25/01/11

Ognuno ha diritto alla propria storia

Ognuno di noi nel proprio correre disordinato non ricalca mai le stesse orme di un altro, non ripete mai il medesimo percorso.

“La vita è tracciata da passi umani sul terreno dell’imprevedibilità e della contingenza. Fragile ed esposto l’esistente appartiene ad una scena mondana dove l’intreccio con gli altri esistenti è impadroneggiabile e potenzialmente infinito. Come nelle Mille e una notte, le storie si intrecciano con le storie. Ma isola nella chimerica completezza del suo senso, una non può stare senza l’altra”
Così dice la filosofa Adriana Cavarero e nella sua concezione, ogni essere umano è diverso da tutti quelli che vissero, che vivono e che vivranno, ma non per questo è separato da qualsiasi altro. Anzi, la relazione con l'altro è necessaria e ognuno ha bisogno di essere riconosciuto proprio nella sua unicità.
Chi ciascuno è lo rivela agli altri quando agisce al loro cospetto su un teatro interattivo dove ognuno è, al tempo stesso, attore e spettatore.
Oggi è sempre più difficile trovare luoghi e spazi in cui parlare, in cui ognuno sappia ascoltare l'altro e l'altro possa "raccontarsi", ma il desiderio che anima chi racconta se stesso è quello di veder riconosciuta la propria esistenza da parte del destinatario del suo racconto.

Come ha detto lo scrittore italiano Antonio Tabucchi in una recente intervista:
"Se perdessimo definitivamente la capacita di narrare non riusciremmo più a vivere dentro noi stessi, la vita diventerebbe un caos completo, una grande schizofrenia in cui esplodono come in un fuoco di artificio i mille pezzi delle nostre esistenze, perché, per ordinare e capire chi noi siamo, dobbiamo raccontarci”.
“L'uomo è diventato "civile", ha inventato se stesso e ha inventato la Storia, ha imparato a vedersi e a capirsi quando ha imparato a raccontarsi, anche in una maniera molto semplice, molto primitiva con le rappresentazioni artistiche e pittoriche delle grotte. L uomo è entrato nella civiltà che conosciamo quando ha imparato il racconto”.
Questo è vero per noi adulti, ma lo è tanto più per un bambino o un ragazzo anche a scuola, nell'aula dove trascorre molto del suo tempo e della sua vita relazionale.
Il primo diritto di un bambino, quando entra a scuola, è quello di essere riconosciuto nella sua storia qualunque essa sia, di essere riconosciuto come soggetto unico e irripetibilie. Non è in gioco semplicemente la volontà di stabilire un contatto con altri, ma più profondamente quella di condividere il proprio mondo, di sentire riconosciuta la propria voce e, con questa, la propria esistenza e la propria sensibilità: un riconoscimento che è il contrario del disprezzo, o di quella forma particolare e sottile di svalutazione degli altri che consiste nel non prestar loro ascolto.

Il prestar loro ascolto è un impegno etico: è il riconoscimento che dà dignità, che attribuisce un certo valore.
E’ chiaro quindi che la prima attenzione di ogni insegnante è proprio per la storia, dei suoi allievi per il loro modo di viverla o di soffrirla interiormente.
Quello che fa veramente male non è il dolore, non è la sofferenza. Sofferenza e dolore appartengono alla vita, sono compagni fedeli di ogni esistenza. Quello che fa veramente paura è quel senso di solitudine che fa perdere loro il contatto con gli altri, con il mondo, con se stessi quando non vengono compresi. E’ l’incapacità e l’impossibilità di comunicare: proprio quando ne sentirebbero il bisogno, quando le parole e i pensieri si dissolvono alla presenza dell’altro.

L'immagine è di Quentin Blake


11 commenti:

  1. Mi riconosco in pieno nelle considerazioni qui poste. Una nota particolare il grande Tabucchi.

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  2. Un filo che sogna nodi che lo fanno un altro filo

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  3. Prestare ascolto ai bambini è dare loro dignità, è confermarli come individui e donare loro il diritto di esprimersi è farne un essere sociale senza la paura invalidante del rifiuto.
    Grazie Giulia!
    Lara

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  4. "Quello che fa veramente paura è quel senso di solitudine che fa perdere loro il contatto con gli altri, con il mondo, con se stessi quando non vengono compresi. E’ l’incapacità e l’impossibilità di comunicare: proprio quando ne sentirebbero il bisogno, quando le parole e i pensieri si dissolvono alla presenza dell’altro."
    Bello. In quanto vero. E detto come la poesia sa dire.
    L'incapacità e l'impossibilità di comunicare. Se un adulto se ne accorge, la comunicazione dal bambino all'adulto è avvenuta. Il bambino ha comunicato l'incapacità e l'impossibilità di comunicare. Strano, no? Sembra una contraddizione. Sembra l'affermazione di qualcosa che non può essere, avvenire: la comunicazione dell'incapacità e della impossibilità di comunicare. Ma può essere, può avvenire, avviene. Non solo da parte dei bambini. Sta all'adulto sensibile accorgersi di quella comunicazione. A quel punto dovrebbe essere capace di rispondere, cioè comunicare a sua volta che ha ricevuto la comunicazione paradossale, la comunicazione di incapacità o impossibilità di comunicare.
    In tutto questo, le parole possono servire a poco. I pensieri? Dipende da quali pensieri.

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  5. E' che in quell'ascolto ci siamo noi stessi, e quanto noi stessi siamo stati ascoltati, ed ancora se abbiamo ricevuto risposte e quali...
    E non penso sia sufficiente il mettersi in gioco: è necessaria una consapevolezza delle nostre parti profonde, di quanto e cosa possiamo dare, e la capacità di trametterlo.
    Grazie per questo tuo post.
    :-)

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  6. La dimensione che condivido con te e con gli altri amici bloggers mi sta aiutando a raccontarmi. Non lo avevo mai fatto, mi ero semplicemente riconosciuta nei racconti degli altri, leggendo, solo leggendo...
    Chissà dove mi porterà questa esperienza! Ciao Giulia, cara. Buonanotte!

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  7. Ho sentito questo tuo post molto vicino come spirito al mio ultimo.
    Proprio vicino.
    Giorgio

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  8. ha toccato punti nevralgici della storia mia personale e di quella di tutta l'umanità.
    anche io ho pensato che se venisse a mancare la rappresentazione del sé, l'essere umano non potrebbe relazionarsi agli alti.
    e il sé lo si può rappresentare solo riferendolo al passato,: nell'immediato è esperito, non registrato.
    il presente è l'attimo che diventa vissuto solo quando è trascorso.
    e attimo dopo attimo ci connota nel tempo.
    ciao, un abbraccio
    cri

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  9. Grazie della tua presenza costante Adriano Maini e graze a te, tentare, nuoce,per le sugestioni che ci lasci veramente bellissime.

    Lara cara, è proprio quello che dici di vitale importanza "Prestare ascolto ai bambini è dare loro dignità", e credimi lo si fa troppo poco, forse senza rendersene conto.

    Sileno, quello che dici non è una contraddizione, come dici tu, sta all'adulto accolgiere questa difficoltà e affiancare il bambino anche quando non dice o dice con altro linguaggio (il comportamento, lo sguardo, tanti altri piccoli segni). Questo è compito davvero di noi adulti.

    amatamari©, è molto vero. Chi è a contato con i bambini o ragazzi deve uavere "consapevolezza delle proprie parti profonde", deve fare i conti con se stesso e sapere cosa è in grado di dare e di "sopportare". Non ssi può fare questo lavoro se non si è pronti...

    giacynta cara, raccontarsi, trovare lo spazio in cui farlo è davvero fonmdamentale per tutti noi. Oggi questi spazi ci sono sempre meno, dobbiamo crearli noi e forse anche il web ci può essere utile.

    giorgio, credo che condividiamo molti pensieri, grazie.

    Come sempre, Cristina, sai dire molto meglio di me quello che sentiamo entrambe. Grazie per essere qui.

    Un abbraccio a tutti e grazie

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  10. Non posso che essere pienamente d'accordo. Aggiungerei che il primo luogo deputato all'ascolto dei bimbi è la famiglia. Purtroppo l'affanno e la corsa della società moderna hanno spesso creato dei genitori incapaci di ascoltare veramente i propri figli.

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  11. Condivido totalmente il pensiero di amatamari.Non è scontato "saper" ascoltare i ragazzi.L'esperienza personale può incidere molto e anche con tutta la buona volontà, si può mancare l'intento.
    Un bellissimo post, come sempre del resto. Grazie Giulia per le riflessioni che ci suggerisci.

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