15/04/12

La pittura di Edward Hopper

«Parlare con lui», disse una volta sua moglie Josephine Nivison, «è come lanciare una pietra nel ronda di un pozzo. La senti andare a fondo». E il suo  amico John Dos Passos: «Stava seduto nel suo studio per ore bevendo tè. Ogni tanto sentivo che era sul punto di dirmi qualcosa ma poi non lo faceva».
Si parla di Edward Hopper, nato il 22 luglio del 1882 a Nyack, piccola cittadina sul fiume Hudson, da una colta famiglia borghese americana, una delle personalità più interessanti dell’arte americana e padre del Realismo americano del Novecento.
Egli non ama l’astrattismo che definisce “un freddo esercizio intellettuale” che in Europa è molto in auge e dichiara di dipingere “non quello che vedo, ma quello che provo”

Un'artista quanto mai attuale per come rappresenta una realtà che sembra un po' quella di oggi.


Charles Burchfield, nello scritto "Hopper. Il percorso di una poesia silenziosa" pubblicato su "Art News" del 1950 ha scritto: “C'è, ad esempio, l'elemento del silenzio, che sembra pervadere tutti i suoi lavori più importanti, qualunque sia la loro tecnica. Questo silenzio o, come è stato detto efficacemente, questa "dimensione di ascolto", è evidente nei quadri in cui compare l'uomo, ma anche in quelli in cui ci sono solo architetture. [...] Conosciamo tutti le rovine di Pompei, dove furono ritrovate persone sorprese dalla tragedia, "fissate per sempre" in un'azione (un uomo fa il pane, due amanti si abbracciano, una donna allatta il bambino), raggiunte improvvisamente dalla morte in quella posizione. Analogamente, Hopper ha saputo cogliere un momento particolare, quasi il preciso secondo in cui il tempo si ferma, dando all'attimo un significato eterno, universale".


Hopper sembra porre i suoi personaggi al centro di una vicenda senza esito, in una realtà cristallizzata, nel contesto irreale di un non-luogo regno dell'incomunicabilità. Il mondo di Hopper si caratterizza attraverso l'assenza, attraverso atmosfere vuote e silenziose, ambienti deserti e rarefatti, paesaggi malinconici e solitari, trasmettendo così un’acuta sensazione di solitudine esistenziale, di invalicabile incomunicabilità. Anche lo spazio pubblico assume spesso in Hopper le caratteristiche di uno spazio in cui non è possibile neanche l’eventualità di uno scambio.


Figure immerse in un vuoto impermeabile che è assenza di tempo, ma anche solitudine come condizione umana universale.

Ha una solitudine lo spazio
Solitudine il mare
Solitudine la morte
Ma queste saranno compagnie
In confronto a quel punto più profondo
Segretezza polare,
Un'anima davanti a se stessa:
Infinità finita.
Emily Dickinson

3 commenti:

  1. Sono terribilmente verosimili questi dipinti.

    Un abbraccio

    RispondiElimina
  2. era sul punto di dirmi qualcosa ma poi non lo faceva... si questa è l'impressione delle sue opere e naturalmente Emily poi spiattella lì quel verso magnifico-tremendo dell'anima davanti a se stessa...
    è una solitudine in attesa non di quello che può venire da fuori, ma di quello che può sentire dentro...

    RispondiElimina
  3. grazie Giulia! perché non riesco a passare dal tuo blog tanto quanto vorrei? :) un saluto

    RispondiElimina