26/01/10

Ascoltatemi. E’ tutto ciò che vi chiedo


“C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradio, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta”.
Walter Benjamin, Tesi di filosofia della storia

Per questo l’Angelo di Klee guarda angosciato il passato, mentre il vento (il tempo) lo spinge via, quando vorrebbe restare tra quelle vittime per tenerle strette a sé per garantire ad esse un significato di qualche tipo.In Walter Benjamin, l’unica redenzione possibile è quella offerta dalla memoria: ricordando le vittime, ricordando le loro testimonianze e le loro sofferenze. Per questo, il centro essenziale delle sue tesi è l’inversione del rapporto tra passato e presente: Benjamin concepisce il passato come l’altra faccia del presente, derivante e prodotto da esso. E’ il presente che genera dal suo interno il proprio passato, e il passato non può sussistere indipendemente da un presente che lo testimonia e lo redime.

Ci sono gabbie nelle nostre menti che ci impediscono a volte di vedere ciò che è davanti ai nostri occhi. E non basta la cultura, ci vuole ben altro, per ri-conoscere quanto orrore ancora vive e si genera ogni giorno, a volte vicino, vicinissimo a noi senza che nessuno muova un dito.
Chiede, allora, George Steiner:
“Adesso sappiamo che un uomo può leggere ' Goethe o Rilke la sera, può suonare Bach e Schubert, e quindi, il , mattino dopo, recarsi al proprio lavoro ad Auschwitz. Dire che egli ha letto questi autori senza comprenderli o che il suo orecchio è rozzo, è un discorso banale e ipocrita. In che modo questa conoscenza pesa sulla letteratura e la società, sulla speranza, divenuta quasi assiomatica dai tempi di Platone a quelli di Matthew Arnold, che la cultura sia una forza umanizzatrice, che le energie dello spirito siano trasferibili a quelle del comportamento? Per giunta, non si tratta soltanto del fatto che gli strumenti tradizionali della civiltà le università, le arti, il mondo librario non sono riusciti a opporre una resistenza adeguata alla bestialità politica: spesso anzi essi si levarono ad accoglierla, a celebrarla e a difenderla. Perché? Quali sono i legami, per ora assai poco compresi, tra gli schemi mentali e psicologici della cultura superiore e le tentazioni del disumano?”
A questa domanda nessuno di noi dovrebbe sottrarsi. Il male è dentro di noi, dobbiamo riconoscerlo, saperlo individuare e non negarlo per impedire che le nostre azioni non solo non gli si oppongano, ma gli spianino la strada. E ci vuole un continuo allenamento.

Scriveva la filosofa Hannah Arendt, che “il male non ha né profondità, né una dimensione demoniaca. Può ricoprire il mondo intero e devastarlo, precisamente perché si diffonde come un fungo sulla sua superficie. E’ una sfida al pensiero, perché il pensiero vuole andare in fondo, tenta di andare alle radici delle cose, e nel momento che s’interessa al male viene frustrato, perché non c’è nulla. Questa è la banalità. Solo il Bene ha profondità, e può essere radicale (...)
La manifestazione del vento del pensiero non è la conoscenza; è l'attitudine a discernere il bene dal male, il bello dal brutto. "
Il pericolo che corriamo è di assistere con indifferenza ad ogni ingiustizia e addirittura a negarla anche se informati.
Era quello che successe all'umile Moshé lo Shammash (il servo), che sopravvissuto ad uno dei primi eccidi di massa in Ungheria torna al villaggio per raccontare la sua storia e viene preso per matto, perché ancora non si era compreso che si era davvero scatenata una follia nel cuore dell’Europa:
"E lui piangeva:
- Ebrei, ascoltatemi. E’ tutto ciò che vi chiedo. Non soldi, non pietà, ma che voi mi ascoltiate – gridava nella sinagoga, fra la preghiera del crepuscolo e quella della sera.
Anch’io non gli credevo (…) Avevo soltanto pietà di lui".
Così racconta Elie Wiese ne "La notte"

25 commenti:

  1. E' vero. Talvolta mi dico che la causa del declino morale del nostro paese sta nella mancanza di cultura, ma è anche vero che aver letto Goethe o Rilke e conoscere le sonate di Bach non basta. In effetti più che di erudizione c'è bisogno di senso critico, capacità di ragionamento, di andare in profondità come dici tu ed invece ci si ferma spesso alla superficie.

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  2. E' essenziale essere 'presenti'nel passato e bisogna tramandare e raccontare.La cultura non c'entra,ci vuole la coscienza.
    Cristiana

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  3. Klee ha sempre combattutto il nazismo tant'é vero che fu costretto a lasciare la Germania e i nazisti fecero una famosa mostra dell'arte degenerata utilizzando anche molti suoi quadri.

    Straordinario anche per significato ed intensità "La rivoluzione dei viadotti".

    Oggi é una data importante. Non dobbiamo dimenicare mai.

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  4. è per questo che i nostri occhi non dovranno mai chiudersi sul passato, le nostre orecchie mai diventare sorde al minimo grido, la nostra mente mai dimenticare...

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  5. E' necessario resistere alla tentazione di pensare: io, noi, siamo diversi, a noi, italiani, europei, settentrionali, borghesi, benestanti, bianchi, cattolici non potrà mai succedere. E' successo a gente normale, sono stati trascinati verso la voragine da semplici ragionamenti xenofobi, come quelli che si sentono anche oggi nei bar. Bisogna stare all'erta, sorvegliare i propri pensieri, non lasciare che scivolino giù, sempre più giù.

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  6. mi ha molto colpito l'intervento che riporti di George Steiner (nella prima parte). un uomo può fare delle cose comuni o addirittura eccezionali, come nutrirsi di letteratura e di poesia (?) e poi fuori di casa essere un altro... lasciare che da sè emergano i demoni!
    (un abbraccio Mapi)

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  7. Mi ricordo Primo che girava per le scuole ,piccolo e timido ma con occhi di fuoco e i ragazzi ne rimanevano affascinati.Ora mancano figure vere del passato a ricordare,noi dobbiamo non scordare e passare...Grazie.Tinti

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  10. Le origini dell'olocausto risiedono nel cuore dell'uomo.
    "Io so" dice Levi in una sua poesia su Fossoli. Sapere come chiave di lettura. Emerge la consapevolezza che solamente chi sa, chi ha provato, può comprendere la tragedia nella sua pienezza. Quando lessi "Se questo è un uomo" mi colpì il senso di annichilimento che pervade il racconto, che esce da ogni pagina, da ogni paragrafo, da ogni riga, da ogni singolo carattere stampato. Non il terrore della morte, non la sofferenza fisica, ma è il furto di ogni traccia di umanità, la sottrazione di ogni sentimento dall'essere umano, disumanizzato nel e dal lager, ciò che ci restituisce questo inferno sulla terra. Il lager sottrae perfino il diritto ad essere anime dannate. E' lo stato di non anima.
    Il sapere dunque è qualcosa di fisico, è un'esperienza. Impossibile quindi comprendere il lager, al di fuori del lager. Ma rimane doveroso cercare di capire le cause che hanno condotto al suo concepimento. La coscienza, quella stessa di cui sono stati privati quelle creature che smarrirono, prima ancora della vita, sé stesse, non ci deve abbandonare ed essere capace di farsi collettiva per vincere le tentazioni, le scorciatoie dei falsi miti. I limiti, le recinzioni, sono trappole per l'anima sia dei carnefici che delle vittime. Bisogna superare le barriere, quelle invisibili, perché per comprendere è necessaria l'immedesimazione. Solamente così la tragedia dei più deboli, dei diseredati può divenire, almeno in parte, la nostra tragedia. Non dimenticare, quindi, per conoscere, per portarci in intimo contatto con reconditi, insondabili, inconfessabili e raccapriccianti aspetti della natura umana.

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  11. L'indifferenza è il cancro che corrompe le coscienze, ma passare dalla indifferenza alla coscienza è un processo individuale. Esso può essere favorito dall'impegno collettivo a ricordare, a commemorare, a portare sempre in primo piano l'atroce passato. Ma poi è dentro di noi che dobbiamo saper usare le memorie dei sopravvissuti, le parole dei superstiti e dei testimoni per diventare a nostra volta testimoni. Forse ognuno di noi dovrebbe impegnarsi a ripetere, senza stancarsi mai, ALMENO UN EPISODIO, adottarlo e diffonderlo ad ogni occasione.
    grazie Giulia
    marina

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  12. Artemisia, la causa del declino è l'ignorare che il male alberga dentro di noi e che per controllarlo dobbiamo fare sempre un esercizio "della mente", per impedire che luoghi comuni ripetuti e martellati entrino nella nostra testa senza spirito critico e attenzione all'altro in quanto "diverso da me" ma portatore degli stessi miei diritti.
    A noi può succedere, pensierini, ci sta già in parte succedendo e per questo, come dice Cristina, dobbiamo mantenere vigili occhi, orecchie e mente e non cessare di ricordare e testimoniare.
    Il passo di Steiner, Mapi, è fondamentale, neanche la cultura ci può preservare dalle barbarie. ha colpito anche me.

    Sostiene Pereira, Se questo è un uomo è un libro fondamentale, dovrebbero leggerlo tutti perchè solo chi è passato dentro quell'orrore, come dici tu, sa. E noi dovremmo ascoltare, ascoltare e ascoltare.

    Grazie a tutti e un caro saluto.

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  13. il male che ci vive dentro
    è causa di una coscienza morale superficiale non vissuta in profondità, anche se la cultura può farci dono di pensieri sublimi, se poi questi non vengono interiorizzati allora tutto è vano

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  14. Scusa, Giulia, forse non ho capito bene il concetto del male che alberga dentro di noi. E' chiaro che tutti noi abbiamo un substrato animale, egoista, istintivo che ci porterebbe a diffidare se non addirittura ad aggredire il diverso da noi percepito come pericolo.
    Ma poi sopra c'e' la cultura, c'e' l'educazione che ci hanno dato i genitori, ci sono gli insegnamenti che abbiamo ricevuto da piccoli dalle maestre, dal prete, dal capo scout, ecc. che ci dicono che l'altro va rispettato se non amato ecc. Poi crescendo, leggendo, viaggiando, aprendo la mente si capisce che discriminare il diverso da noi non solo "non sta bene" ma e' persino controproducente, si capisce che l'altro puo' essere una ricchezza. E' questo che intendi per "esercizio della mente"? Giusto?
    Ma gli strumenti per fare l'esercizio solo la cultura li puo' dare, no?
    Ma lo stesso discorso vale anche per il cosiddetto "altro".
    Per esempio, io passo tutti i giorni davanti ad un campo di nomadi. Mai e poi mai farei loro del male e mai vorrei che li cacciassero radendo al suolo il loro campo. Assolutamente.
    Pero' quando vedo che gettano tutti i rifiuti possibili e immaginabili nel fosso davanti al loro campo (anche rifiuti tossici tipo bombolette) mi dispiace. Vorrei che anche loro avessero gli "strumenti culturali" indispensabili a capire che la cura del territorio dove vivono (anche se temporaneamente) e' importante anche per loro, per la loro salute e quella dei loro bambini.
    E' solo un esempio. Spero di essermi fatta capire.

    (PS invece mi si allarga il cuore quando incrocio il pulmino giallo del mio comune che va a prendere i loro bambini e li porta a scuola)

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  15. Artemisia, davvero tu fai esercizio continuo con la mente e non mi sembra davvero che il "male" vinca molto su di te :). Quello che ci ha insegnato la Arendt è che ognuno di noi corre il rischio di "adattarsi", di obbedire a delle "regole" sbagliate come quelle del nazismo e come ha fatto Eichman. Eichman "obbediva agli ordini", faceva il "proprio lavoro", non c'era in lui nessun senso del bene e del male...
    Tu pensa solo al lavaggio del cervello che per esempio le Tv fanno alle nostre menti!!! A quel timore irrazionale che hanno inculcato in gran parte degli italiani e qui gli esempi purtroppo non mancano...
    Questo non vuol dire , credo, che uno non debba mai trovare nell'"altro" qualcosa che non gli piace. L'esempio che fai è emblematico. I nomadi sono molto "diversi" da noi e certi loro comportamenti non sono "accettabili". Ma combattere i compartamenti non condivisibili non vuol dire "discriminarli" come popolo, non dare loro alternative di vita. Certo che lo studio è importante, ma non a se stante, non basta. Comunque su questo argomento sicuramente tornerò...

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  16. Cara Giulia, ho letto questo tuo splendido post con ammirazione, se permetti vorrei linkarlo

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  17. Cara Icare, grazie. E' chiaro che puoi...

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  18. Ieri sera a Otto e mezzo Liliana Segre ha parlato della sua esperienza nel lager, Alla domanda di Lili Gruber che le chiedeva se, sul quel treno per Auschwit, avesse compreso quello che stava accadendo ha risposto " No ". Ecco è questo il Male che non si fa riconoscere, che si nasconde, si traveste per confonderci. Il Male che non riusciamo a capire perché assume i contorni dell'inverosimile, quella follia di cui parla anche Wiesel nel suo stupendo " La notte "

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  19. Cara Marina, condivido pienamente quello che dici. Ci sono passaggi che si devono fare per arrivare alla "coscienza" che sono individuali, anche se hanno bisogno spesso di stimoli. La memoria collettiva è uno, ma credo che non sia sufficiente. Io credo ai "piccoli passi", a vivere in modo "cosciente" nella quotidianità: è questo che chiamo "allenamento", "esercizio".
    L'idea che ognuno di noi debba adottare una storia mi sembra molto bella. Grazie

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  20. Grazie per il post interessantissimo.Rispetto al discorso del bene e del male dentro di noi,se un ragazzino ruba i gessetti della scuola occorre spiegargli perchè non s'ha da fare ma non decidere ,dentro ,che quello sarà sempre un delinquente e farglielo capire.Le famose parole assassine che sempre più inondano gli schermi e la vita e che io ,come insegnate ,ho aborrito sono"sei SEMPRE il solito sbruffone,non riesci MAI a fare le cose per bene...."che sono lo zoccolo del pregiudizio.Rilevare un difetto in un figlio ,amico o altro non significa bollarlo a vita!Pare quasi che ci si goda a gegeraLIZZARE ,incasellare così ci togliamo ogni tipo di problema.Grazie ,spero di esere stata sufficientemente chiara.
    Un saluto affettuoso.Tinti

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  21. La cultura è importante, ma si deve sempre aver presente che prima c'è la natura, la cultura viene dopo. La cultura possiamo accrescerla, modificarla, la natura no. Prenderne consapevolezza, ecco, e allora sì, possiamo gestire, indirizzare, scegliere. Ma se crediamo che la natura sia quella che noi pensiamo e non quella che è, innata, ci illudiamo di essere superiori alla natura con la cultura, ma non è così, non può essere così. Usare il termine male è fuorviante: che ci piaccia o no siamo fatti in un certo modo. Se non fossimo fatti così non ci saremmo. Da quale pulpito crediamo di essere sopra il nostro cervello?
    Non esiste nessun pulpito e facciamo di tutto per non accettare questo dato di fatto.
    Tutte cose ormai arcinote a cui continuiamo a ribellarci: non c'è un altro gioco, il gioco è quello, uno solo. Giocandolo in un certo modo, proprio perché conosciamo il gioco, possiamo giocare bene. Se crediamo che il gioco sia un altro no: è solo ubris.

    grazie Giulia e saluti
    Solimano

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  22. Quando si parla di male, quando si guarda il male, si pensa che sia solo degli altri. Il male fa male anche a riconoscerlo, per questo è assolutamente demoniaco. Il male di noi, la nostra capacità di male, da noi lo allontaniamo, perchè siamo sempre nel giusto, e così lo trasferiamo altrove. E tutto questo senza perdere la ragione. E tutto questo, sempre con giustificazione.
    Il male è in agguato perennemente.
    Perennemente non bisogna dimenticarlo.

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  23. Patrizia, ciò che hai riferito di Liliana Segre è davvero importante: a volte il male è assurdo da concepire e quindi difficile da prevenire. E' follia... Il bene a volte, invece, ci avvicina nella semplicità e spesso non l'apprezziamo abbastanza.

    Tinti, mi ritrovo con quello che dici sui ragazzi. E' assurdo attribuire ad un ragazzo una definizione che li inchioda per tutta la vita e non gli lascia spazio per il cambiamento.

    Sono d'accordo Solimano, ma non è facile evitare l'uso di certe parole. Noi siamo natura, ma siamo anche cultura ed è difficile oggi prescindere da questo.

    Silvia, come è vero quello che dici. A vole si arriva a negare anche l'evidenza. Eppure saper guardare dentro di noi e vicino a noi ci renderebbe più sereni, perchè più consapevoli. Ci vuole così poco in fondo, se ci pensi, a volte pochissimo anche solo dire "ho sbagliato", ma sembra la cosa più difficile. Sembriamo arroccati dentro le nostre mura e abbiamo paura a guardare al di là delle mura che ci circondano. Se lo facessimo forse ci accorgeremmo che al di là delle barriere che ci siamo costruiti c'è un mondo da esplorare che ci rende solo più ricchi.

    grazie e un abbraccio

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  24. assurdo tutto quello che hanno lasciato che accadesse.

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