06/01/10

Tu, mio di Erri De Luca

Ci sono storie che non hanno parole per essere raccontate, rimangono sepolte come semi che non possono dare frutti, ma solo dolore. Rimangono chiuse dentro la mente di chi le ha vissute come ingorghi che diventano per la memoria labirinti in cui si rischia sempre di perdersi. Meglio non addentrarsi. Per non turbare gli altri, per non irrompere con la propria “scomoda” verità nel mondo dei più che rincorre la spensieratezza e che forse non sarebbe in grado di capire. Meglio tacere per non esserne sopraffatti.
"Caia ci ha risparmiato. – dice il protagonista del bel libro di De Luca: Tu, mio - Ha patito cose che nessun racconto pareggia, non ha voluto dirle a noi che siamo dei ragazzi in vacanza su un'isola d'estate e non sappiamo niente di ebrei, di tedeschi. Eravamo troppo piccoli. Anche lei lo era, ma a lei hanno tolto tutto. Noi tutti, non solo io, anche gli adulti erano piccoli per lei. Ha imparato che non deve dire niente".
Ma è anche vero che certe storie non vengono fuori perché non ci sono spazi dove l’ascolto sia di casa, dove si sia pronti ad accogliere e comprendere verità che, nella loro crudezza e realtà, potrebbero cambiare il nostro modo di vedere la vita, potrebbero porci domande che metterebbero a nudo quanto la "cattiveria" dell'uomo sia sempre al nostro fianco e dentro di noi:
"Meglio che non mi diceva niente."

Dice Daniele al cugino più giovane. “… che accidente di ragazza, troppo dura per me abituato a questa bell’isola con le barche da pesca, la chitarra , le vacanze. E tutto di colpo in un posto beato e addormentato spunta la vita sfregiata di una che sembra come noi”. Ma il cugino, un ragazzo di soli sedici anni, invece, vuole sapere: e gli risponde: “sì, Daniele, sembra come noi e nemmeno ce la può raccontare la sua vita” e pone una domanda "Davvero, Daniele, davvero meglio che neanche in ultimo dovessimo sapere chi avevamo avuto l'occasione d'incontrare? Sappiamo riconoscere i pesci a mare, le stelle in cielo e dobbiamo ignorare le persone in terra?".
E la domanda che, attraverso la voce di questo ragazzo ci pone De Luca, è davvero lo specchio di quello che il più delle volte siamo e sono, purtroppo, tanti intellettuali che sanno, sanno tante cose, che hanno sete di sapere, ma quando si tratta di ascoltare storie che potrebbero inquietare nel vero senso della parola, voltano le spalle o peggio fanno in modo che cali il silenzio.
Non è così il ragazzo che racconta la storia di “Tu, mio”, che vuole sapere della guerra appena finita, che pone domande e non lascia tregua agli adulti che l'hanno vissuta ma che vogliono lasciarsela alle spalle:
"Ero la sola persona cui interessavano quelle storie. Dopo la guerra i vivi avevano indurito il silenzio, un callo sopra la pelle morta della guerra. Volevano abitare in un mondo nuovo." Voltare pagina, vivere in modo spensierato, dimenticare un passato troppo scomodo. Stare lontano da quei ricordi, ecco l’impegno più frequente della gente.

Nicola, il pescatore che accompagna in mare è l'unico a parlare con lui. Va insieme a lui in barca e gli insegna l'arte della pesca e i segreti del mare, ma gli rivela con parole semplici e vere gli orrori di quel periodo e soprattutto di quelle donne che avevano chiesto a lui e ai suoi compagni aiuto:
"Erano ebbree, ci chiedevano di salvare i bambini, ce li mettevano in braccio a noi soldati italiani che eravamo i nemici e noi non potevamo fare niente."
Ed era ebrea anche Caia che, approdata nell'isola dove si svolge la storia del libro, si unisce ai ragazzi spensierati della sue età confondendosi fra di loro e conquistando il cuore di quel ragazzo che sta crescendo, più piccolo di lei, ma che possiede già una sensibilità speciale che lo rende "più vecchio".

Il libro narra l’estate di un’adolescente nel dopoguerra che si sente “su un precipizio di sentimenti”, il suo incontro con Gaia e con il suo segreto, ma anche con il mare e la pesca, con Nicola, col cugino e lo zio. Di un ragazzo che diventerà in una sola estate “uomo”.
Un ragazzo preso dallo splendore dell’isola in piena estate, del mare che più volte solca con Nicola o con lo zio a pescare, sempre con le orecchie ed il cuore attente a quella realtà diventata passato, ma ancora presente nell’esistenza di tanti uomini e donne di cui è tanto curioso.
Ma perché gli chiedono sei tanto interessato alle storie della guerra?
" - Perché è la vostra storia, la sola che impariamo dalla voce e non dai libri. - Avrei voluto aggiungere che era la sola di cui potevo chiedere conto, perché c'erano ancora testimoni, vittime scampate e carnefici in piena salute. (…) E io dovevo chiedere e chiedere a chi non voleva più rispondere e intanto la storia spazzava via la polvere insieme alla cenere dei bruciati e crescevano le foreste sulle fosse comuni e tutta la vita spingeva innanzi e nascondeva dietro. E io m'impuntavo come un asino senza ragione perché gli asini si ribellano all'eccesso di carico e io invece non ne avevo”.
Taceva solo di fronte a quella frase pronunciata da Nicola: "noi non potevamo fare niente."
Niente. Quella parola risuonava nel cuore del ragazzo in tutta la sua crudezza: "tu solo Nicola, riuscivi a dire questa parola scavandola dentro all'impotenza, al terrore: niente, ci sono dei niente che non si staccano più".Quel fatalismo con cui molti uomini semplici accettavano la vita come si presentava:
"C’era la guerra, come c’è il libeccio, la siccità, la stagione senza passaggio di tonni. C’era: un solo verbo reggeva tutto il male e il bene che succedeva agli uomini
".
Un niente ed un fatalismo, però, che lui non riesce ad accettare e forse anche noi non dovremmo. No, dovremmo mai dire: non possiamo fare niente.

16 commenti:

  1. Cara Giulia,sapessi quanto mi sforzo di raccontare alle mie nipotine i fatti del nostro passato.Mi ascoltano interessate e mi fanno domande;spero così che crescano rendendosi conto che proprio nel passato possono trovare molte risposte.
    Cristiana

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  2. è uno dei pochissimi libri che mi manca di Erri De Luca e adesso so che "devo" leggerlo, per tanti motivi... Ti abbraccio caramente Mapi

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  3. Ubaldo Riccobono7 gennaio 2010 17:58

    Bella la tua nuova casa. Buon 2010.
    Il passato, quello fatto di bellezza, bisogna farlo rivivere nel presente. Ma quanti pensano a questa ricchezza?

    U.
    Amici di Pirandello, Sciascia, Empedocle blog

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  4. Come ha ragione De Luca quando leggiamo di come molti non vogliono sapere di certe realtà e mettono la testa sotto la sabbia come gli struzzi.

    E com'é vero che molti intellettuali non hanno intenzione di scioccare la loro mente emotivamente ascoltando e prestando attenzione a realtà scomode, insidiose, pericolose da dover denunciare o sulle quali é doveroso mantenere forte una memoria storica.

    E' un dato di fatto amarissimo e che De Luca ha il coraggio e la forza di scrivere in un libro che ho intenzione di prendere ora che l'ho visto così ben recensito da te. Io di De Luca conosco qualche romanzo ma soprattutto anche le sue poesie (deformazione artistica lol) che (vedi "Considero Valore") trovo davvero intense e profonde.

    Grazie per accendere sempre la luce nelle nostre menti

    Daniele

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  5. Si fa devvero fatica a ricordare, io stessa ho praticamente rimosso ricordi talmente crudi e dolorosi, che solo attraverso un annebbbiamento della memoria ho potuto "raccontare" a me stessa in primis.
    Mio nonno si trincerava dietro vaghi: boh, eravamo tutti nella stessa barca...
    Questo libre deve essere molto bello, credo che me lo dovrò procurare.
    grazie, Giulia.

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  6. Mi restano impresse nella mente le storie che Sofri ha raccontato da Sarajevo, le scriveva su Cuore, giornale di satira. Le lacrime mi impedivano la lettura, a volte.
    E poi mio nonno, che raccontava sempre quella scena di lui, diciassettenne, sul Carso durante la '15-'18, con l'acqua al petto e un suo commilitone beccato in piena fronte; noi nipoti, a bocca aperta, a bere quel racconto di sofferenza.
    Detesto chi non vede, e ne provo anche pena per la sua scarsa intelligenza.

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  7. un altro bel libro di Erri De Luca, mi è piaciuta questa implicita esortazione, che tu hai ben riassunto in chiusura, ad interrogarci circa la nostra partecipazione. Il fatalismo è un'arresa. Sarebbe bello educarsi a fare, quando si può. Ma nelle situazioni in cui proprio niente possiamo, accettare i propri limiti. Il rischio di onnipotenza può essere in agguato...
    Un abbraccio Giulia :-)

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  8. In questo periodo sento solo l'impotenza che mi mangia le poche forze. Ma applicherò la tua lezione a poche piccole cose intorno a me.
    Questo libro di De Luca mi manca
    grazie, marina

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  9. Cara Cristiana, quello che si trasmette ai bambini rimane anche se a volte non sembra. Continua dunque fino a quando te lo chiedono...Un abbraccio

    Ciao Mapi, contenta se ti piacerà

    Un abbraccio, Ubaldo

    Daniele, dare dignità alle storie difficili, dargli spazio e ascolto è il minimo che si possa fare. Ma credo che abbiano molto da insegnare, da regalarci.

    E' vero Cristina, si cerca di dimenticare, bisogna andare avanti ed è giusto. ma quello che è giusto e far vivere in modod propositivo anche quello che ci ha ferito nel profondo, perchè nella sofferenza più cruda a volte ci sono messaggi ineludibili. Un abbraccio.

    Grazie Enzo della tua testimonianza. Bisognerebbe continuare a raccogliere queste storie di vita.

    Arnicamontana, sono d'accordo con te. Quello che si può fare, a volte abbiamo la presunzione delle soluzioni in tasca che spesso sono insidiose.

    Ci sentiamo, cara Marina impotenti, la nostra forza nasce solo dove può diventare concreta: questo non ce lo può negare nessuno.
    Un caro saluto a tutti

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  10. cara Giulia è vero... a volte nonostante la nostra voglia di sapere non vogliamo ascoltare,forse per comodità o semplice egoismo. Oppure altre volte diventa difficile riuscire ad aprire una breccia nel silenzio di chi ha sofferto molto. Penso che l'unico modo è stare loro accanto, se necessario in silenzio,parlando solo con gli sguardi e con costanza nel tempo stabilire il contatto per lenire quel dolore.
    un abbraccio
    Laura

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  11. Esiste un confine, in chi ha veramente provato il dolore nella sua vita, fra ciò che riesce a dire e ciò che non riesce a dire.
    Non si può né si deve dire tutto. Gli altri se ne accorgono, prima o poi, di quelli che il dolore ha veramente segnato e toccato. Allora cominciano ad ascoltare con attenzione quello che dice, che può sembrare fuorviante. E invece no: il dolore provato, vissuto, accettato dà una forza che è come una fonte a cui tutti possiamo dissetarci. Spesso, ce ne accogiamo dopo, che siamo stati dissetati. Non nel rumore, né nel puntilismo di cui hai scritto nel precedente post.

    grazie Giulia e saluti
    Solimano

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  12. Cara Laura, penso che siano tutte e due le cose: non vogliamo sapere, è difficile che chi ha sofferto molto si senta di parlarne. Bisogna saper stare vicino e attendere.

    Caro Solimano, c'è proprio questo confine, a volte senbra di toccarlo. Non si riesce spesso a dire tutto nemmeno forse a se stessi. Se uno vuole vedere si accorge di chi ha sofferto veramente, ma spesso si preferisce chiudere gli occhi. Poi sono assolutamente d'accordo con te: "il dolore provato, vissuto, accettato dà una forza che è come una fonte a cui tutti possiamo dissetarci".

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  13. ...E io m'impuntavo come un asino senza ragione perché gli asini si ribellano all'eccesso di carico e io invece non ne avevo”.

    Chi vuole capire è così.

    Questo scrittore lo adoro lo sai:) E ti ringrazio per questa meravigliosa analisi di questo libro.
    Tutto vero, giusto.
    Però.
    Se la natura si affretta a far crescere l'erba sulle tombe ci sarà un motivo. I giorni seguono uno dietro l'altro e dicono che vanno avanti. Chi li vuole fermare, di solito soffre, ha rinunciato.
    Il dolore a volte non è condivisibile, a volte un asino da solo non ce la fa per il troppo carico. Il dolore è più condivisibile quando lo si rende collettivo, quando il peso è distribuito, quando un orrore può essere smembrato dalle parole che via via uscendo vuotano il sacco. Ma per uno, da solo, a volte il carico che ne deriverebbe non sarebbe tollerabile e ne verrebbe schiacciato. E poi il dolore prevede il pudore. Necessita di tempo per essere decifrato, collocato, metabolizzato.
    Solo così può diventare messaggio utile a chi vuol capire. Per cui lasciamo che la terra ritorni prato e margherite che coprano gli orrori, e noi sopra, seduti al sole che sentiamo di appartenere a ciò che sta sotto, a ciò che sta sopra perchè ne conosciamo i confini, o almeno proviamo a conoscerli. Credo che si possa considerare di andare avanti, solo così.

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  14. Lo aspettavo questo commento, cara Silvia, perchè sapevo che mi avresti arricchita, dato qualcosa in più del libro. Le tue parole sono sempre preziose e sono in sintonia con quel dialogo aperto che ci aiuta a crescere, a pensare insieme, a riflettere per andare avanti e non perdersi. Hai ragione il dolore, un certo tipo di dolore, è sopportabile quando lo si rende collettivo. Questo vale per il ragazzo. Ma forse io mi sono immedesimata troppo nella ragazza che aveva sofferto e teneva tutto dentro. Come sopportare questo peso?
    Un abbraccio forte

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  15. Amica mia, ogni volta che ascolto, ogni volta che sento, ogni volta che guardo qualcuno così violentato mi rendo conto di quanto siamo capaci di sopportare l'insopportabile.
    La nostra capacità di sopravvivere e il nostro desiderio di vivere nella quasi totalità delle volte supera ogni barriera. Mi stupisco della potenza e del mistero del mare ogni volta, che affianco alla potenza e al mistero della forza umana, che forse non ha nulla di complesso, tranne il mistero della vita e della morte. Il ciclo naturale delle cose, il percorso cosmico di ognuno di noi quale micorscopica particella di un tutto. Robetta insomma:)
    Buona giornata amica mia.
    tvb

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  16. Ho appena finito di leggere "il giorno prima della felicità", più che letto, direi divorato in un pomeriggio di pioggia. Sto scoprendo adesso De Luca, mi piace molto, e, dopo aver letto il tuo post, il prossimo sarà questo.

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