17/02/10

Piccole idee per progetti grandi

L'uomo che piantava gli alberi è un libretto delicato e profondo, il suo autore e Jean Giono. Egli racconta che nel lontano 1913 stava percorrendo a piedi l'antica regione delle Alpi che penetra in Provenza, tra i milleduecento e i milletrecento metri di altitudine. Una regione allora deserta, dove esistono solo vecchi villaggi abbandonati: unica vegetazione, la lavanda selvatica. La sera trova rifugio nella piccola casa, ben tenuta e curata, di un pastore che vive da solo lassù con le sue trenta pecore e un cane.
Dopo una cena frugale il pastore prende un sacco e rovescia in silenzio un mucchio di ghiande sul tavolo, poi seleziona quelle buone dalle guaste e ne conserva le cento più belle.


Il giorno dopo il pastore portò il gregge al pascolo e, "prima di uscire, bagnò in un secchio d’acqua il sacco in cui aveva messo le ghiande meticolosamente scelte e contate.
Notai che in guisa di bastone portava un’asta di ferro della grossezza di un pollice e lunga un metro e mezzo".
Camminò per un po', poi "arrivato dove desiderava, cominciò a piantare la sua asta di ferro in terra. Faceva così un buco nel quale depositava una ghianda, dopo di che turava di nuovo il buco. Piantava querce. Gli domandai se quella terra gli apparteneva. Mi rispose di no. Sapeva di chi era? Non lo sapeva. Supponeva che fosse una terra comunale, o forse proprietà di gente che non se ne curava? Non gli interessava conoscerne i proprietari. Piantò così le cento ghiande con estrema cura".
Quando l'autore gli chiede da quanto tempo lo faccia, il pastore gli risponde che è da tre anni.
Da tre anni piantava alberi in quella solitudine. Ne aveva piantati centomila. Di centornila ne erano spuntati ventimila. Di quei ventimila contava di perderne ancora la metà, a causa dei roditori e di tutto quel che è d'imprevedibile nei disegni della Provvidenza. Restavano diecimila querce che sarebbero cresciute in quel posto dove prima non e era nulla.
Quell'uomo aveva evidentemente più di cinquant'anni. Si chiamava Elzéard Bouffier. Aveva posseduto una fattoria in pianura. Aveva vissuto la sua vita.
"Aveva perso il figlio unico, poi la moglie. S’era ritirato nella solitudine dove trovava piacere a vivere lentamente, con le pecore e il cane. Aveva pensato che quel paese sarebbe morto per mancanza d’alberi. Aggiunse che, non avendo altre occupazioni più importanti, s’era risolto a rimediare a quello stato di cose".
L'autore toma a rivisitare quei luoghi, dopo la Prima guerra mondiale, è il 1920:
"Le querce del 1910 avevano adesso dieci anni ed erano più alte di me e di lui. Lo spettacolo era impressionante. Ero letteralmente ammutolito e poiché lui non parlava, passammo l'intera giornata a passeggiare in silenzio per la sua foresta.
Misurava, in tre tronconi, undici chilometri nella sua lunghezza massima. Se si teneva a mente che era tutto scaturito dalle mani e dall’anima di quell’uomo, senza mezzi tecnici, si comprendeva come gli uomini potrebbero essere altrettanto efficaci di Dio in altri campi oltre alla distruzione. Aveva seguito la sua idea, e i faggi che mi arrivavano alle spalle, sparsi a perdita d’occhio, ne erano la prova".

In dieci anni quell'uomo, armato solo del suo bastone e della sua idea: ha ridato vita ad un luogo che sembrava ormai abitato solo più dalla desolazione ed è risucito a rinnestare una catena virtuosa.

"Quando penso che un uomo solo, ridotto alle proprie semplici risorse fisiche e morali, è bastato a far uscire dal deserto quel paese di Canaan, trovo che, malgrado tutto, la condizione umana sia ammirevole. Ma, se metto in conto quanto c’è voluto i costanza nella grandezza d’animo e d’accanimento nella generosità per ottenere questo risultato, l’anima mi si riempie d’un enorme rispetto per quel vecchio contadino senza cultura che ha saputo portare a buon fine un’opera degna di Dio".
La storia è vera, ma è anche una bellissima metafora su cui meriterebbe meditare a lungo. Ognuno potrebbe coltivare la propria piccola idea in un periodo in cui sembra difficile aggreagarsi alle grandi.

17 commenti:

  1. Mi piace moltissimo questa storia. Perchè parla di alberi, di natura, di grandezza dalle piccole cose. Parla della parte di Dio che è in ognuno di noi in quanto possibili creatori, anche se non siamo credenti. Parla di tenacia e di determinazione, parla di intelligenza.
    Parla alle cose, all'animo e dice di agire. Perchè dopo una giusta riflessione, possa seguire il giusto gesto. Quello che cambierà le sorti della storia, in antitesi ai gesti distruttivi e rinunciatari. Parla alla parte migliore di noi, che non chiede clamore, non chiede fama nè riscontro. Chiede concretezza e soprattutto consapevolezza.
    In ogni azione legata al nutrimento della terra, c'è la mano miracolosa e vera della sopravvivenza e quindi del futuro.
    In ogni azione legata al nutrimento della mente, c'è la speranza che questo futuro possa essere migliore.

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  2. Giulia, è uno dei miei libri preferiti e mi piace un sacco che ne hai parlato. E' la lezione che ho imparato (anche) da questo libretto, così piccolo e così importante, a guidarmi nella convinzione che ogni piccolo fazzoletto di terra - se coltivato con passione e presenza - abbia la sua grande dignità e serva da esempio. Bisogna crederci che si possa portare bellezza anche laddove c'è desolazione. Grazie del tuo ottimismo costruttivo

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  3. Racconto una piccola cosa che in rete non ho mai detto.
    Nel Parco di Monza c'è un posto che tutti chiamiamo Pratone. Appunto, un grande prato dove succede di tutto: dai picnic alle partite di calcio al volo degli aquiloni (dovresti vedere come sono competitivi i conducator degli aquiloni, ognuno teme la fine di Charlie Brown). In mezzo al Pratone c'è una grande quercia, a cui arrivavo in bicicletta e mi sedevo a leggere o a disegnare. Solo che mi dava fastidio che ci fosse della roba lascata lì: lattine, giornali vecchi, di tutto un po'. Detto fatto: mi sono organizzato con un paio di guanti di quelli da fabbrica e mi aggiravo intorno alla quercia secondo un itinerario spiraliforme. C'era il primo giorno un mio amico, ben noto a Monza e a Milano, che mi guardava perplesso: "Chissà cosa diranno i brianzoli!" Niente, dicevano, guardavano incuriositi.
    Due giorni dopo, nuovo appuntamento con l'amico, che (sorpresa!) si presenta guantato e con alcuni sacchetti tipo quelli del Super. E le spirali sono diventate due. E qualche brianzolo, oltre che incuriosito, diceva: "Ah, bella idea, anch'io lo farò nella mia zona preferita". Etc etc. Questo non certo per decantare la mia bravitudine, ma per dire che, nella tenacità semplice e quotidiana, di cui hai raccontato un grande esempio nel tuo post, si annida qualcosa di tranquillo e convincente, qualcosa che si capisce perché lo si vede sotto gli occhi. Ma ora viene il bello: mi misi a farlo non per trasmettere messaggi o che, ma peché mi seccava pesaonalmente di sedere in mezzo al pattume. In dieci minuti finivo la mia spirale e mi mettevo a leggere, disegnare, chiacchierare. La collezione delle prime volte era mirabile: quattro rossetti di donne, tre pettini, sette biro, due paia di occhiali da sole... anche dei soldi... e due mazzi di chiavi... poi il resto, vabbè. A lagnarsi che il mondo è brutto e che la gente è brutta non si cambia nulla. A fare qualcosa, seppur piccolo, ti accorgi che la gente vuole solo un piccolo stimolo e capisce, capisce. C'è brutta gente, patatin patatan, c'è soprattutto il chiasso mediatico, stradale, di tutti i tipi, ma se si fa qualcosa di piccolo, in ottica non dimostrativa, non pedante, ma perché ci si sente bene a fare così, incredibile dictu... funziona!

    grazie Giulia e saluti
    Solimano

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  4. lo leggerò sicuramente.
    Grazie, come sempre.

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  5. Cara Silvia, anche a me è piaciuto molto per tutte le cose che dici tu. Io credo che bisognerebbe riempire le nostre giornate di gesti e discorsi costruttivi, piccoli gesti, piccolissimi discorsi. Mi sembra che sia un esempio concreto, che ci indica una strada ed un percorso.

    Cara Arnicamontana, io, come tutti, non sono cieca di fronte a quello che sta succedendo, ma continuare a lamentarsi o a piangere mi chiedo cosa serva. Bisogna non sprecare energie e riservarle per fare quello che ha fatto questo saggio pastore.

    Solimano, come mi è piaciuto il tuo esempio! C'è dentro tutta una filosofia di vita. Gesti concreti, che partono prima di tutto per dare piacere a se stessi e di conseguenza agli altri. "Dare idee" costruttive e di benessere, vitali, questo è il bello. Vivi bene tu, prima di tutto, il resto può venire di conseguenza.
    In quelo che si fa biosgna anche divertirsi, altrimenti è meglio fare altro. Funziona, sono assolutamente d'accordo. Contagia

    grazie e saluti

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  6. Ho letto questo libro: molto bello! :) Ho visto pure il film a cartone animato :)

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  7. Ognuno deve dare il suo piccolo contributo. Le cose grandi verranno dopo, quando tutti, nel loro piccolo, avranno operato per il bene comune. Un abbraccio, Fabio

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  8. di Giono non vi perdete "Un ussaro sul tetto" Una magica esperienza di parole e di luoghi ( La Provenza, in pieno colera) luciorai

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  9. cara Giulia, il piccolo grande libro che citi io lo regalo da qualche anno ad ogni occasione. Mi sembra una testimonianza importante dell'esistenza di persone che portano il bene in questo mondo senza proclami o grandi gesti. Quando lo lessi per la prima volta pensai che quell'uomo meritava una menzione in ogni scuola.
    grazie di avercelo riproposto
    marina

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  10. Non so spiegarti quale sia il mio stato d'animo in questo momento,so però che è un intreccio di sensazioni senz'altro positive. Bellissimo e veritiero il titolo del post, in fondo è la forza di un'idea, che viene dall'interno, a permettere che anche le cose difficili possano concretizzarsi, niente è più robusto di un progetto nel quale crediamo profondamente.
    Grazie, a presto. Piera

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  11. Sono convinta anche io, Marina, Fabio, che sia un libro da diffondere. Ma soprattutto bisogna diffondere questa idea di "farsi venire idee", idee concrete, fattibili, che rispondano al nostro modo di essere e che quindi non siano una forzatura, ma che diffondano semi buoni e fecondi. Non credo che ci resti altro da fare.
    Lavinia, leggilo, merita.

    Lorenzo cercherò il cartone animato.

    Grazie Lucio per il suggerimento e a presto

    cara Piera, a volte dobbiamo pensare in piccolo per fare qualcosa di grande.
    Un abbraccio a tutti e grazie

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  12. è talmente bella questa storia!
    dice di cose da non dimenticare, quando ti pare che non ci sia più niente nella vita, ecco che basta un'idea, un piccolo gesto, a far nascere foreste.
    ed è così anche metafora del nostro vivere, a volte una parola, un seme, attecchisce nel cuore e diventa forza, amore.

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  13. E' una carezza per l'anima questo post.
    Grazie, Giulia. Leggerò questo libro e so che ti ringrazierò ancora...

    Un bacio
    H.

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  14. Semplicemente stupendo!Ammiro quel contadino e cercherò d'imitarlo,nel mio piccolo.
    Cristiana

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  15. bellissima storia, di quelle che accarezzano l'anima e fanno sì che la speranza sia sempre viva... che sia una certezza... in fondo le grandi cose nascono da gesti singoli di grandi persone, quel contadino è certo più grande di tanti presunti tali pieni di potere... in silenzio ha cambiato una piccola parte di mondo! Parecchi anni fa qualcuno mi disse, e trovo che avesse ragione: non pensare di cambiare il mondo, pensa a migliorare il tuo pezzetto di mondo, se ognuno di noi lo farà, tutti i pezzetti, insieme, faranno un mondo migliore per tutti!
    Leggerò questo libro, certamente sarà dolcissimo e istruttivo!
    Ciao

    GM C

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  16. Ciao bellissima donna...sei trasmigrata qui?
    E' sempre meraviglioso rileggerti e grazie per questo prezioso consiglio bibliografico..

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  17. Sono contenta che questa storia sia piaciuta e spero ci abbia anche lasciato qualcosa.

    Un abbraccio Cristina, Habanera, Cristiana, GM C, Valeria. Grazie di essere passati di qui.

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