25/01/12

Licenziamenti più facili?

Non ho nessuna preparazione in economia, stento molto a comprendere quello che sta succedendo e le misure per affrontare la crisi. Non ho la pretesa, quindi, di dire cosa si potrebbe o non potrebbe fare, perchè onestamente non lo so.
Quello che so è che molta gente si sta impoverendo, che ogni giorno sento di persone licenziate dall'oggi al domani senza che nessuna legge possa proteggerli. Ho amici che si sono dentiti dire: non c'è più lavoro per te e se ne sono dovuti andare.  Ascolto la loro disperazione, il loro sbigottimento e il loro sentirsi franare sotto i loro piedi tutto quello che avevano costruito con tanta fatica. So che molti licenziamenti vengono fatti nel mondo dei servizi sociali e che questo vuol dire che anche chi è stato più sfortunato sarà meno seguito e aiutato: come dire "piove sempre sul bagnato".
Non mi fa paura pensare che si debbano fare sacrifici, ma se questo vuol dire che molte persone non sono più in condizione di vivere, allora credo che, come dice Steiner nel precedente post, bisognerebbe dire "no, questo non è accettabile". La Fornero ha parlato di "maggiore flessibilità nei licenziamenti compensata da una rete di sicurezza per chi perde il posto". Peccato che poi si voglia realizzare subito la prima parte e la seconda venga rinviata a "tempi indefiniti". Quella che aveva pianto il primo giorno, oggi mi ricorda un inflessibile ministro (e già, la flessibilità la si chiede solo agli altri): è disponibile a fermarsi "solo se glielo dice Monti".
Non so se usciremo dalla crisi o forse è meglio chiedersi chi ne uscirà e chi si sacrificherà (nel più tragico senso della parola) perchè qualcuno ne esca. Certo è che non si intravede quell'equità di cui si era tanto parlato, nè quel senso della collettività che sarebbe necessario.
Più equità la chiedono i nostri "bamboccioni" oggi diventati "sfigati" (modi di denominare i giovani brutto e vergognoso segno di continuità col vecchio governo), ma la chiedono anche le persone di mezza età che si trovano sulla strada senza aver nulla in mano per vivere. La chiedono da sempre i disabili e le loro famiglie che rimangono senza servizi e senza nessuna prospettiva, come sempre senza diritti esigibili,  persone di cui nessuno, ma proprio nessuno ha mai parlato. 
Senza coscienza sociale, senza senso della giustizia, senza senso del limite non possiamo chiamarci un paese civile.
Chi si è laureato alla Bocconi non conosce di certo la situazione di chi vive nelle periferie, di chi vede dipendere la propria vita dalle loro decisioni, di chi vive ai margini, di chi pur avendo lavorato o studiato tanto non ha avuto nulla in cambio. Ed è un vero peccato perchè hanno perso delle occasioni per imparare dalle testimonianze di persone vere, guardando al di là dei numeri i volti delle persone. Il pianto della ministra è durato poco, ora è una donna sorridente nel pieno delle sue funzioni. Il pianto di tanta tanta gente durerà molto più a lungo. Ma che importa: tutto quello che stanno facendo lo chiamano "salvaItalia"... ma quale Italia?
Certo Monti è un'altra persona dal signor B. e i suoi ministri hanno ben altro stile, certo dipendono da un parlamento che è quello che è, e non possono fare quello che vogliono, quindi ci tocca accettare il meno peggio. Ma la mia domanda torna e ritorna nella mia mente: come chiedere sacrifici se questi vogliono dire  licenziamenti o non avere mai un lavoro che dia prospettive per costruire un futuro con tutte le conseguenze che ne derivano. Come è possibile non prevedere da subito gli ammortizzatori sociali? Come pensano che la gente possa in queste condizioni vivere?

"Chi è già escluso o chi si trova sulla soglia dell'esclusione viene sospinto dentro limiti invisibili ma solidissimi, che limitano i nuovi territori dell'emarginazione, mentre la libertà individuale di chi è già libero non guadagna molto in termini di risorse da questa eliminazione. L'unico esito assicurato è la percezione di una sensazione sempre più generale di insicurezza".
Zygmunt Bauman
Ma siamo anche noi cittadini che dobbiamo imparare a pensare in modo più solidale e democratico uscendo dai nostri particolarismi e pensando non solo ai nostri interessi, ma a chi sta peggio di noi, che dobbiamo credere che in un mondo in cui tutti vivono meglio, vivremmo anche noi meglio.

5 commenti:

  1. "di chi pur avendo lavorato o studiato tanto non ha avuto nulla in cambio. Ed è un vero peccato perchè hanno perso delle occasioni per imparare dalle testimonianze di persone vere, guardando al di là dei numeri i volti delle persone"

    e concludi con " pensando non solo ai nostri interessi, ma a chi sta peggio di noi, che dobbiamo credere che in un mondo in cui tutti vivono meglio, vivremmo anche noi meglio."

    Vorrei che questo tuo post facesse il giro del mondo...

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  2. Da subito dare un sostegno a chi non trova lavoro e non ha mezzi di sussistenza... da subito dare una paga a chi si rende disponibile al lavoro ... da subito (questo è il lavoro che deve mettere in atto il governo) da subito.
    ciao

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  3. Il problema della solidarietà sociale come la chiami è molto serio e non va liquidato con una battuta. Accenno solo che spesso quando si è a livelli di povertà così tremendi non viene fuori la solidarietà. La solidarietà è una cosa per ricchi o almeno per chi non ha problemi di mettere insieme pranzo e cena.
    Per questo preferisco parlare di giustizia sociale che parte dal principio delle pari opportunità per tutti.
    Lasciami dire una battuta su questa Ministra Fornero: ma dio mio dove vivono questi professori ? Hanno idea di che danni provocano con le loro idee sociali ?

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  4. l'immagine giusta è quella del guado: come nei documentari dove zebre e gnu devono passare il fiume. Molti passano, qualcuno annega o finisce in pasto ai coccodrilli - ma guai a dirlo, i coccodrilli si offendono.

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  5. E' già facile licenziare. Pensiamo alle donne in maternità, pensiamo a tutte le storie inventate per la crisi. Licenziare non è un tabù e l'articolo 18 non tutela nessuno. I modi per mandare a casa la gente ci sono. Ultimo, ma non ultimo, il mobbing.

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