22/10/10

Mi servo dell'informazione, ma aspiro alla conoscenza

Elie Wiesel dice che dal momento che si è informati di quanto accade nel mondo, non si è più innocenti: "diventiamo parti in causa" e questa partecipazione per non diventare corresponsabilità, per non tradursi in colpa
si deve trasformare l'informazione in conoscenza, la conoscenza in coscienza. Bisogna assumere un'attitudine etica. Una conoscenza astratta conduce inevitabilmente alla negazione dell'essere umano, che è tutto fuorché astratto, salvo che per un dittatore o per un tiranno. La riduzione dell'uomo a un'astrazione ha condotto a tanti crimini, a tanti massacri. Dobbiamo sapere restituire concretezza al nostro sguardo. Dare soddisfazione al bisogno umano di uscire dal silenzio e dalla solitudine. Allora, sapere che l'altro è presente diviene per ciascuno una necessità profonda e permanente”.
Tra informazione e conoscenza sussiste un rapporto strumentale, nel senso che l'informazione è il mezzo per raggiungere il fine della conoscenza e per avviare la ricerca della verità.
“Mi servo dell'informazione, ma aspiro alla conoscenza. Mi servo di nomi, cifre ed eventi per cogliere la sostanza e il senso delle cose. Ma non è un passaggio meccanico. Tra informazione e conoscenza c'è un muro che spesso non sappiamo superare, e allora l'informazione perde significato. D'altra parte, è possibile comunicare la conoscenza senza ricorrere all'informazione e persino in silenzio, come si trasmette un'esperienza atemporale”.
Io credo che oggi l’informazione, o ciò che così si fa chiamare, sia forse addirittura troppa, quello che manca è la riflessione, la capacità di guardare a ciò che capita intorno a noi con l’occhio di chi non vuole rinunciare a lottare e che con tenacia vuole nel labirinto della realtà trovare la strada che desidera percorrere. C’è troppa rassegnazione nelle nostre parole, troppa resa. La capacità di guardare la realtà nella sua drammaticità non deve accecarci e credere che nulla sia più possibile. Dobbiamo, davvero, pensare in modo concreto, vedendo l'uomo nella sua concretzza e nella sua unicità. Dobbiamo agire là dove siamo, nel momento in cui siamo e rendere visibile a tutti "chi siamo" e cosa vogliamo. Forse temiamo l'utopia ma, come dice Magris: "
«l'Utopia significa non arrendersi alle cose così come sono e lottare per come dovrebbero essere; sapere che il mondo ha bisognò di essere cambiato e riscattato. L'utopia dà senso alla vita, perché esige oltre ogni verosimiglianza, che la vita abbia un senso».
Non è questo un tempo “difficile” o senza valori. Quale altro tempo è stato migliore? Forse quando ci voltiamo indietro riusciamo a vedere quel filo che ha legato un’azione ad un’altra e ha portato nel tempo, nel lungo periodo, risultati a volte anche insperati. Noi dobbiamo solo attaccarci a quel filo e non mollarlo continuando un cammino che dura da secoli. Dobbiamo fare il nostro piccolo, ma non insignificante tratto. Se non lo faremo con tenacia e testardaggine sarà più difficile dopo districare la matassa per andarlo a ritrovare. Prima di tutto dobbiamo essere interessati a cosa facciamo noi della nostra vita...

Diffido di quelli che lottano solo dall'altra parte dello schermo TV. Vorrei vedere persone scendere anche in campo, stare tra la gente, parlare loro grazie alla loro "autorità". Non ricordo più chi su La Repubblica diceva che chi è premio nobel, chi ha vinto un oscar o presentato San Remo ha diritto ad un'alta remunerazione. Forse è vero. E' la legge del mercato che lo dice. Ma un'altra legge che oggi non usa più mi porterebbe a dire, da inguaribile idealista che forse quella stessa gente ha un compito in più, ha dei doveri in più: diffondere cultura ed essere coereneti con quello che dicono e predicano. Non sono sinceramente i vari Santoro, Fazio, Littizzetto etc. che godono della mia ammirazione, anche se difendo la loro libertà di parola. Credo che oggi il paese, avrebbe bisogno di ben altre persone.

9 commenti:

  1. E sono d'accordo con te! Dobbiamo partire dalla nostra partecipazione, e da ciò che facciamo DELLA nostra vita.

    Anche io difendo la libertà di parola, ma la sacralità della televisione no! Quella sacralità che giustifica compensi scandalosamente alti. Chi vuole informarsi ed approfondire ha mille e più strumenti alternativi a disposizione.

    Bella l'attitudine etica di cui parla Wiesel.
    Un abbraccio Giulia

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  2. Concordo, in effetti siamo bombardati da informazioni. Alcune utili e altre meno. La nostra conoscenza può diventare approfondimento o superificialità. Sta a noi scegliere sempre.

    Buon week end!

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  3. Le informazioni sono per propria stessa natura frammentate, incomplete. Occorre uno sforzo di sintesi, dare ad esse un senso narrativo, compiuto. Fare in modo che non restino alla superficie della coscienza, ma approfondirle, quindi conoscerle.

    Bellissimo post.
    Ciao, a presto.
    Pim

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  4. Grazie Giulia. Sottoscrivo.
    Un abbraccio

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  5. Le informazioni andrebbero, per essere comprese nella loro sostanza, analizzate a fondo. Nella società contemporanea, invece, in troppi soggiacciono a quello che é un vero e proprio bombrdamento pubblicitario.

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  6. A me Santoro sta cordialmente antipatico (anche se ovviamente non voglio che lo censurino).
    E' vero: tra informazione e conoscenza il passaggio non è affatto scontato nè facile.

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  7. Non v'è dubbio che ai nostri giorni l'informazione sia eccesiva, una marea che tende a sommergerci, e da cui l'uomo si difende mettendo sempre più filtri. Purtroppo, questi filtri finiscono per toglierci l'informazione più preziosa, lasciandoci quella che prevale per la propria potenza (frequenza dei messaggi e natura del mezzo di comunicazione). Eppure, io non credo che le persone vivano in maniera frammentata. Direi anzi che vi sia una logica interna e nociva nel quadro che tutta questa informazione lascia nelle persone. Lo dico perchè trovo che dilaghi il conformismo nelle nostre società, e questo mostra che una sua logica perversa si viene a costituire nel mondo della comunicazione. Eì quindi piuttosto una questione di qualità, di una cultura dominante che dimenticando, come dici nel post, l'uomo concreto, è diventata antiumana.

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  8. Anch'io difendo il diritto di parola di Santoro, Saviano e Fazio, anche se personalmente non li ammiro più di tanto. Come diceva Voltaire (era lui?) "darei la vita" perché tu possa esprimere le tue idee, anche se non le condivido. Riguardo al dovere che hanno le persone eminenti di agire, di dare il buon esempio, bene, non aspettiamoci troppo. Io mi attendo una condotta irreprensibile più da una mia semplice collega di scuola che da un presentatore famoso o da un politico in vista. Mala tempora currunt, altro che. La res publica è in mano a inetti, il popolo è sovente migliore dei suoi rappresentanti.

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  9. Vi ringrazio per i vostri commenti preziosi. Mi piace questo contributo alle riflessioni o alle letture che ognuno fa nel proprio piccolo.
    Sono d'accordo con Vincenzo quando dice che prevale l'informazione "per la propria potenza" e che dilaghi il conformismo che bene o male si forma proprio da questo tipo di informazione.
    E come dice Pensierini non mi aspetto più nulla dagli intellettuali in termini di militanza seria, per diffondere una cultura seria, ma non stimo chi non si pone nenache il problema e difende solo se stesso e i compensi che percepiscono.

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