"Dove credete che siano andati gli unicorni, gli ippogrifi dagli occhi dolci e mansueti, le sirene gentili e aggraziate?
In nessun posto: sono sempre qui. E' solo che non li vediamo". E. Bencivenga

22/05/12

Creature di sabbia


“Quel padre non aveva fortuna: era persuaso che un’antica grave maledizione pesasse sulla vita: su sette nascite aveva avuto sette figlie” (…) “diceva che la vergogna stava di casa sulla sua faccia, che il suo corpo era posseduto da un seme maledetto e che doveva considerarsi come uno sposo sterile o uno scapolo. Non si ricordava di aver mai posato una mano sul viso di una delle sue figlie. Faceva di tutto per dimenticarle per cacciarle dalla sua vita”.
La nascita della donna vissuta come una maledizione, il figlio maschio come unico erede della famiglia… Il libro da cui è tratto il brano è “Creatura di sabbia” dello scrittore marocchino , che ho letto anni fa, ma che è sempre molto attuale.
Dalla maledizione il padre vuole uscire: ma come? L’ottavo figlio pur nascendo femmina sarà considerato ugualmente un uomo e il suo nome sarà Ahmed. A nessuno sarà rivelato l’inganno.
Il libro narra della drammatica e intensa vita di Ahmed costretta a vivere da uomo reprimendo la propria identità femminile, fino a che ne prende coscienza e capisce che “la sua vita si impegna nel mantenimento delle apparenze. Non è più una volontà di suo padre. Sta diventando la sua stessa volontà”. E va dal padre per dirgli: “Il mio stato, non soltanto lo accetto e lo vivo, ma mi piace. Mi permette di avere dei privilegi che non avrei potuto conoscere. Mi apre le porte, anche se poi mi chiude in una gabbia di vetro”. 
Certo, la situazione descritta in questo testo è paradossale, ma quante volte viviamo tutti “nel mantenimento delle apparenze” illudendoci che questa sia una scelta consapevole e voluta. Forse siamo o ci sentiamo spesso anche noi creaure di sabbia.
A sua madre Ahmed rinfaccia: “…in questa famiglia le donne si avvolgono in un sudario di silenzio…, obbediscono; tu, tu taci, e io do gli ordini! (…) come sei riuscita a non insufflare nessuna idea di violenza nelle tue figlie? Sono là, vanno e vengono, raso ai muri, nell’attesa di un marito provvidenziale…, che miseria”. 
A volte è vero le mamme diventano complici dei mariti, della società che definisce il loro ruolo, non hanno la forza della ribellione. A volte siamo tutti assoggettai ad un’autorità che impone regole che, pur non condividendole, accettiamo perché non abbiamo il coraggio di opporci: quanta gente ha paura di andare contro le convenzioni sociali, di liberarsene per ritrovare la propria libertà…
"Ho scelto l'ombra e l'invisibile. Ecco che il dubbio comincia a farsi strada come una luce cruda, viva, insopportabile. Tollererei l'ambiguità fino in fondo, ma non potrei mai esporre il viso nella sua nudità alla luce che si avvicina.

Ho saputo che le mie sorelle hanno lasciato la casa. Sono partite una dopo l'altra; mia madre si è rinchiusa in una stanza e sconta secondo la sua volontà un secolo di silenzio e di reclusione. La casa è immensa. Molto malandata; cade a pezzi. Cosí io ne occupo un estremo e mia madre un altro. Lei sa dove sono. Io non so dove è lei. Malika ci serve e ci aiuta, ciascuno nella sua prova. È notte nella notte o è ancora giorno nella notte? Qualche cosa in me rabbrividisce. Deve essere l'anima».
Una denuncia, quella che fa Tahar Ben Jelloun, di un mondo che sembra voler decidere dei destini degli uomini che lo abitano: "La vita non ce la siamo inventata. – dice l’autore - Siamo entrati in un mondo già in corso e, se pur vi agiamo, non vi agiamo da soli, e le vicende in cui siamo coinvolti sono il risultato dell'intreccio delle azioni di molti, di esiti inintenzionali, di eventi "casuali"”.
Ci portiamo dentro la Storia con millenni di abitudini e tradizioni. “Raccontare è in fondo un modo di venire a patti con tutto ciò, di trasformare cioè le storie dove siamo coinvolti, pur senza esserne autori, in una esperienza di cui possiamo dirci in parte consapevoli.”
“Essere, semplicemente essere, è una sfida. Sono stanco e stanca” annota nel suo diario Ahmed e conclude "in fondo assomigliare se stessi non è forse diventare diverso?”. 
Un libro magico e poetico insieme, pagine che si susseguono ad incastro tra il testo scritto e orale. Un racconto architettato come un arabesco, senza un vero e proprio filo conduttore, a volte difficile nel fluire, ma piena di pagine poetiche molto belle.

16/05/12


Leggere Lolita a Teheran è il racconto di come una donna (l'autrice) riesce a sopravvivere alla rivoluzione islamica iraniana leggendo libri di letteratura, "arte della complicazione umana". Solo che non sono ammesse sottigliezze né "complicazione umana" nel mondo in cui vivono lei e le sue studentesse.
Azar Nafisi citando il Nabokov di Invito a una decapitazione dice quanto sia insopportabile "non il vero dolore fisico o la tortura che si infligge in un regime totalitario, bensì l'incubo di una vita trascorsa in un'atmosfera di continuo terrore”.
Insieme a lei otto ragazze leggono, quindi, Nabokov, Henry James, Jane Austen e discutono con passione di Lolita e di Daisy: "Il seminario diventò il nostro rifugio, il nostro universo autonomo, una sorta di sberleffo alla realtà di volti impauriti e nascosti nei veli della città sotto di noi".
Ogni giovedì mattina, le sette ragazze, vestite di nero e coperte dal velo, salivano velocemente le scale, suonavano il campanello, varcavano la porta, si toglievano le vesti e i veli. Scompariva così almeno per una mattina il mondo reale e al nero si sostituiva il meraviglioso regno dei colori . Ecco le vesti colorate uscire allo scoperto, poi le ragazze liberavano i loro capelli castano scuri.
Entravano in un altro spazio e in un altro tempo. Uno spazio magico che ricorda tanto la stanza "tutta per sé" di cui parlava Virginia Woolf. Era un mondo esclusivamente femminile, "fatto di tenerezza, luce e bellezza", del quale Azar Nafisi apriva la soglia con il gesto della Regina delle Fate".
"Quel piccolo mondo, quel soggiorno con la finestra che incorniciava i miei amati monti Elburz, diventò il nostro rifugio, il nostro universo autonomo, una sorta di sberleffo alla realtà di volti impauriti e nascosti nei veli della città sotto di noi”.

Rinasceva la tradizione femminile dell'Islam: le Mille e una notte, le Sette Principesse di Nezami, dove, come qui, sette ragazze vivono in mondi diversamente colorati. Se Shahrazad aveva raccontato romanzi e storie, anche le sette ragazze parlavano di romanzi e di storie, salvando allo stesso modo la propria vita dalla morte.
Perché leggere poi Lolita? Nella storia della ragazza tenuta "di fatto prigioniera" dall'uomo che ne fa la sua amante, Nafisi e le sue studentesse vedono "una denuncia dell'essenza stessa di ogni totalitarismo". Ne discutono a lungo, fanno paralleli: a Lolita, dicono, "è stata sottratta non solo la vita ma anche la possibilità di raccontarla".
Il soggiorno dell’autrice si trasforma nell’angolo della libertà. “Nabokov lo aveva descritto, quello che ci sarebbe successo: avremmo scoperto come il banale ciottolo della vita quotidiana, se guardato attraverso l’occhio magico della letteratura, possa trasformarsi in pietra preziosa”.
"Un romanzo", la Nefisi dice alle sue allieve, "è l'esperienza sensoriale di un altro mondo. Se non entrate in quel mondo, se non trattenete il respiro insieme ai personaggi, se non vi lasciate coinvolgere nel loro destino, non arriverete mai a identificarvi con loro, non arriverete mai al cuore del libro. È così che si legge un romanzo: come fosse qualcosa da inalare, da tenere nei polmoni. Dunque, cominciate a respirare".
La letteratura dunque come strumento per imparare a relativizzare, a difendersi dalla tentazione di vedere il mondo solo in bianco e nero, senza sfumature, e dunque come difesa dall'intolleranza e dal fanatismo, la letteratura come possibilità di tenere le finestre della propria casa sempre aperte.
E nel libro apprendiamo degli assassinii di massa, delle uccisioni nelle carceri, degli stupri, dei ragazzi mandati a morire a piedi nudi sul fronte iracheno. Nella Repubblica islamica dell'Iran, come nelle altre dittature, tutti sono, per principio, colpevoli. Tutto è proibito, soprattutto ciò che regala gioia e piacere, anche le piccole cose, i piccoli gesti della quotidianità: andare a una festa, mangiare un gelato, stringere una mano, innamorarsi, truccarsi, ridere in pubblico. Tutto può diventare a loro discrezione disdicevole ed impuro.
L’occhio della dittatura entra nelle case, spia i suoi abitanti, si introduce nelle camere da letto, fino a cambiare completamente il cuore della gente.
E a pagare erano soprattutto le donne, alle quali viene proibito di essere persone libere. Le donne si sentono ovunque e sempre sotto controllo. Le ragazze sono punite se ridono in pubblico, se salgono correndo le scale, se parlano a un ragazzo, se mettono il rossetto, se camminano con la testa troppo eretta…
In autobus sono riservate loro le ultime file. Il chador un tempo era stato un segno di discrezione e di grazia, ora diventa il simbolo della costrizione. Devono scomparire sotto i veli e le vesti nere fino alle caviglie. E nelle strade imperversano squadre di miliziani armati, chiamate il Sangue di Dio, per controllare qualsiasi cosa ritenessero disdicevole.
Nel giugno 1997, Azar Nafisi lascia l'Iran per gli Stati Uniti. Prima di partire scatta moltissime fotografie, per catturare i minimi dettagli di quel mondo che stava per scomparire. Ora insegna letteratura inglese alla John Hopkins University. Continua ad amare l'Iran: i monti nevosi, i tramonti, i giochi sottili della luce tra i rampicanti, i crepuscoli di mezza stagione; ma i suoi ricordi sono "leggeri, variopinti e impossibili da recuperare quando le sfuggono".
E non potrà mai dimenticare quello che le aveva detto una sua studentessa:
"Non potrai scrivere della Austen [...] senza scrivere anche di noi, e di questo posto dove hai riscoperto le sue opere. Non potrai fare a meno di noi. Provaci e vedrai. [...] Questa è la Austen che hai letto qui, in un paese in cui il censore è cieco e dove impiccano la gente per strada e stendono un telone nell'acqua di mare per tenere separati gli uomini e le donne mentre fanno il bagno"Perchè leggere? E perchè leggere romanzi? Che rapporto c'è tra realtà e finzione letteraria? Leggere narrativa può essere utile? E in cosa?"
Queste domande percorrono tutto il libro "Leggere Lolita a Teheran"
«La mia fantasia ricorrente è che alla Carta dei Diritti dell’Uomo venga aggiunta la voce: diritto all’immaginazione. Ormai mi sono convinta che la vera democrazia non può esistere senza la libertà di immaginazione e il diritto di usufruire liberamente delle opere di fantasia. Per vivere una vita vera, completa, bisogna avere la possibilità di dar forma ed espressione ai propri mondi privati, ai propri sogni, pensieri e desideri».
Sono queste le parole che esprimono la speranza dell’autrice. Un libro questo che non è forse un capolavoro dal punto di vista letterario, ma che è importante per aiutarci a capire almeno in parte il mondo variegato dell’Iran che la dittatura non lascia trasparire e parallelamente quanto sia importante la lettura per vivere tutte le sfumature possibili con cui è capace di manifestarsi l’uomo quando è lasciato libero di esprimersi…
Ma soprattutto un libro che ci dice quanto sia importante il racconto, la narrazione, la letteratura:
“Ogni fiaba offre la possibilità di trascendere i limiti del presente e dunque, in un certo senso, ci permette certe libertà che la vita ci nega. Tutte le grandi opere di narrativa, per quanto cupa sia la realtà che descrivono, hanno in sé il nocciolo di una rivolta, l’affermazione della vita contro la sua stessa precarietà… tutte le grandi opere d’arte… celebrano l’insubordinazione contro i tradimenti, gli orrori e i tranelli della vita. La perfezione e la bellezza del linguaggio si ribellano alla mediocrità e allo squallore di ciò che descrivono. Ecco perché ci piace Madame Bovary e piangiamo per Emma, perché leggiamo avidamente Lolita e il nostro cuore si strugge per la sua piccola, volgare, poetica e sfacciata eroina”. 

13/05/12

Il cuore come il mare


Profonde lontananze di luce dischiudono orizzonti al di là dell'orizzonte, e perciò il mare si fa simbolo del senza-confine che impaurisce chi abita terre protette, intimi focolari, passioni quiete che nessuna gioia ha mai fatto danzare, alcun dolore inabissato. Il mare conosce la danza e l'abisso, ma chi sono coloro che hanno abbastanza cuore per questo? I signori della terra? Gli uomini di carattere? No, la superficie del mare è troppo pura per i loro occhi, e loro sono troppo sgraziati e avidi di territorio per prendere il largo con la semplicità del navigante che incoraggia il suo cuore.
E prende a conoscere come il piacere si intreccia con il dolore, la maledizione con la benedizione, la luce del giorno con il buio della notte, e come tutte le cose sono nel mare incatenate, intrecciate, innamorate senza una visibile distinzione perché l'abisso, che tutte le cose sottende, vuole che così si ami il mondo.
Le linee del mare sono infatti la profondità dell'abisso e il senza confine dell'orizzonte, due dimensioni che inquietano l'anima, incapace di vivere senza i segni del mondo, ma non il cuore che non dice al dolore «sparisci» e all'amore «calmati». A differenza dell'anima che vuole il mondo, il cuore anela a cose più lontane, più abissali, più indistinte nei loro indiscernibili confini e, come il mare, vuole se stesso, come l'onda, vuole il ritorno, come il vento, vuole tempesta e, come l'abisso, vuole profondità.
In questo senso il mare è la metafora del cuore come la terra lo è dell'anima, perché a differenza dell'anima, che da quando è nata è sempre in cerca di salvezza, nel cuore c'è quella voglia di terre non ancora scoperte che solo il mare può concedere a chi non teme il senza-confine dischiuso da quegli spazi senza meta dove neppure il tempo conosce altra segnalazione se non quella offerta dalla luce e dal buio: la luce di mezzogiorno che cancella tutte le ombre e il buio della notte dove la luna diffonde il suo raggio solo per ingannare con le ombre.
Il senso del mondo si capovolge e l'incalcolabile, che sulla terra incute timore, diventa atmosfera del cuore costretto a non fidarsi né della calma trasognata dell'acqua né del suo burrascoso inabissarsi ed elevarsi, quando la costa è scomparsa e lo spazio e il tempo appaiono nel loro assoluto. 
Da Paesaggi dell'anima di Umberto Galimberti

11/05/12

La solitudine, la nostra malattia


Ho paura,  e non so di che: non di quello che mi viene incontro, no, perché in quello spero e confido. Del tempo ho paura, del tempo che fugge così in fretta. Fugge? No, non fugge, e nemmeno vola: scivola, dilegua, scompare, come la rena che dal pugno chiuso filtra giù attraverso le dita, e non lascia sul palmo che un senso spiacevole di vuoto. Ma, come della rena restano, nelle rughe della pelle, dei granelli sparsi, così anche del tempo che passa resta a noi la traccia”
Antonia Pozzi,   Natale del 1926
Ha solo quattordici anni Antonia Pozzi quando scrive queste parole. Sono i suoi i sentimenti che provano tanti adolescenti nel momento in cui stanno crescendo e sentono che la fanciullezza si dilegua per lasciare spazio a un tempo che non conoscono, che non sanno che cos’è. In bilico tra passato e futuro come un equilibrista sul filo.
Soffrono, provano tempeste di sentimenti contraddittori e cercano sempre qualcuno con cui condividere, parlare, confrontarsi. 
Guardano al mondo dei grandi e oggi, troppo spesso, trovano eterni fanciulli angosciati, presi dai loro problemi, che non sanno intercettare i loro segni di disagio o non sanno dare sicurezze e appoggio. Allora rischiano di seppellire dentro di sé il loro disagio.

Quello che a loro fa veramente male non è il dolore, non è la sofferenza. Sofferenza e dolore appartengono alla vita, sono compagni fedeli di ogni esistenza. Quello che fa veramente paura è quel senso di solitudine che fa perdere il contatto con gli altri, con il mondo, con noi stessi. E’ l’incapacità di comunicare: proprio quando ne sentiremmo il bisogno, le parole e i pensieri si dissolvono alla presenza dell’altro. Ed allora il dolore si nasconde nelle pieghe dell’anima, indossa la sua maschera per presentarsi al mondo senza disturbare. E’ allora che diventa insidioso. Perché la sofferenza cerca uno sbocco, un’uscita. La sofferenza è a volte la domanda senza risposta, la ricerca di spazi più ampi dove si possa guardare al futuro con speranza e fiducia. La sofferenza deve diventare parola per essere comunicata e compresa dall'altro che spesso non c’è.
E i consumi dei farmaci aumentano sempre di più: le pillole cancellano la paura. Fare una prescrizione è semplice, parlare con un ragazzo che si sente un po’ giù, è più impegnativo, richiede tempo e pazienza, ascolto e dialogo. Così si supera il momento difficile, aspettando quello che viene dopo ma l’anima è sempre più sola e vuota, privata anche dei suoi sentimenti e delle sue emozioni.

Antonia Pozzi
LA VITA
Alle soglie d'autunno
in un tramonto
muto

scopri l'onda del tempo
e la tua resa
segreta

come di ramo in ramo
leggero
un cadere d'uccelli
cui le ali non reggono più.

 di Antonia Pozzi

09/05/12

Una stanza tutte per sé di Virginia Woolf


Per secoli il percorso esistenziale della donna era stabilito senza che le fosse data la possibilità di una scelta: da figlia a moglie, da moglie a madre, attraverso un itinerario istituzionalizzato, segnato da regole e mansioni prestabilite che la tenevano occupata per l'intero giorno.
Era isolata dal contesto sociale esterno alla casa, ma paradossalmente mai padrona della sua solitudine. La donna che viveva da sola era invece considerata un'esistenza mancata. "Una zitella", cioè una donna che non era riuscita nel suo compito principale, quello di moglie e di madre.
Nessuno si poneva il problema se esistessero altri desideri di autorealizzazione nella donna magari coltivati segretamente. In realtà si pensava erano già più che sufficienti le responsabilità della conduzione domestica e l'amore per il marito e i figli!

Così, Mary Anne (Marion) Evans (Arbury, 22 novembre 1819 – Londra, 22 dicembre 1880) dovette scrivere sotto lo pseudonimo di George Eliot .
Amantine Aurore Lucile Dupin, una scrittrice francese, (Parigi, 1 luglio 1804 – Nohant-Vic, 8 giugno 1876), scrisse, invece sotto il nome di George Sand. Entrambe furono costrette a nascondere la loro identità sotto questi pseudonimi maschili, per ottenere qull'attenzione e quel consenso che era precluso alle donne.
La convinzione diffusa, infatti, era che la donna non fosse capace di creare, se non il prodotto naturale del suo grembo, che anzi vi fosse qualcosa di sconveniente nel desiderio femminile di coltivare le passioni intellettuali.

Virginia Woolf, nei due famosi saggi riuniti nell'opera Una stanza tutta per sé(1928), ci guida in un viaggio che attraversa i secoli dal Cinquecento al Novecento sulle tracce della storia della emancipazione della donna-scrittrice dagli ostacoli, interni ed esterni, che le impedivano di aderire pienamente alla sua vocazione. Emergono dei ritratti di donne di un'intensità dolorosa, storie di amarezze subite e di autolimitazioni imposte, che danno la misura della fatica che comporta l'affrancarsi dalla norma e dal giudizio collettivo.
È evidente che la repressione delle attività letterarie della donna è emblematica: scrivere è riflettere, è distogliersi da quelle occupazioni che la mantengono una creatura destinata (siamo nell'aristocrazia) ai giochi d'amore e al governo della casa.
Le poetesse del Cinquecento e Seicento, dunque, restavano rinchiuse nei loro parchi, fra i loro libri “che scrivevano senza pubblico e senza critica, per il proprio diletto soltanto”).
Una svolta notevole si ha agli inizi del Settecento, a opera di donne della classe media: un piccolo esercito di scrittrici che riuscirono a trasformare la loro opera disinteressata in un lavoro remunerato e che tradussero o scrissero mediocri romanzi di cui oggi non esiste più memoria. Va detto che molte di loro traducevano anche i grandi classici, su Shakespeare per esempio e, attraverso la loro attività, dimostravano al mondo, alle altre donne e soprattutto all'altro sesso, che una donna era perfettamente in grado di guadagnarsi da vivere scrivendo. Un mutamento, scrive la Woolf, il quale, se io dovessi riscrivere la storia, mi sembrerebbe più importante che le Crociate o la Guerra delle due rose).
Le scrittrici dell'Ottocento, dunque, poterono incamminarsi sul terreno già spianato dalle loro precedenti compagne di ventura, ma non era stato risolto un problema: il diritto alla solitudine.
Virginia Woolf ci accompagna nello spazio privato di alcune scrittrici, tra cui Jane Austen, George Eliot, Emily e Charlotte Brente. Tutte e quattro appartenenti alla classe media, tutte senza figli e tutte rileva acutamente la Woolf, senza “una stanza tutta per sé" "Se una donna scriveva, doveva scrivere nel soggiorno comune" {ibid., 76). E in quella stanza esse vengono continuamente interrotte.
Emblematica la situazione di Jane Austen, l’autrice di Orgoglio e pregiudizio: ella per tutta la vita scrisse nel soggiorno, nascondendo i suoi manoscritti o coprendoli con un foglio di carta assorbente, ogni qualvolta sentiva arrivare qualcuno.
La "stanza tutta per sé", auspicata da Virginia Woolf è dunque; metafora del diritto a uno spazio in cui potersi immaginare come "donna tutta per sé", liberandosi di quella "anonimità", come la definisce la Woolf, dettata dall'autolimitazione.
Prendersi cura di se stessi, avere la possibilità di guardarsi dentro, significa anche guadagnarsi uno spazio pubblico, un riconoscimento, non tanto per entrare nell'ordine dell'uomo, quanto per dichiarare la propria identità, per rendere manifesta la propria parola, troppo a lungo rimasta segreta. La stanza dunque è anche lo spazio della sospensione e della trasformazione della donna, quel luogo di solitudine che rende possibile una riappropriazione e un riconoscimento del proprio potenziale creativo.
Fino a quando, scrive ancora la Woolf, la donna sarà costretta a spendere le sue migliori energie per guadagnarsi uno spazio tutto per sé, finché dovrà investire tutte le proprie capacità espressive nella protesta, nella denuncia accorata, nel cahier de doléances a cui la società fa troppo spesso orecchie da mercante, non le sarà possibile attingere alle sue migliori potenzialità e dedicarsi al suo compito creativo, ad uno spazio creativo che non trovi identificazioni nell’uomo, ma sia proprio dell’emisfero femminile.
Credo che su questo terreno forse ancora molte di noi debbano fare molta strada… Riusciamo ad avere questo spazio?

05/05/12

Gioventù di J. M.


John, un giovane cerca la sua strada. Nato in Sudafrica, da subito persegue la sua indipendenza, prima di tutto dalla famiglia: “Sta dimostrando una cosa: ogni uomo è un’isola; non c’è bisogno dei genitori”.
E’ un ragazzo inquieto in cerca di un’identità: “In lui perdura qualcosa ancora di infantile. Quando dovrà passare perché cessi di essere un bambino? Cosa lo guarirà, farà di lui un uomo?"
Ha studiato matematica, ma ha un’ambizione segreta di cui non riesce a parlare con nessuno: diventare un poeta e trovare una donna eccezionale.
Siamo alla fine degli anni Cinquanta, quando il governo sudafricano vara alcune leggi molto dure per segregare i neri in alcune aree chiamate bantustan. Lui non si interessa di politica. Quando una serie di manifestazioni di protesta culmina nella strage di Sharpeville (69 persone massacrate in un solo giorno), fugge perchè teme di poter essere chiamato nell'esercito .
Va in Inghilterra dove spera di realizzare i suoi sogni, ma dove li vedrà anche infrangersi.

La meta è Londra, perchè «ci sono solo tre città dove la vita può essere vissuta intensamente: Parigi, Vienna e Londra». Pensa di non avere un'educazione abbastanza aristocratica per Parigi, Vienna è più adatta a filosofi e psicoanalisti, Londra sembra fare più al caso suo perché è quella che presenta minori difficoltà di adattamento ed e' anche il luogo dove spera di respirare l'aria della grande letteratura dell'Ottocento.
Trova un appartamento e un lavoro come programmatore all'Ibm, ma passa il suo tempo libero nella sala di lettura del British Museum dove continua ad occuparsi di leteratura. Intanto scrive poesie, trascrive parole suggestive «che un giorno inserirà in un verso come un diamante in una spilla» e ha rapporti occasionali con donne con cui però non riesce a condividere nulla.
Studia Ezra Pound, il poeta, l'uomo con le sue contraddizioni: “obbedendo al suo demone, Pound ha sacrificato la sua vita all'arte”. Ama il tedesco, legge e rilegge la Bachmann, Brecht, Enzensberger. Va spesso al cinema, e qui trova «un'esperienza sconvolgente» vedendo Il vangelo secondo Matteo di Pasolini.

Gioventù è uno dei tre romanzi autobiografici di Coetzee e in tutte e tre usa lo scrittore la terza persona. Quasi a segnare una distanza. Una distanza dalla vita stessa, perché gli sembra impossibile viverla veramente. E’ come se si guardasse da fuori.
A Londra è un giovane solo, un sudafricano sradicato e l'unico suo passatempo è sentire la radio: “La grazia redentrice della Gran Bretagna è il Terzo Programma radiofonico”. In effetti, se a una cosa il cupo giovanotto ambisce è di “tornare a casa e accendere la radio per essere raggiunto da un genere di musica che non ha mai sentito prima, oppure per ascoltare una conversazione pacata, intelligente. Sera dopo sera, senza fallo e a nessun costo, i portali si aprono al suo tocco”. Ascolta una trasmissione «Poeti e Poesia» e sente la musica di Webern. "Prima una nota, poi un'altra ancora, fredde come cristalli di ghiaccio, allineate come stelle in cielo". Sono queste esperienze fondamentali alla sua formazione.

Presto, però, capisce che anche Londra e il mondo democratico hanno le loro contraddizioni e prova disgusto per la società degli affari, la tensione della guerra fredda, i colleghi che non hanno altre aspirazioni che vivere per lavorare e per farsi una famiglia in una casetta a schiera, che non amano gli stranieri: "Mese dopo mese, il governo dà un giro di vite alle leggi sull'immigrazione. Gli antillani vengono fermati sui moli di Liverpool, trattenuti finchè non sono proprio disperati, quindi rispediti indietro. Se non lo fanno sentire così manifestamente indesiderato come loro, è solo per la sua colorazione protettiva: il completo giacca e pantaloni di Moss Brothers, la pelle chiara".
Pian piano vede sfumare ogni sua speranza o sogno, vorrebbe forse tornare, ma non può. Sarebbe come dichiararsi a tutti come sonfitto: "Cosa succede alle persone così, alle persone che non sono all'altezza delle prove e crollano?". Assiste impotente alla desolazione di un collega indiano che vive nel degrado più totale e non riesce a risollevarsi. Vorrebbe chiedere aiuto, ma si chiede: "Come può qualcuno in Inghilterra capire cosa porta le persone dagli angoli più remoti della terra a morire su un'isola umida e avvilente, che detestano e con la quale non hanno nessun legame".

30/04/12

Fotografia e ritratto


Vivere una vita esaminata significa fare un autoritratto. Il Rembrandt che ci fìssa dai suoi ultimi autoritratti non è solo uno che ha quell'aspetto, ma anche uno che si vede e si conosce così, con tutto il coraggio che questo richiede. Noi lo vediamo conoscersi. E lui guarda con risolutezza anche noi che lo vediamo guardarsi con tale risolutezza, e con quel suo sguardo egli non ci mostra soltanto se stesso che così si conosce, ma aspetta pazientemente che anche noi giungiamo a conoscerci con eguale sincerità.   
Perché la fotografia di una persona non ha mai la profondità che può avere un ritratto di un pittore? La fotografia e il ritratto racchiudono una diversa quantità di tempo. La prima, anche se di posa, è uno «scatto»; mostra un particolare momento del tempo e l'aspetto che la persona aveva in quel preciso istante. Mostra ciò che mostrava la sua superficie. Durante le lunghe ore richieste da un ritratto, invece, il soggetto mostra una variegata gamma di caratteristiche, emozioni e pensieri,  ognuno dei quali si rivela sotto luci differenti. Combinando diverse immagini della persona, scegliendo ora questo aspetto, ora quel tendersi di un muscolo, qui un bagliore di luce, lì una linea più profonda, il pittore unisce questi diversi frammenti di superficie, fino ad allora mai apparsi simultaneamente, a formare un ritratto più ricco e più profondo. Il pittore può scegliere di inserire nel ritratto finale un particolare minimo di tutto ciò che si mostra di volta in volta. Un fotografo può cercare di copiare questo ritratto, isolando e sovrapponendo e combinando elementi di varie fotografie del viso prese in momenti diversi; tutte queste scelte minuziose potrebbero risultare in una stampa finale in grado di raggiungere la ricchezza e profondità di un ritratto? (L'esperimento merita di essere fatto, se non altro per individuare la peculiarità della pittura rispetto al procedimento fotografico, anche il più sofisticato; per capire l'importanza, ad esempio, delle speciali tonalità dei colori ad olio e dell'effetto tattile dei diversi modi di applicarli e costruirli.) Il pittore, d'altro canto, nelle ore passate con il suo soggetto, può giungere a conoscere cose che la superficie visibile non mostrava - quello che la persona ha detto, il suo contegno nei confronti degli altri - e perciò aggiungere o mettere in risalto alcuni dettagli per portare alla superficie quello che c'è al di sotto.
Il pittore concentra ciò che una persona è stata per un lungo periodo di tempo nella presenza di un istante, presenza che tuttavia non può essere assimilata completamente in un istante. Poiché in un dipinto è condensato molto più tempo che in una fotografia, noi dobbiamo - e vogliamo - passare più tempo davanti al dipinto, in modo da permettere alla persona ritratta di rivelarsi. Anche nella nostra memoria, noi, forse ricordiamo le persone più come ritratti che come istantanee, creando immagini composite che contengono dettagli colti dopo molte ore di osservazione; in questo caso il pittore farebbe con più abilità e sicurezza ciò che la nostra memoria fa naturalmente.
da "La vita pensata" di  Robert Nozick

26/04/12

L'inventore dei sogni di Ian McEwan

Ero alla stazione e aspettavo che una mia amica scendesse dal treno che proveniva da Roma. Ho sentito qualcuno chiamarmi. Professoressa… Era Luca, un ragazzone alto e bello che era stato mio allievo anni fa. E' corso da me e mi ha abbracciato forte. Poi ci siamo raccontati il pezzo di vita che non avevamo “frequentato” insieme.
Lo ricordo Luca, sempre a guardare il cielo. Lo chiamavo e lui sembrava risvegliarsi da un sogno. Non sembrava solo, si risvegliava proprio da un sogno… Ed io avevo l’ingrato compito di riportarlo alla realtà quando sarei volata anch’io con la mia mente in quel pezzo di cielo che si intravedeva in mezzo a tutte le case.
Lo chiamavamo tutti Peter come il protagonista del romanzo di Ian McEwan scritto nel 1994, L’inventore di sogni. Peter, un bambino un po’ spaesato che si astrae dalla realtà e vive nella sua mente strane avventure. I suoi sogni non sono una vera e propria evasione ma un modo per affrontare in maniera più consapevole, la realtà stessa. Essi hanno a che fare con il "crescere", una delle tematiche affrontate spesso dall'autore. Gli oggetti, come ha scritto un critico, possono rivelarsi agli occhi di un bambino "carichi di un simbolismo e di un potere che l'età adulta non sa più riconoscere". I sogni di Peter sono popolati anche di paure: la paura del male, dei mostri, del dolore e della morte. Tutto però è espresso in maniera lieve, senza drammaticità. Crescere significa anche conoscere le proprie paure e imparare a convivere con esse.
Proprio attraverso l’immaginazione, il gioco, l’immedesimazione i bambini imparano ad affrontare la realtà con le sue difficoltà. Proprio come faceva Luca che col sogno e sopratutto con l'immaginazione imparava ad affrontare una realtà che spesso gli era ostile, perchè non sapeva capirlo.
Nel libro di McEwan ci addentriamo nel mondo di Peter imbattendoci nelle bambole della sorellina minore che dichiarano guerra per la conquista di maggior spazio all’interno della casa; nel gatto William, componente a tutti gli effetti della famiglia; nel cassetto raccogli roba della cucina che custodisce la prodigiosa Pomata Svanilina con la quale far sparire in un sol colpo la famiglia; nel prepotente Barry Tamerlane messo a KO dalle parole di Peter in grado di rivelarsi più pesanti di un pugno in pieno viso; in Mrs Goodgame improvvisatasi ladra per divertimento; nella bacchetta magica che porta Peter dentro il corpo del neonato Kenneth permettendogli di vivere il suo universo; ed in ultimo in Gwendolin, che diventa il motore capace di dare a Peter la spinta per una veloce quanto romantica incursione nel mondo degli adulti….
Spesso Luca mi raccontava i suoi pensieri che diventavano storie bellissime piene di fascino.
Di Peter Fortune i grandi dicevano che era “un bambino difficile. Lui però non capiva in che senso. Non si sentiva per niente difficile. Non scaraventava le bottiglie del latte contro il muro del giardino, non si rovesciava in testa il ketchup facendo finta che fosse sangue, e neppure se la prendeva con le caviglie di sua nonna quando giocava con la spada, anche se ogni tanto aveva pensato di farlo. Mangiava di tutto, tranne, s'intende il pesce, le uova, il formaggio e tutte le verdure eccetto le patate. Non era piú rumoroso, piú sporco o piú stupido degli altri bambini. Aveva un nome facile da dire e da scrivere e una faccia pallida e lentigginosa, facile da ricordare (…)
Fu solo quando era ormai già grande da un pezzo che Peter finalmente capí. La gente lo considerava difficile perché se ne stava sempre zitto. E a quanto pare questo dava fastidio. L'altro problema era che gli piaceva starsene da solo. Non sempre naturalmente. Nemmeno tutti i giorni. Ma per lo piú gli piaceva prendersi un'ora per stare tranquillo in qualche posto, che so, nella sua stanza, oppure al parco. Gli piaceva stare da solo, e pensare i suoi pensieri.
Anche di Luca dicevano che non era "molto giusto", che non sapeva stare attento, che non avrebbe mai concluso nulla nella vita … Io lo guardavo e sapevo che prima o dopo avrebbe saputo dimostrare quanto valeva… ma “Il guaio è che i grandi si illudono di sapere che cosa succede dentro la testa di un bambino di dieci anni”. Nel caso di Luca gli anni erano undici.
Ora Luca era davanti a me… Il suo sorriso caldo e ancora ingenuo. I capelli linghi e biondi. I suoi occhi dolci mi guardavano con affetto. “E allora ce l’hai fatta ad uscire con successo dalla scuola”, “Sì, ce l’ho fatta” mi risponde, “ma non ho mai rinunciato a sognare…” mi dice con allegria. “E non farlo mai, non lasciare che nessuno te lo impedisca…” Mi dà un bacio e se ne va con quella sua aria un po' svagata e la sua camminata dinoccolata, poi si volta e mi grida “Ci vediamo prof…”.
Poi al cellulare compare un messaggino: "mi faccia uno squillo, così so come chiamarla"... nuove tecnologie. Obbedisco... .

21/04/12

La leggenda del Santo bevitore di Joseph Roth


Tutti i giorni incontro un uomo. Ha la barba bianca lunga e piena di nodi come i capelli. Vive ai lati di un grande Hotel, sistemato nell’angolo un po’ per dare meno nell’occhio, un po’ per ripararsi dal freddo.
Quell’angolo è la sua casa. Un cartone come materasso, una coperta piena di buchi, tanti sacchetti come guardaroba e una scopa. Sì, una scopa a farci intendere forse che quella è davvero la sua stanza e la sporcizia deve essere spazzata.
Al mattino lo vedo davanti ad un supermarket che aspetta l’apertura. Cammina di qua e di là, un po’ nervoso come avesse fretta, i pantaloni molto corti, e due gambette di bambino data l’estrema magrezza. Aspetto anch’io e lui non mi guarda, non mi chiede nulla, eppure davanti alla sua “casa” c’è una scatola in cui chiede un po’ di denaro per poter mangiare. Qualcuno glieli dà ed ogni mattina con quello che ha racimolato si va a fare la spesa.
A volte lo vedo rovistare nei bidoni della spazzatura e nel primo pomeriggio girare tra i rifiuti lasciati dalle bancarelle del mercato.
Poco più lontano da lui, ce n’è un altro: la barba più corta, sicuramente un po’ più giovane. Ha un cane e due ciotole con acqua e mangiare per lui non mancano mai. Qualcuno passa e dice scuotendo la testa: non ha soldi e vuole mantenersi un cane, povera bestia… Tutti siamo bravi a giudicare e, se dobbiamo elargire maldicenze, lo siamo ancora di più. Ma il cane si stiracchia davanti a lui e sembra per nulla turbato nell’avere per amico un “barbone”.
Questo uomo mi ha ricordato il personaggio di un libro di Joseph Roth, Laleggenda del santo bevitore.
Figlio della diaspora ebraica, Roth vive in esilio a Parigi con l'avvento del nazismo, scrittore fra i più profondi di quella che Claudio Magris chiama la "finis Austriae", autore di romanzi capolavoro come Giobbe, romanzo di un uomo semplice e La marcia di Radetzsky, Joseph Roth scrive nel 1939, poco prima della sua morte avvenuta nello stesso anno, questo bellissimo, breve racconto La leggenda del santo bevitore che si può considerare in parte autobiografico. Un piccolo libretto delicato, commovente e profondo.
Andreas, il protagonista, forse è un santo senza saperlo, vittima di un destino che lo ha portato a vivere miseramente in strada. Eppure è un uomo ancora dignitoso, onesto, quindi fiducioso nei miracoli e nel loro ingiustificato ripetersi, felice della fortuna che, ogni volta, dissipa comefarebbe un bambino.
La storia si svolge a Parigi, dove Andreas Kartak vive elemosinando un bicchiere di vino e dormendo sotto i ponti. Ma un incontro inatteso gli consente di rialzare la testa: un personaggio misterioso lo avvicina, consegnandogli 200 franchi, e gli chiede di saldare per lui il debito con la giovane Santa Teresa di Lisieux. Di qui si sviluppa la vicenda.

L'uomo che incontro ogni giorno mi ha ricordato Andreas. Un uomo ai margini sì, forse anche lui alcolizzato, ma stranamente e magicamente attaccato alla vita e ai suoi riti quotidiani. Cammina tra gli altri, dorme vicino ad un grande Hotel, vive, nonostante l’indifferenza di chi lo guarda, lo giudica e lo giudica male. Ma è un uomo, un uomo a tutti gli effetti, dignitoso, solo, terribilmente solo, ma di quella solitudine che non cerca nè pietà nè commiserazione. Dietro di lui una delle tante storie che nessuno è interessato a conoscere.

Nella prima pagina del libro di Roth c’è un disegno che ritrae Joseph Roth appoggiato al bancone, accanto a bottiglia e bicchiere. È stato realizzato da Mies Blomsma ed è datato Parigi novembre 1938. Riporta un significativo appunto dello scrittore: Ecco quel che sono veramente: cattivo, sbronzo, ma in gamba.
Fotografia tratta dal film Miracolo a Milano

19/04/12

La strada di Cormac McCarthy


Sono pagine dure, intense. Speri che ciò che leggi non avverrà mai, eppure sai che potrebbe un giorno accadere. Non ho mai amato i libri che vogliono raccontare l’apocalisse, ma questo libro ha qualcosa che ti prende, ti fa entrare dentro la storia e, anche se vorresti forse uscirne, ne rimani avvinto per capire fino in fondo, per vedere come andrà a finire. E’ una fine non c’è, come ogni grande libro lascia il discorso in sospeso, qualcosa finisce, ma qualcos’altro continua.



Nel nuovo romanzo di Cormac McCarthy, La strada, un non meglio specificato disastro planetario ha posto fine alla vita sulla terra: un uomo ed un bambino che non hanno nome, attraversano un paesaggio desolato, un’immensa distesa di ceneri in cerca di cibo. Su dirigono a Sud verso il mare, fuggendo, fuggendo e basta.


Un padre e un figlio, dunque, senza nulla’altro che il legame loro indissolubile e tenero. Un legame che fa da contrasto a tutta quella distruzione che incontrano passo dopo passo, momento dopo momento. Non esiste più nient'altro: non esiste più la storia, il tempo, non esistono più le città, le case, le famiglie, non c’è più neanche il cielo verso sempre guardiamo in cerca di speranza, è perennemente oscurato, plumbeo "come l'inizio di un freddo glaucoma che offusca il mondo". Esiste solo la strada lungo cui spingono un carrello con quel poco che ancora hanno: qualche coperta, poco cibo in scatola. E quando finalmente arrivano al mare, ciò che gli si apre di fronte è un oceano vasto e freddo che ha "la desolazione di un qualche mare alieno che bagna le coste di un pianeta sconosciuto. Più a largo, sulle secche create dalla marea, una nave cisterna arenata".
E’ un racconto disperato intervallato dai ricordi e dai sogni dell'uomo (soprattutto sulla moglie – la madre del bimbo – che ha deciso di uccidersi piuttosto che sopportare ulteriormente tale inferno e l’ha lasciato solo).
E poi ancora villaggi devastati, case miracolosamente scampate ai saccheggi: ma sempre all'interno di un paesaggio infernale, in cui l'unico colore è quello delle fiamme degli incendi che ancora bruciano alberi morti.
Una natura, come sempre nei romanzi di McCarthy, che rivela il suo volto terribile disumano, impietoso, indifferente.



Ma in tutta questa devastazione spicca lo struggente rapporto tra padre e figlio, l'amore insuperabile che li lega. Le poche e asciutte parole che si scambiano sono ricche di un affetto intimo, speciale, familiare.
Quando si svegliava in mezzo ai boschi nel buio e nel freddo della notte allungava la mano per toccare il bambino che gli dormiva accanto. Notti più buie del buio e giorni uno più grigio di quello appena passato. Come l’inizio di un freddo glaucoma che offuscava il mondo. La sua mano si alzava e si abbassava a ogni prezioso respiro
Il loro rapporto, le rassicurazioni che cercano l'uno nell'altro, la sicurezza che l’uno c’è per l’altro.
Le storie che il padre racconta al figlio di fronte a una notte senza fine o la fiducia che il bimbo riserva al genitore sono pagine di grande emozione.



Poi aprì gli occhi. Ciao papa, disse.Sono qui. Lo so.
È questa inaspettata tenerezza, disperata e malinconica, il regalo più bello che McCarthy riserva ai suoi lettori.
Mi sono chiesta perché ho continuato a leggere il libro anche se man mano che si procedeva l’angoscia aumentava: era il grido sussurrato appena da quel bambino che chiedeva la presenza dell’adulto, che chiedeva che non si facesse del male mai più, che si commuoveva di fronte ad ogni essere in difficoltà, che aveva paura e piangeva, ma sapeva anche dar prova di grande coraggio, che pensava fosse giusto ancora aiutare e non uccidere. Ed era quel padre che resisteva per quel bambino anche se per se stesso avrebbe invocato la morte… Questo è il più bel messaggio che un libro possa dare. In questo libro c'è nonostante tutto il senso della vita .
Il bambino è terrorizzato. Ma non smette di pensare al bene, al giusto, al vero. La bellezza sopravvive nella sua mente anche se è nato quando la catastrofe era già accaduta, anche se non ha mai visto un altro bambino e non ha mai conosciuto la vita di cui noi ancora godiamo. Conosce la compassione per i vivi e per i morti, si pone il problema della moralità di ogni atto, sa e intende amare, pure in un mondo desolato e senza futuro. Convince il padre a donare parte del poco che hanno. È buono, chiede semplicemente di poter essere buono.
«Siamo ancora noi i buoni. E lo saremo sempre»«Se non è lui il verbo di Dio, allora Dio non ha mai parlato», pensa il padre, ed il bambino osserva sfarinarsi un fiocco di neve come «l’ultimo esercito della cristianità».
« Noi portiamo il fuoco» simbolo forse della speranza che non si deve spegnere nonostante tutto…
Illustrazioni tratte dal film

16/04/12

L’età moderna non sembra conoscere il presente


André Kertész
 Nell’Oblomov di Ivan Aleksandrovič Gončarov, per gli abitanti del villaggio di Oblòmovka la vita scorre “accanto ad essi” come un fiume, sulle cui rive si fermano a contemplarla.Se l’esistenza è solo un ininterrotto congedo da se stessa, sulla sua fuga s’innalza di continuo la domanda di Oblomov: quando si vive? L’età moderna non sembra conoscere il presente, ma soltanto un trascorrere, un divenire percepito non quale arricchimento, quale itinerario verso una meta che infonde significato e sostanza a ogni tappa del cammino, bensì quale dileguare, quale continuo non-essere, mancanza di ogni valore cui afferrarsi saldamente (…) In luogo di un fine ultimo è subentrata una miriade di obiettivi momentanei e parziali, che si susseguono l’uno l’altro senza sosta e senza prender fiato, come nella catena di montaggio d’una immane produzione, sacrificando e bruciando ogni attimo a quello che gli succede, per raggiungere uno scopo meramente pratico e ignaro di valori, che non illumina perciò -  né a ritroso nella memoria, né  in avanti, nell’attesa – la strada che è necessario percorrere per raggiungerlo. (…)Il presente per bastare  a se stesso, deve poggiare su dei valori, ma il pulviscolo di scopi e obblighi convenzionali, con i quali l’organizzazione sociale bersaglia l’individuo, offusca e vela questi valori, quando non li distrugge; impedisce al pensiero di soffermarsi sull’essenziale e lo incalza in una corsa affannosa, che lo distoglie da ciò ch’esso ama e vorrebbe amare. 
Da Claudio Magris - Itaca e oltre - ed. Garzanti

15/04/12

La pittura di Edward Hopper


«Parlare con lui», disse una volta sua moglie Josephine Nivison, «è come lanciare una pietra nel ronda di un pozzo. La senti andare a fondo». E il suo  amico John Dos Passos: «Stava seduto nel suo studio per ore bevendo tè. Ogni tanto sentivo che era sul punto di dirmi qualcosa ma poi non lo faceva».
Si parla di Edward Hopper, nato il 22 luglio del 1882 a Nyack, piccola cittadina sul fiume Hudson, da una colta famiglia borghese americana, una delle personalità più interessanti dell’arte americana e padre del Realismo americano del Novecento.
Egli non ama l’astrattismo che definisce “un freddo esercizio intellettuale” che in Europa è molto in auge e dichiara di dipingere “non quello che vedo, ma quello che provo”


Charles Burchfield, nello scritto "Hopper. Il percorso di una poesia silenziosa" pubblicato su "Art News" del 1950 ha scritto: “C'è, ad esempio, l'elemento del silenzio, che sembra pervadere tutti i suoi lavori più importanti, qualunque sia la loro tecnica. Questo silenzio o, come è stato detto efficacemente, questa "dimensione di ascolto", è evidente nei quadri in cui compare l'uomo, ma anche in quelli in cui ci sono solo architetture. [...] Conosciamo tutti le rovine di Pompei, dove furono ritrovate persone sorprese dalla tragedia, "fissate per sempre" in un'azione (un uomo fa il pane, due amanti si abbracciano, una donna allatta il bambino), raggiunte improvvisamente dalla morte in quella posizione. Analogamente, Hopper ha saputo cogliere un momento particolare, quasi il preciso secondo in cui il tempo si ferma, dando all'attimo un significato eterno, universale".


Hopper sembra porre i suoi personaggi al centro di una vicenda senza esito, in una realtà cristallizzata, nel contesto irreale di un non-luogo regno dell'incomunicabilità. Il mondo di Hopper si caratterizza attraverso l'assenza, attraverso atmosfere vuote e silenziose, ambienti deserti e rarefatti, paesaggi malinconici e solitari, trasmettendo così un’acuta sensazione di solitudine esistenziale, di invalicabile incomunicabilità. Anche lo spazio pubblico assume spesso in Hopper le caratteristiche di uno spazio in cui non è possibile neanche l’eventualità di uno scambio.


Figure immerse in un vuoto impermeabile che è assenza di tempo, ma anche solitudine come condizione umana universale.

Ha una solitudine lo spazio
Solitudine il mare
Solitudine la morte
Ma queste saranno compagnie
In confronto a quel punto più profondo
Segretezza polare,
Un'anima davanti a se stessa:
Infinità finita.
Emily Dickinson