27/10/10

Sì, io sono uno scarabocchio, e tu? (1)

Sì, io sono uno scarabocchio,
io lo sono, ma lo sei anche tu, e tu, e tu…
Tutti siamo scarabocchi.
Siamo tratti confusi,
colori mescolati, linee incise nel vento
che si incontrano o si spezzano.
Non siamo tutto… Forse un po’ di tutto.
In me c’è un po’ di cielo, un po’ di sole,
nuvole e pioggia, notte e giorno, parole e silenzio.
Siamo come gli scarabocchi, irripetibili,
complicati, strambi, originali, confusi…
tutti speciali.
Non siamo un “che cosa” ma siamo un “chi”.
Non c’è cornice che ci contenga,
né descrizione che ci comprenda
Con il titolo "Io sono uno scarabocchio e tu?" le due attrici Adriana Zamboni, Manuela Massarenti ed io abbiamo messo in scena una piece teatrale che è stata rappresentata giovedì scorso nel coro di Santa Pelagia a Torino grazie all'OMI (Opera munifica Istruzione).
In questo lavoro abbiamo voluto raccontare quanto ogni individuo sia paragonabile ad uno “scarabocchio” in quanto traccia significativa, unica ed irripetibile.
Uno scarabocchio è composto da tratti geometrici, da colori e linee variamente combinate fra di loro che rendono la complessità e la variabilità che abita ognuno di noi.
Lo Scarabocchio “racconta” la complessità di ogni individuo e il suo bisogno di presentarsi all’altro così com'è.
Parola e disegno sulla scena si alternano e si intrecciano accompagnati dalla musica.


Poi lo “Scarabocchio” si squarcia e il taglio rivela il "volto", così si dipana la storia. Sono tutti pronti ad ascoltare, l'attenzione di tutti è alta: prendono vita le testimonianze, quelle di ragazzi che hanno trovato nella classe che hanno frequentato uno spazio dove imparare non solo nozioni, ma anche a parlare ed ascoltare. Racconti quindi veri a cui la piece teatrale ha voluto restituire la dignità e l’importanza che meritano.

Le testimonianze parlano del desiderio di poter mettere “in comune” ciò che caratterizza la storia che ognuno si porta dentro a volte inascoltata ed esprimono il desiderio di costruire attraverso il dialogo un luogo in cui la parola possa trovare il suo spazio

“Solo la narrazione della nostra storia - dice Karen Blixen - può rispondere alla domanda “chi sono io?” Una domanda che secondo la scrittrice sgorga prima o poi dal moto di ogni cuore. L’identità di una persona per essere svelata necessita di una narrazione, si costruisce attraverso la narrazione. L’individuo, per farsi conoscere, racconta se stesso, quello che fa, quello che sente, quello che era o spera di essere e diventare".

Se perdessimo definitivamente – dice Tabucchi - la capacita di narrare non riusciremmo più a vivere dentro noi stessi, la vita diventerebbe un caos completo, una grande schizofrenia in cui esplodono come in un fuoco d artificio i mille pezzi delle nostre esistenze, perché per ordinare e capire chi noi siamo dobbiamo raccontarci”.
Abbiamo bisogno, però, dell’ascolto dell’altro e della narrazione che l’altro fa di noi. La costruzione della propria identità si muove, infatti, su due canali: “come mi sento e che cosa sento all’interno” (quali sensazioni, pensieri, emozioni ho dentro di me), e “come sono visto dal di fuori” (quale immagine ha l’altro di me).

“E tu chi sei?” domandò il Bruco.
Non era incoraggiante come inizio di una conversazione. Alice rispose, un po’ timidamente: “Io… a questo punto quasi non lo so più, signore…o meglio, so chi ero quando mi sono alzata stamane, ma da allora credo di essere stata cambiata parecchie volte”.
Lewis Carrol, Alice nel paese delle meraviglie
Il desiderio che anima il narratore è quello di riconoscersi, ma anche quello di veder riconosciuta la propria esistenza da parte del destinatario del suo racconto.
Di questo hanno bisogno anche i ragazzi a scuola, che nella classe vorrebbero sentirsi accettati nella propria diversità, qualsiasi storia abbiano alle spalle e così avere la forza di costruire il proprio futuro.
La narrazione non incasella, non imprigiona l’individuo nella “definizione”, “rivela il finito nella sua fragile unicità” e la valorizza.

La storia rivela il significato di ciò che altrimenti rimarrebbe una sequenza intollerabile di eventi.
Intollerabile non è una vita che è sempre stata un “no” ma una vita che risulta insignificante”, una vita che non interessa nessuno.
Hanna Arendt

Per approfondire questo tema sono previste a questo riguardo due giornate di seminario nel mese di novembre e di dicembre con educatori ed insegnanti.

19 commenti:

  1. Mi tengo dentro questa domanda da sempre...Ma questi "collegamenti" li inventi totalmente tu?
    Cioè tu hai in mente un argomento e ti ricordi i brani letti in vari momenti?
    Se è così è incredibile!
    Anche questo argomento mi è piaciuto!
    Ciao.

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  2. Anche qualcuno che dice il tuo nome ti narra e ti accorgi che anche oggi ci sei e puoi chiamare un altro nome.

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  3. Leggevo ieri l'altro su erlebnisblog.kataweb.it, il blog di Zauberei, che una cura della schizofrenia è indurre al racconto di quello che si ha nel cuore, che il dolore della malattia si stempera e diventa sopportabile e quindi superabile se si riesce a narrare il proprio vissuto. Non so se ho citato bene, ti copio il riferimento, se credi leggi direttamente:
    http://zauberei.blog.kataweb.it/2010/10/25/psichico-78-questa-roba-e-immangiabile-sulla-schizofrenia/
    Questo per ribadire quanto sia importante saper raccontare, anche a fini terapeutici.

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  4. Alchemilla, i collegamenti li inserisco io. Ho l'abitudine quando leggo di prendere appunti sulle questioni che più mi interessano e così so dove cercare. Certamente non li ricordo a memoria che non ho per niente. Un abbraccio e spero di aver risposto alla tua domanda
    Tentare nuoce, certo il nominare, chiamare per nome è importantissimo, è la prima forma di riconoscimento.
    Paola, grazie per il suggerimento della lettura. Sono convinta, per averlo sperimentato quanto sia importante aiutarsi nel costruire la propria storia, nel mantenere in vita il filo conduttore, che dà anche molto spazio a vivere nel presente come momento importante su cui agire riflettendo.
    Grazie
    Giulia

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  5. E' un lavoro bellissimo. Dovrebbe entrare nelle scuole...
    Grazie Giulia
    Roberta

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  6. Deve essere stato molto bello. Come ti sembra che sia andata? Ti ha dato soddisfazione? Che ruolo hai avuto?
    A quale fascia di età è rivolto?
    Troppe domande? :-)

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  7. che ammirazione Giulia! bel post e bellissimo lavoro, veramente dovrebbe essere divulgato.

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  8. Roberta, grazie
    Artemisia, è andata molto bene e mi ha dato soddisfazione. Io ho scritto il testo aiutata da due mie amiche e colleghe. E' indicato dai 12 anni in su.Quella sera (la prima) c'erano tutte le queste fasce di età e direi che tutte ne sono uscite soddisfatte.
    Grazie Arnicamontana, sempre molto gentile
    Un abbraccio

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  9. Dev'esser stata un'esperienza magnifica! Quanto avrei voluto essere presente! Mi hai emozionata.

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  10. la parola è l'unico luogo in cui gli scarabocchi si incontrano.
    che bello questo progetto...complimenti davvero.

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  11. Mi sono accorta che ho insistito su un argomento forse marginale, perché mi aveva colpito il post di Zauberei che ho citato. Ho dimenticato di complimentarmi con te per questa iniziativa, lo faccio ora, un po' in ritardo. Un abbraccio.

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  12. Bene! Sarei proprio curiosa di vederlo.

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  13. Un'esperienza che anche vista dal di fuori non si fatica ad immaginare bella, stimolante e gratificante. Anche faticosa, sicuramente, ma quanta soddisfazione nel vedere i risultati! Perché sono convinta che quest'impegno "ha dato" a tutti, a voi organizzatori e ai ragazzi.
    Grazie per aver condiviso con noi questo bel post e le belle immagini.
    Un caro saluto. Piera

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  14. Ecco perché mi é sempre piaciuto il termine scarabocchio!

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  15. Il termine è davvero efficace. Mi piace davvero. I ragazzi che hanno vissuto questa esperienza sono davvero fortunati. Complimenti Giulia!

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  16. Io se fossi uno scarabocchio, non sarei di certo dipinto da Pollock!

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  17. Cara Emilia ho letto il tuo bellissimo post. Hai una grande capacità di coinvolgimento proprio perchè fai cose nelle quali credi e ti spendi molto. Non capisco perchè non riesca ad inserire un mio commento nel tuo blog. Vorrei farmi partecipe, almeno con la mia approvazione e il mio segno di stima nei tuoi confronti e nei confronti del tuo lavoro. Lo faccio qui, anche se non mi sembra la stessa cosa. Sai che stimo molto te ed il tuo lavoro. E i tuoi ragazzi sono fortunati per quello che fai per aiutarli a crescere. Con affetto.

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  18. Grazie per aver postato il commento che ti avevo fatto pervenire. Ora ho trovato nella pagina dei commenti una schermata nuova che mi rende possibile l'inserimento del mio pensiero. Non capisco cosa succeda a volte con i blog di www.blogger.com. Mi dà grossi problemi anche con altri amici che hanno lo stesso indirizzo: mi si presenta una pagina che mi taglia fuori. Comunque, con questo mio voglio confermare la grande stima che ho per te e per il tuo lavoro.

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  19. Grazie a tutti, per questa bella condivisione.
    Giulia

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