffazione. Il mite non ha grande opinione di sé, non già perché si disistima, ma perché è propenso a credere più alla miseria che alla grandezza dell'uomo, ed egli è un uomo come tutti gli altri. (…) Il mite non ostenta nulla, neanche la propria mitezza: l'ostentazione, ovvero il mostrare vistosamente, sfacciatamente, le proprie pretese virtù, è di per se stesso un vizio.
Tu eri un uomo semplice, quello che facevi, e facevi tanto, lo facevi con umiltà, in silenzio senza chiedere mai nulla in cambio. Eri un bravo padre, ma eri anche un bravo lavoratore, quello a cui ti dedicavi lo facevi con passione e amore e ti bastava che il lavoro fosse ben fatto, non aspettavi nessun riconoscimento.
La mitezza, infatti,  come la benignità, la benevolenza, la generosità, è una disposizione verso gli altri che “non ha bisogno di essere corrisposta per rivelarsi in tutta la sua portata”.
Il mite è colui che "lascia essere l'altro quello che è", anche se l'altro è l'arrogante, il protervo, il prepotente. Non entra nel rapporto con gli altri con il proposito di gareggiare, di confliggere, e alla fine di vincere. È completamente al di fuori dello spirito della gara, della concorrenza, della rivalità, e quindi anche della vittoria. Nella lotta per la vita è infatti l'eterno sconfitto.
Non hai mai cercato di primeggiare sugli altri, anzi eri pronto ad aiutare e a condividere le tue competenze con chiunque ne avesse bisogno o te lo chiedesse. Non sapevi proprio cosa fosse la competizione. Forse non a caso non sei mai stato uno sportivo, né hai mai tifato per una squadra o per un corridore. Se ti interessavano i soldi non era per prestigio o per ambizione, ma solo per assicurare una vita serena e confortevole alla tua famiglia e offrire delle opportunità ai tuoi figli.
Ma essere mite non voleva dire che tu fossi un debole o un remissivo. Anzi eri un lottatore, ma non contro qualcuno o per ottenere posti di prestigio, ma per andare incontro ai problemi che la vita ti poneva davanti.

Non sapevi cosa fosse il rancore, non eri vendicativo, non provavi astio contro chicchessia. Eppure di offese, soprattutto perché eri un meridionale immigrato al Nord, perché non eri un raccomandato, né un figlio di… ne hai ricevute tante.
Il mite per essere in pace con se stesso deve essere prima di tutto in pace con gli altri. Non apre mai, lui, il fuoco; e quando lo aprono gli altri, non si lascia bruciare, anche quando non riesce a spegnerlo. Attraversa il fuoco senza bruciarsi, le tempeste dei sentimenti senza alterarsi, mantenendo la propria misura, la propria compostezza, la propria disponibilità.
Né essere mite voleva dire essere modesto, tu sapevi quanto valevi, cosa sapevi fare e cosa no. Ma la tua capacità non era una merce di scambio, c’era e serviva per compiere bene ciò in cui ti impegnavi.

Bobbio ha dedicato un libro a questa virtù non perché lui si sentisse mite, anche se gli sarebbe piaciuto, ma per un altro motivo.
Amo le persone miti, questo sì, perché sono quelle che rendono più abitabile questa "aiuola", tanto da farmi pensare che la città ideale non sia quella fantasticata e descritta sin nei più minuti particolari dagli utopisti, dove regna una giustizia tanto rigida e severa da diventare insopportabile, ma quella in cui la gentilezza dei costumi sia diventata una pratica universale
Sì, eri un uomo gentile e soprattutto un uomo onesto. Di questo ti sono grata, papà, perché sono due valori incalcolabili che tu mi hai fatto apprezzare e amare, non con tante prediche, ma con il semplice esempio, giorno dopo giorno. E non importa se molti per questo a volte ti prendevano in giro. Un uomo doveva essere forte e un vittorioso, fare carriera a costo di tutto. Tu, invece, quando qualcuno ti ha offerto una raccomandazione per fare carriera, hai risposto di voler arrivare solo dove potevi farlo con le tue forze.
Una signora anziana, una volta, incontrando mia mamma, le ha detto “Ah, lei è la moglie del dott. De Rienzo dalle belle mani e dall’animo tanto gentile”. Sì, quello era proprio mio padre.

Grazie, papà.

24/03/17

La speranza è la memoria del futuro

A rigore, dunque, quella che chiamiamo noia è piuttosto un morboso accorciamento del tempo in seguito a monotonia: lunghi periodi di tempo, se non si interrompe l’uniformità, si restringono in modo da far paura; se un giorno è come tutti, tutti sono come uno solo; e nell'uniformità perfetta la più lunga vita sarebbe vissuta come fosse brevissima e svanirebbe all'improvviso.
Assuefarsi significa lasciar addormentare o almeno sbiadire il senso del tempo; e se gli anni giovanili sono vissuti lentamente e la vita successiva invece si svolge e corre sempre più veloce, anche questo è da attribuire all'assuefazione.
Noi sappiamo benissimo che intercalando assuefazioni nuove e diverse adottiamo l’unico rimedio che serva a trattenere la vita, a rinfrescare il nostro senso del tempo, e così il nostro sentimento del vivere si rinnova.
Thomas Mann - La montagna magica
La monotonia e l'insignificanza di giornate che ci appaiono sempre uguali, in cui nulla sembra succedere né cambiare, la ripetizione di gesti, di schemi producono spesso la noia, appiattiscono il tempo, che ha solo più una dimensione: il presente.
Senza futuro scompare l'attesa, la speranza di "andare oltre". Non un'attesa passiva che qualcosa cambi come per incanto, non una speranza che si confonde con l'illusione, ma quell'attesa e quella speranza che sono "tensione", desiderio di crescere come persone, come esseri umani e soprattutto quella tensione che ci spinge all'incontro con l'"Altro" diverso da me.

Senza questa tensione ogni orizzonte di senso si inaridisce, non esistono più né storia né progetti.

Lo spazio senza futuro, senza capacità di attesa e di speranza, viene occupato da un passato che imprigiona, che si chiude in se stesso, impedendo la spinta vitale. Tutte le parole che aprono alla speranza vengono affossate, lasciando spazio a quella disperazione che così bene è stato rappresentato dall'Urlo di Munch.
Senza attesa e senza speranza il tempo si fa deserto e l'urlo inascoltato.
Il tempo passa senza che si riesca ad afferrarlo e lui che sembra dominarci. E' inesorabile.

Solo nella capacità di ridare senso alla nostra vita il tempo rallenta e noi possiamo decidere cosa fare di lui.

Gabriel Marcel ha detto che «la speranza è la memoria del futuro»: nella mente di chi non si arrende   ci sono già, in nuce, i modi della speranza che nutriamo. Ma dobbiamo continuare a prestare attenzione alla nostra interiorità, bisogna continuare a capire chi siamo, e cosa ci mette in moto. 

Uscire dalla noia, anticamera della disperazione, vuol dire, come dice Eugenio Borgna attuare una «una riapertura del tempo», vuol dire aprirlo all'attesa anche quando si accompagna all'ansia, al dubbio perché non possiamo sapere cosa realmente ci potrà accadere. L’attesa si lega alla speranza che è lo sguardo che cerca di vedere oltre al qui ed ora, che vuol darsi una prospettiva, cercare di realizzare un progetto.

La noia, la mancanza di senso nella vita si combattono quindi con l'impegno, la partecipazione, il coinvolgimento in una comunità, sempre pronti a vivere esperienze nuove, a cercare e cercare di nuovo strade percorribili che ci facciano fare qualche passo in avanti verso una vera umanità,
L'uomo è una strana creatura a cui non basta nascere una sola volta: ha bisogno di venire riconcepito. Quello che si chiama «spirito» ben può essere questa necessità e potenza di riconcepimento che l’uomo ha, mentre alle altre creature basta nascere una sola volta.
Ogni cultura viene a essere conseguenza del bisogno che abbiamo di nascere di nuovo. E così la speranza è il fondo ultimo della vita umana, ciò che reclama ed esige la nuova nascita, il suo strumento, il suo veicolo. Perciò l’essere umano non riposa; perché tutte le volte che in successive culture è rinato, non ha potuto raggiungere la nascita definitiva, poiché in nessuna di esse ha trovato, né forse può trovare, quell'essere intero e compiuto che va cercando. 
Marìa Zambrano 

22/03/17

Hélène Grimaud - Mozart - Piano Concerto No.23, 2. Adagio (Official Video)

“La musica è l’estensione del silenzio, ed è anche ciò che la precede e che ancora vi echeggia. La musica è una via d’accesso a un altrove della parola, a quel che la parola non può dire e che il silenzio, tacendolo, dice. Una musica senza silenzio, cos’altro è, se non rumore?” scrive Hélène Grimaud in  Variazioni selvagge

21/03/17

Lo sguardo su ogni individuo è sempre uno sguardo su un enigma

Abbiamo tutti la tendenza a cercare certezze, percorsi tracciati, ricette da eseguire. Ma nell'insegnamento non funziona proprio per la varietà di problematiche che ci troviamo di fronte e, soprattutto, se il nostro fine e raggiungere ogni bambino nella sua individualità.  
La verità è che per quanto cerchiamo di semplificare, di inquadrare la realtà, il reale è complesso, le situazioni di vita difficili da decifrare.
Lo sguardo su ogni individuo è sempre uno sguardo su un enigma, sul mistero che sfugge alle leggi della precisione matematica e della quantificazione del dato, perché ciò che si offre allo sguardo è frutto di una complessa dinamica psichica, un ‘linguaggio’ diverso e contraddittorio rispetto ai messaggi lineari cui è abituata la nostra razionalità.
Aldo Carotenuto 
Se le competenze specialistiche possono essere utili, non devono portarci alla frammentazione, non devono farci rinunciare a vedere il bambino a tutto tondo. La specializzazione ci invita a guardare ciò che è “patologico” e rende il nostro sguardo fisso, la specializzazione ci porta a delegare agli altri l’osservazione del bambino o del ragazzo rinunciando alla nostra funzione, facendo coincidere il luogo della cura con quello della vita.

Nel luogo della vita nulla è già “deciso”, si cerca “insieme” in un dialogo costante che parte dall'esperienza, dal pensiero dell’esperienza. Tutto è in movimento, come la vita che mai si ferma. 

Siamo sempre messi in gioco, nella consapevolezza di portare il nostro contributo, ma anche di accettare e mettere in dialogo quello degli altri. E in quegli “altri” ci sono anche i soggetti osservati.  Tutti siamo osservatori e osservati anche in quei gesti che consideriamo banali.

E’ nel pensare e nel parlare insieme, nel confrontare le nostre esperienze, a partire dai luoghi che sono i nostri, entriamo in uno spazio a più voci in cui si cercano strade, soluzioni anche se parziali ai problemi che via via si presentano,  proprio partendo dalla diversità degli approcci di cui sono fatte le lingue che si articolano.


Solo rimettendo in gioco il nostro e altrui pensiero nel dialogo, nella capacità di ammettere i nostri errori e di lì ripartire, nel provare e riprovare “siamo fondamentalmente fedeli all'ideale filosofico e democratico originario: partorire la verità che è in ciascuno e in ciascuna, quando interroga la propria esperienza, e metterla pubblicamente in gioco” Con questo avvertimento, non da poco, che ognuno è contemporaneamente e alternativamente Socrate e il suo discepolo, ognuno è interrogante e interrogato”.

20/03/17

Annuncio di Primavera di Rainer Maria Rilke

S'è sciolto il gelo.
Un'ansia soccorrevole si stende
sui grigi campi ignudi, all'improvviso.
I ruscelletti mutano la voce.
Labili tenerezze
trascorron, giù dall'etere, la terra.
Vanno i sentieri, lieti d'apparire:
vanno lontano.
E per l'albero spoglio, ecco, d'incanto, 
tu vedi - espressa - un'anima salire

Rainer Maria Rilke