11/11/10

Le vite degli altri di Florian Henckel von Donnersmark

Fonti ufficiose affermano che nella Germania dell’Est gli informatori al servizio della Stasi, la potente polizia segreta, fossero una persona ogni sei abitanti, una rete fittissima di funzionari governativi e informatori che vivevano anche all’interno della stessa famiglia. Questo è stato scoperto dopo il 1989, all’apertura degli archivi di stato. Uno ogni 6,5 persone in un paese di diciassette milioni di abitanti sono stati legittimati per cinquant’anni a entrare nelle vite di comunissimi cittadini, sospettati di dissentire dalla politica filo-stalinista del regime tedesco-orientale.
Dovremmo tutti leggere C’era una volta la Ddr, un libro scritto da Anna Funder per non dimenticare. “Il regime totalitario – dice Hanna Arendt – non può certo esistere senza distruggere il settore pubblico, senza distruggere con l’isolamento le capacità politiche degli uomini. Ma esso (…) lungi dall’accontentarsi dell’isolamento distrugge anche la vita privata. Si basa sull’estraniazione, sul senso di non appartenenza al mondo, che è fra le più radicali e disperate esperienze umane.”
Ed è illuminante a questo proposito anche il film “Le vite degli altri” che fa vedere molto bene come tutto questo possa avvenire.
Quando leggiamo o guardiamo un film ci aspettiamo di conoscere qualcosa di nuovo, di aprire la nostra mente a realtà che non conosciamo. A volte, però, ci aspettiamo di trovare risposte a domande che dentro di noi si mantengono tanto vive da sentirle a volte come ferite.
Quando le situazioni politiche e sociali non lasciano vedere una via di uscita, noi vogliamo il nostro sguardo verso l’individuo sperando di trovare anche solo una persona che ci indichi una strada, o che semplicemente ci dia la sensazione di essere un uomo libero capace di scegliere con il proprio cuore e con la propria ragione.
E il film di Florian Henckel von Donnersmark ce lo indica nella persona di Gerd Wiesler (Ulrich Muhe, bravissimo attore purtroppo mancato proprio il mese di agosto). Egli interpreta la figura di un ufficiale della Stasi, freddo, determinato, abilissimo a interrogare sospetti e a farli crollare.

Ma, quando si trova a sorvegliare giorno e notte la vita dello scrittore e drammaturgo Georg Dreyman e la sua compagna, l'attrice teatrale Christa-Maria Sieland, scatta qualcosa in lui. La trasformazione e la sensibilità dello scrittore lo toccheranno profondamente fino ad abiurare una fede incompatibile con l'amore, l'umanità e la compassione.
Quando insomma entra dentro la vita degli altri, la conosce, la fa sua è in grado di mettere in moto quel meraviglioso movimento che è la commozione.
Ad essere condannato in questo film è sicuramente il regime politico ma al centro della rappresentazione è l’uomo come individuo razionale e capace di scegliere. E lui che può dare al male sfaccettature impensabili ed è sempre lui che può, invece, opporre il proprio “no”, riacquistare il senso di sé, degli altri e del mondo e sentirsi, come invita la Arendt, responsabile, riprendendosi la libertà faticosa di scegliere.
La capacità di pensare in modo libero, di provare compassione dovrebbe essere sempre guida di ogni azione, perché il film ce lo insegna, anche la più piccola azione può lasciare i suoi segni e determinare cambiamenti anche se piccoli.
E’ per questo che forse dovremmo a volte disfarci del linguaggio dei politici di professione per tornare alla nostra umanità che non è meno politica. Non basta essere uomini per essere umani, diventare un essere umano richiede un movimento continuo dentro e fuori di noi: movimento che è pensiero, attenzione, rispetto dell’altro comunque egli sia e solo dopo azione.

10 commenti:

  1. Difficile essere uomini, ma talvolta, pur tra mille condizionamenti o tra mille difficoltà, ci si riesce ancora.

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  2. il potere, spesso, vuol toglierci la capacità di pensare.

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  3. Sono d'accordo con Adriano, a volte ci si riesce ancora.
    Ho visto il film di cui hai parlato, Giulia, anch'io l'ho interpretato nella chiave che hai indicato.

    P.S.
    Mi è capitato di visitare il museo della Stasi a Berlino. Archeologia industriale! Adesso, anche se non c'è un regime totalitario, non si può certo dire che non si sia controllati. A volte subiamo il controllo ( telecamere dappertutto , tracciabilità degli spostamenti ecc.), altre offriamo la nostra vita, i nostri pensieri più intimi su un piatto d'argento come in questo momento.

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  4. ho recensito anch'io questo film... un gran film.
    ciao giulia!

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  5. Giulia, ti avevo scritto scusandomi con te per la mia scortesia nei tuoi confronti, che andava corretta, con le mie scuse, appunto. Ma forse non mi hai letto. Ora, ti rinnovo le mie scuse per essere stato scortese con te e aggiungo che leggerti mi fa piacere e arricchisce il mio punto di vista. Zorba

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  6. Un film indimenticabile.
    Molti italiani hanno aiutato ebrei e non solo,durante quel ventennio maledetto e penso che la 'liberazione' l'abbiano sentita e vissuta molto prima di quella effettiva.
    Cristiana

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  7. Davvero un bel film.
    Ciao, Giulia!

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  8. Pensiero, attenzione, rispetto dell'altro. Parole sante. Grazie per averle pronunciate, un abbraccio.
    Paola

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  9. Conoscevo il mondo della DDR e spesso mi sono sentita direttamente e pesantemente controllata, con alt continui mentre viaggiavo in auto o con telecamere nascoste ma neanche tanto in tutti gli alberghi per stranieri. C'era una pesante cappa che copriva tutti. Ma felici non erano nemmeno i delatori che avrebbero potuto diventare vittime pr un passo sbagliato. Che stupidaggine controllare il vicino. L'uomo in realtà è libero se riesce a mantenere il suo pensiero estraneo a qualsiasi pesante condizionamento o controllo esterno.

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  10. Ho deciso di rivoluzionare la mia attività di blogger. Da oggi “Il Cielo di Saint Ex” chiude ma io continuo a bloggare su “Blogaventura Reporter”. Potrai trovarmi cliccando sotto sul mio nome. Un caro saluto, Fabio

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