19/04/12

La strada di Cormac McCarthy


Sono pagine dure, intense. Speri che ciò che leggi non avverrà mai, eppure sai che potrebbe un giorno accadere. Non ho mai amato i libri che vogliono raccontare l’apocalisse, ma questo libro ha qualcosa che ti prende, ti fa entrare dentro la storia e, anche se vorresti forse uscirne, ne rimani avvinto per capire fino in fondo, per vedere come andrà a finire. E’ una fine non c’è, come ogni grande libro lascia il discorso in sospeso, qualcosa finisce, ma qualcos’altro continua.



Nel nuovo romanzo di Cormac McCarthy, La strada, un non meglio specificato disastro planetario ha posto fine alla vita sulla terra: un uomo ed un bambino che non hanno nome, attraversano un paesaggio desolato, un’immensa distesa di ceneri in cerca di cibo. Su dirigono a Sud verso il mare, fuggendo, fuggendo e basta.


Un padre e un figlio, dunque, senza nulla’altro che il legame loro indissolubile e tenero. Un legame che fa da contrasto a tutta quella distruzione che incontrano passo dopo passo, momento dopo momento. Non esiste più nient'altro: non esiste più la storia, il tempo, non esistono più le città, le case, le famiglie, non c’è più neanche il cielo verso sempre guardiamo in cerca di speranza, è perennemente oscurato, plumbeo "come l'inizio di un freddo glaucoma che offusca il mondo". Esiste solo la strada lungo cui spingono un carrello con quel poco che ancora hanno: qualche coperta, poco cibo in scatola. E quando finalmente arrivano al mare, ciò che gli si apre di fronte è un oceano vasto e freddo che ha "la desolazione di un qualche mare alieno che bagna le coste di un pianeta sconosciuto. Più a largo, sulle secche create dalla marea, una nave cisterna arenata".
E’ un racconto disperato intervallato dai ricordi e dai sogni dell'uomo (soprattutto sulla moglie – la madre del bimbo – che ha deciso di uccidersi piuttosto che sopportare ulteriormente tale inferno e l’ha lasciato solo).
E poi ancora villaggi devastati, case miracolosamente scampate ai saccheggi: ma sempre all'interno di un paesaggio infernale, in cui l'unico colore è quello delle fiamme degli incendi che ancora bruciano alberi morti.
Una natura, come sempre nei romanzi di McCarthy, che rivela il suo volto terribile disumano, impietoso, indifferente.



Ma in tutta questa devastazione spicca lo struggente rapporto tra padre e figlio, l'amore insuperabile che li lega. Le poche e asciutte parole che si scambiano sono ricche di un affetto intimo, speciale, familiare.
Quando si svegliava in mezzo ai boschi nel buio e nel freddo della notte allungava la mano per toccare il bambino che gli dormiva accanto. Notti più buie del buio e giorni uno più grigio di quello appena passato. Come l’inizio di un freddo glaucoma che offuscava il mondo. La sua mano si alzava e si abbassava a ogni prezioso respiro
Il loro rapporto, le rassicurazioni che cercano l'uno nell'altro, la sicurezza che l’uno c’è per l’altro.
Le storie che il padre racconta al figlio di fronte a una notte senza fine o la fiducia che il bimbo riserva al genitore sono pagine di grande emozione.

Poi aprì gli occhi. Ciao papa, disse.Sono qui. Lo so.
È questa inaspettata tenerezza, disperata e malinconica, il regalo più bello che McCarthy riserva ai suoi lettori.
Mi sono chiesta perché ho continuato a leggere il libro anche se man mano che si procedeva l’angoscia aumentava: era il grido sussurrato appena da quel bambino che chiedeva la presenza dell’adulto, che chiedeva che non si facesse del male mai più, che si commuoveva di fronte ad ogni essere in difficoltà, che aveva paura e piangeva, ma sapeva anche dar prova di grande coraggio, che pensava fosse giusto ancora aiutare e non uccidere. Ed era quel padre che resisteva per quel bambino anche se per se stesso avrebbe invocato la morte… Questo è il più bel messaggio che un libro possa dare. In questo libro c'è nonostante tutto il senso della vita .
Il bambino è terrorizzato. Ma non smette di pensare al bene, al giusto, al vero. La bellezza sopravvive nella sua mente anche se è nato quando la catastrofe era già accaduta, anche se non ha mai visto un altro bambino e non ha mai conosciuto la vita di cui noi ancora godiamo. Conosce la compassione per i vivi e per i morti, si pone il problema della moralità di ogni atto, sa e intende amare, pure in un mondo desolato e senza futuro. Convince il padre a donare parte del poco che hanno. È buono, chiede semplicemente di poter essere buono.
«Siamo ancora noi i buoni. E lo saremo sempre»«Se non è lui il verbo di Dio, allora Dio non ha mai parlato», pensa il padre, ed il bambino osserva sfarinarsi un fiocco di neve come «l’ultimo esercito della cristianità».
« Noi portiamo il fuoco» simbolo forse della speranza che non si deve spegnere nonostante tutto…
Illustrazioni tratte dal film

3 commenti:

  1. Neppure io amo i libri e i film catastrofici, mi fanno impressione.
    Grazie per la segnalazione.

    Buon venerdì cara!

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  2. Credo che certi libri riescano a parlare alla nostra propria angoscia ed è questo che li rende "grandi". Anche se vorremmo chiudere e non sentirne più parlare, rimaniamo a leggere perché ne abbiamo bisogno, come se quelle frasi fossero aria e acqua. Dev'essere un gran bel romanzo. Potente. Di quelli capaci di entrare nei sogni e parlarti attraverso immagini oniriche di argomenti o ricordi che ti riguardano da vicino.

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  3. E' anche uno scrittore di grandi angosce.

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