22/09/10

Danilo Mainardi e la sua lettura de "Il ragazzo selvaggio" di Jean-Marc-Gaspard Itard

Molti di voi ricorderanno il bellissimo film di Francois Truffaut "Il ragazzo selvaggio" tratto da un libro di Jean Itard che raconta la storia di un ragazzo ritrovato da cacciatori nel 1798, nella foresta dell’Aveyron, nudo che camminava a quattro zampe e si nutriva di radici. Il ragazzo fu inserito nell’“ospizio” di saint-Affrique a Rodez dove venne custodito per alcuni mesi. Durante la permanenza in quei luoghi ebbe sempre lo stesso comportamento rabbioso, inquieto e agitato: tentava continuamente di fuggire. Fu così soprannominato il “Selvaggio dell’Avejron e fatto oggetto di studio. Gli ambienti scientifici si interessarono subito al caso e il dottor Itard si trasferì in una villa di campagna, dove, aiutato da una governante, lo studioso si propose di educare il ragazzo.

E sotto la guida instancabile e a volte molto severa del dottor Itard, Victor (così venne chiamato il ragazzo) fece molti progressi anche se a volte gli esercizi a cui veniva sottoposto finivano "invariabilmente per spazientirlo". Quello che manifestava in modo forte era l’amore per la natura e per questo cominciò a farlo uscire con la governante per passeggiare in qualche giardino.
Il ragazzo fa molti progressi, ma quello che non riuscirà ad imparare è a parlare. Gli esercizi estenuanti a cui viene sottoposto provocherà in Victor delle convulsioni forti e ripetute che porteranno lo studioso a ritenere di aver fallito il suo compito.
Ma è interessante la lettura che fa di questo libro l'etologo Mainardi. Egli si accorge che troppo poca attenzione si fa alla governante, madame Guerin, e il suo, a volte determinante, ruolo affettivo che a quei tempi non era preso in considerazione per quanto riguarda l’apprendimento. Egli dice a riguardo:
"La storia di Victor de l'Aveyron è una stona vera ma, pur nella concretezza del racconto, il medico e la governante assumono significati simbolici. Lui rappresenta la ragione, lei l'amore. Il dottor Itard, infatti, affrontava il problema con metodo scientifico da vero illuminista. Scientemente, evitava ogni coinvolgimento emotivo, addestrava il suo pupillo con premi e punizioni. Compiva talora, esperimenti vagamente crudeli sottoponendo ingiustizie per verificare se il giovane selvatico possedesse o no senso etico. Otteneva molte informazioni, ma non regalava alcuna gioia". Il dottore trascura cioè volutamente tutto il lato affettivo ed emozionale del ragazzo e cerca di non dimostrargli affetto pur rendendosi conto di quanto questo bisogno fosse presente in lui.
Del resto lo stesso Itard racconta nel suo libro: "Se vado da lui, ad esempio, all'inizio della notte, quando è appena andato a dormire, il suo primo moto è rizzarsi a sedere perché gli dia un bacio, poi attirarmi verso di sé, afferrandomi per il braccio e facendomi sedere sul letto. Di solito a questo punto mi prende la mano, la preme sui suoi occhi, sulla fronte, sulla nuca, e me la tiene a lungo insieme alla sua, appoggiata là. Altre volte si alza con scoppi di risa, e mi viene davanti per carezzarmi i ginocchi alla sua maniera, che consiste nel palparmeli, nel massaggiarli a lungo ed energicamente in tutti i sensi, e poi, in qualche caso, nell'applicarvi sopra ripetutamente le labbra. Si dica quel che si vuole, ma confesserò che mi presto senza far storie a tutte quelle manifestazioni infantili".
Ora Mainardi si chiede "che sarebbe successo se tutta l'operazione di recupero fosse stata nelle mani di madame Guérin? Questa è la domanda che mi feci dopo la seconda visione e la seconda lettura. Sono convinto che le cose avrebbero funzionato meglio Oggi siamo in grado di valutare appieno l’importanza dei legami affettivi per la trasmissione culturale".
E continua dicendo: "È vero che, nel caso di Victor, ci sarebbe stato da superare il danno (quasi?) irreversibile provocato da un periodo sensibile trascorso in isolamento sociale, vuoto di affettività e, soprattutto, non nutrito dalle attese informazioni. Qualcosa di positivo sarebbe comunque potuto accadere anche riguardo all'apprendimento verbale. Esiste una piccola casistica che lo testimonia e, in quest'ambito, il caso meglio documentato è quello, assai triste, di Genie, una ragazza che il padre tenne segregata e crebbe fino all'età di tredici anni deprivata di input linguistici. Ebbene, trattata e educata con affetto, Genie seppe almeno in parte acquisire l'uso della parola, anche se non riuscì mai a superare il livello di un inglese frammentario e piuttosto sgrammaticato".
Nella storia di Itard eravamo nel 1798, ma nessuno oggi dovrebbe negare la valenza affettiva nell'apprendimento di un ragazzo. Invece, l'affettività è la grande assente nei dibattiti sulla scuola.

11 commenti:

  1. Non conosco il film! Imperdibile... devo rimediare.

    Bacio e buona serata

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  2. Tutto questo è stato reso benissimo da Truffaut, il film è un gioiello. Ho anche trovato il dvd, l'anno scorso, quindi penso che sia ancora reperibile.
    Il libro di Itard non so se sia ancora in catalogo qui da noi, io ne ho un'edizione del 1970, è tutto da leggere perché è scritto benissimo.

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  3. Sì Kylie , è davvero un bellissimo fim...
    Giuliano, io l'ho trovato il libro e l'ho letto ed è davvero molto bello ed interesante, in quanto al film è reso molto bene. Quello che dice comunque Mainardi è profondamente vero, è molte delle vicende di questi ultimi anni l'hanno dimostrato.

    Un caro saluto ad entrambi e grazie

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  4. Ma non è forse ancora così?...
    Ee non solo in casi estremi e straordinari come questo.
    Quanti bambini vengono cresciuti a suon di regole e punizioni, senza che l'affetto li tocchi mai?
    Basti pensare all'educazione vittoriana, soprattutto in Irlanda, e a quella nostrana dei paesini di provincia teatro spesso di delitti contro la persona.
    Oppure nei paesi asiatici, dove il bambino non viene considerato persona ma addirittura merce.
    So di essere uscita dall'argomento da te proposto, interessante sotto tutti gli aspetti, quelli colti da te specialmente. Ed è da queste ultime considerazioni che poi sono scaturite le mie.
    Sempre attenta e documentata, dai spunti su cui riflettere, e modo di ricordare.
    grazie.

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  5. L'affetto, il rispetto e la considerazione, penso siano le basi per ogni rapporto interpersonale.
    In un givane infondono sicurezza.
    Cristiana

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  6. E' proprio vero, anche a scuola i ragazzi sono più partecipi se li guardi negli occhi e li solleciti, chiamandoli per nome. Non so dove ho letto che l'insegnamento/apprendimento è un processo che presuppone un coinvolgimento emotivo, una dimensione essenzialmente affettiva. Non si conosce che ciò che si ama (Il piccolo principe) e gli insegnanti che abbiamo amato sono stati i nostri migliori maestri.
    Un abbraccio e un grazie per questo bellissimo post.

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  7. Che bel post, Giulia! Coinvolgente e adattissimo per numerosi approfondimenti e discussioni sull'argomento.
    Grazie. Sempre in prima fila nelle cose importanti.A presto. Piera

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  8. La razionalità scientifica è importante ma è difficile ottenere un progresso intellettivo senza spirito di comprensione e almeno un po' di affetto. Un caro saluto, Fabio

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  9. adoro truffaut... ho visto il film ispirato a rousseau... ultimamente ho visto gli anni in tasca per la decima volta...e anche L'ultimo metrò
    quanto tempo giulia!
    ti abbraccio

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  10. Sì, Cristina, è proprio come dici, ma è così anche in Italia con certi bambini di cui si parla troppo poco.

    Cristiana, affetto, rispetto, considerazione... sono proprio le cose che dovrebbero fondare ogni rapporto educativo.

    Grazie Piera, sono conenta di vederti qui.

    Sfera intellettiva e sfera affettiva ed emotiva viaggiano insieme e sono indissolunbili, caro Fabio. Hai ragione.

    Ciao Francesca, anche io amo Truffaut... Tanto tempo, ma non ci perdiamo.

    Un abbracico a tutti

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  11. Interessante. Cerco subito il film. Grazie!

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