17/11/10

La necessità di tornare alla politica

"In realtà c'è poco da ridere, e il ventennio che abbiamo alle spalle è infinitamente più serio. Non siamo all'epilogo dei Pagliacci, e non basta un feeling per spodestare chi è sul trono non grazie a sentimenti ma a una macchina di guerra ben oleata. Per uscire dalla storia lunga che abbiamo vissuto - non 16 anni, ma un quarto di secolo che ha visto poteri nati antipolitici assumere poi il comando - bisogna, di questo potere, averne capito la forza, la stoffa, gli ingredienti. Non è un clown che si congeda, né l'antropologia dell'uomo solitario aiuta a capire. I misteri di un'opera sono nell'opera, non nell'autore, Proust lo sapeva: "Un libro è il prodotto di un io diverso da quello che manifestiamo nelle nostre abitudini, nella società, nei nostri vizi". Sicché è l'opera che va guardata in faccia, per liberarsene senza rompersi ancora una volta le ossa.
Chi vagheggia governi tecnici o elezioni subito, a sinistra, parla di regime ma ne sottovaluta le risorse, la penetrazione dei cervelli.

Un regime fondato sull'antipolitica - o meglio sulla sostituzione della politica con poteri estranei o ostili alla politica, anche malavitosi - può esser superato solo da chi è stato detronizzato. Nessun tecnico potrà resuscitare le istituzioni offese. Può farlo solo la politica, e solo se essa si dà del tempo prima del voto. Capire il regime vuol dire liberare quello che esso ha calpestato, e quindi non solo mutare la legge elettorale. Non è quest'ultima a rendere anomala l'Italia: se così fosse, basterebbe un gesto breve, secco. Quel che l'ha resa anomala è l'ascesa irresistibile di un uomo che fa politica come magnate mediatico. Berlusconi ha conquistato e retto il potere non malgrado il conflitto d'interessi, ma grazie ad esso. Il conflitto non è sabbia ma olio del suo ingranaggio, droga del suo carisma. La porcata più vera, anche se tabuizzata, è qui. La privatizzazione della politica e dei suoi simboli (non si governa più a Palazzo Chigi ma nel privato di Palazzo Grazioli) è divenuta la caratteristica dell'Italia".
Da Barbara Spinelli su La Repubblica

7 commenti:

  1. Non posso che essere d'accordo con Barbara Spinelli. E con te evidentemente se l'hai riportato. Un articolo lucidissimo.
    P.S. - Ricordati di tenere selezionato il "segui pubblicamente".
    Ciao.

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  2. Sì, ci sono molti articoli interessanti in questi giorni.

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  3. Da me tutto a posto. Ciao. Ambra

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  4. Concordo in pieno, e chi no? Il grave è il berlusconismo che si lascerà dietro, quando finirà la sua tirannia e si ritirerà a vita privata (o il Quirinale?), libero da impicci giudiziari. Siamo così abituati al conflitto d'interessi, siamo così mitridatizzati dal suo veleno, che non ce ne accorgiamo quasi più. Bell'articolo.

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  5. Bello e' sentirti partecipe e attiva come nei miei ricordi.
    Un abbraccio
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  6. Quello che scrive la Spinelli è giusto, ma io mica ho capito cosa propone. :-(

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  7. Cosa propone la Spinelli? Ma è ovvio: il ritorno di Prodi, o D'Alema, Bersani no forse, fa ancora più pena. Gente che snobba il popolo ("E' più facile morire per il popolo che sopportarlo", diceva qualcuno), che ha la puzza sotto il naso, che non sopporta la democrazia (vi siete mai chiesti perché mettono l'aggettivo democratico dappertutto, anche nei tartufi e nel caviale, quelli della "gauche caviar", come la chiamano i francesi?). L'ossessione Berlusconi, un disturbo che si può curare dallo psichiatra, forse.
    E adesso mi aspetto: 1) Nessuna pubblicazione; 2) Pubblicazione seguita da una serie di improperi e insulti. A riprova della democraticità di certe persone. Cui consiglio la lettura di un libro del sociologo (di sinistra, dice lui) Luca Ricolfi, "Perché siamo antipatici. La sinistra e il complesso dei migliori prima e dopo le elezioni del 2008".
    Cordiali saluti.

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