14/12/09

Joan Mirò: "Lavoro come un giardiniere"

"Se vi è qualcosa di umoristico nella mia pittura, non è il risultato di una ricerca cosciente. Questo humour deriva forse dal bisogno di sfuggire al lato tragico del mio temperamento. È una reazione, ma involontaria.
Quel che invece è voluto in me, è la tensione dello spirito. Ma è essenziale, a mio avviso, non provocarla con mezzi chimici, come il bere o la droga.
L'atmosfera propizia a questa tensione la scopro nella poesia, nella musica, nell'architettura Gaudi, ad esempio, è formidabile, nelle mie passeggiate quotidiane, in certi rumori: lo scalpitare dei cavalli in campagna, lo scricchiolio delle ruote di legno dei carretti, i passi, le grida nella notte, i grilli.
Lo spettacolo del cielo mi sconvolge. Mi sconvolge vedere, in un cielo immenso, la falce della luna o il sole. Nei miei quadri, del resto, vi sono minuscole forme in grandi spazi vuoti. Gli spazi vuoti, gli orizzonti vuoti, le pianure vuote, tutto quello che è spoglio mi ha sempre profondamente impressionato. (...)
Sono le cose più semplici a darmi delle idee. Un piatto in cui un contadino mangia la sua minestra, l'amo molto più dei piatti ridicolmente preziosi dei ricchi.
L'arte popolare mi commuove sempre. Non vi è, in quest'arte, né inganno né trucco. Va diritta allo scopo. Sorprende ed è talmente ricca di possibilità.

(…)L'immobilità mi impressiona. Questa bottiglia, questo bicchiere, un ciottolo su una spiaggia deserta, sono cose immobili, ma scatenano nel mio spirito profondi sconvolgimenti. Non provo la stessa sensazione davanti a un essere umano che si sposta di continuo in maniera idiota. La gente che va a fare il bagno su una spiaggia e si agita, mi tocca molto meno dell'immobilità di un sasso
L'immobilità per me evoca grandi spazi in cui si producono movimenti che non si arrestano, movimenti che non hanno fine. È, come diceva Kant, l'irruzione immediata dell'infinito nel finito. Un ciottolo, che è un oggetto finito e immobile, mi suggerisce non solo dei movimenti, ma movimenti infiniti che, nei miei quadri, si traducono in forme simili a scintille che erompono dalla cornice come da un vulcano.
(…)Lavoro come un giardiniere o come un vignaiolo. Le cose maturano lentamente. Il mio vocabolario di forme, ad esempio, non l'ho scoperto in un sol colpo. Si è formato quasi mio malgrado.
Le cose seguono il loro corso naturale. Crescono, maturano. Bisogna fare innesti. Bisogna irrigare, come si fa con l'insalata. Maturano nel mio spirito".

14 commenti:

  1. ho sempre pensato che Mirò fosse un poeta e questi pensieri che ci riporti lo confermano. Grazie Giulia :-)
    ti abbraccio

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  2. Queste parole mi servivano, non sai quanto, Giulia
    un abbraccio
    Elena

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  3. anche per me Mirò esprime poesia e quello che mi hai fatto leggere mi fa entrare nel suo pensiero più intimo.
    ciao simona

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  4. adoro Mirò
    grazie per averlo ricordato con le tue belle parole.

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  5. Non bisogna sovrapporsi alle cose, a tutto ciò che è altro da noi, il "sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt" è in fondo una nostra prepotenza truccata da umilismo e disponibilità. "Cose" inteso come natura, animali, anche persone. Fenomeni esterni a noi.
    Si contentano di essere quello che sono, senza finalità alcuna, e noi vorremmo estendere il nostro stato d'animo a ciò che è fuori dal nostro controllo: "Sono triste perché il mondo è triste".
    "Sono triste perché quella tale persona mi ha reso triste".
    Mentre l'essere indifesi, meglio, permeabili, alle decine di migliaia di percezioni che ci arrivano ogni giorno, rende possibile, senza sforzo alcuno, di essere sorpresi da qualcosa di inatteso che ci occupa - senza per niente volerlo - con naturalezza.
    Maya, insomma, e dietro a Maya non c'è altro che Maya.

    L'unica parola che non condivido di queste frasi di Mirò, è la parola spirito. E' il nostro cervello, sono i nostri sensi. Finché ci sono.

    grazie Giulia e saluti
    Solimano

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  6. Arnicamontana, Elena, lodolite, cristina, sono contenta che questa lettura vi sia piaciuta.

    Solimano, concordo con quanto dici. Non bisogna sovrapporsi, interpretare, dare voce alle cose o a chi è altro da noi e non bisogna proiettare su di loro quello che è un nostro stato d'animo e non il loro. Questo voler sempre "tener sotto controllo" tutto è davvero segno di prepotenza.
    Per quanto riguarda la parola "spirito" e il suo uso, non sarei così drastica come te. Dipende da come la usiamo e che cosa ci vogliamo attribuire. Non si può, secondo me, estrometterla dal vocabolario.

    Grazie a tutti

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  7. Grazie per questi tuoi stupendi articoli

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  8. Mi piace molto elggere quello che dico -scrivono- i pittori sulla loro stessa arte, sulle loro fonti di ispirazione, sul loro modo di vedere le cose. Mirò, a questpo proposito, è semplice e complesso a un tempo. Come la sua pittura, del resto.

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  9. Grazie Lavinia

    Elena, anche a me piace molto leggere ciò che scrivono i pittori, pi che leggere i critici d'arte. Mi sembra di entrare nel loro mondo.
    Concordo con quello che dici di Mirò.
    Un abbraccio

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  10. E' sempre affascinante sapere come e quanto e da cosa un artista viene stimolato ad esprimersi nella sua arte.
    Di Mirò mi piace la linearità delle forme la pulizia, l'essenzialità che riporta nel tratto come se fosse un pensiero fanciullo, pulito, ingenuo, pieno di stupore, come se lo vedesse per la prima volta. Questa caratteristica, abbinata a colori netti, mai mischiati tra loro, anzichè regalare sensazioni infantili al contrario ne pone in evidenza la maturità, la capacità di sintesi, lo sguardo sofisticato di chi sa scegliere cosa gli piace rappresentare e non viene colto così di sorpresa. Si stupisce Mirò, ci fa stupire, ma non per ogni cosa.
    Ciao:)

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  11. Che belle cose che hai detto, Silvia... Un abbraccio forte

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  12. Visitando il tuo blog,scopro sempre qualcosa di speciale.
    Menomale che sei tornata!
    Cristiana

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