26/04/12

L'inventore dei sogni di Ian McEwan

Ero alla stazione e aspettavo che una mia amica scendesse dal treno che proveniva da Roma. Ho sentito qualcuno chiamarmi. Professoressa… Era Luca, un ragazzone alto e bello che era stato mio allievo anni fa. E' corso da me e mi ha abbracciato forte. Poi ci siamo raccontati il pezzo di vita che non avevamo “frequentato” insieme.
Lo ricordo Luca, sempre a guardare il cielo. Lo chiamavo e lui sembrava risvegliarsi da un sogno. Non sembrava solo, si risvegliava proprio da un sogno… Ed io avevo l’ingrato compito di riportarlo alla realtà quando sarei volata anch’io con la mia mente in quel pezzo di cielo che si intravedeva in mezzo a tutte le case.
Lo chiamavamo tutti Peter come il protagonista del romanzo di Ian McEwan scritto nel 1994, L’inventore di sogni. Peter, un bambino un po’ spaesato che si astrae dalla realtà e vive nella sua mente strane avventure. I suoi sogni non sono una vera e propria evasione ma un modo per affrontare in maniera più consapevole, la realtà stessa. Essi hanno a che fare con il "crescere", una delle tematiche affrontate spesso dall'autore. Gli oggetti, come ha scritto un critico, possono rivelarsi agli occhi di un bambino "carichi di un simbolismo e di un potere che l'età adulta non sa più riconoscere". I sogni di Peter sono popolati anche di paure: la paura del male, dei mostri, del dolore e della morte. Tutto però è espresso in maniera lieve, senza drammaticità. Crescere significa anche conoscere le proprie paure e imparare a convivere con esse.
Proprio attraverso l’immaginazione, il gioco, l’immedesimazione i bambini imparano ad affrontare la realtà con le sue difficoltà. Proprio come faceva Luca che col sogno e sopratutto con l'immaginazione imparava ad affrontare una realtà che spesso gli era ostile, perchè non sapeva capirlo.
Nel libro di McEwan ci addentriamo nel mondo di Peter imbattendoci nelle bambole della sorellina minore che dichiarano guerra per la conquista di maggior spazio all’interno della casa; nel gatto William, componente a tutti gli effetti della famiglia; nel cassetto raccogli roba della cucina che custodisce la prodigiosa Pomata Svanilina con la quale far sparire in un sol colpo la famiglia; nel prepotente Barry Tamerlane messo a KO dalle parole di Peter in grado di rivelarsi più pesanti di un pugno in pieno viso; in Mrs Goodgame improvvisatasi ladra per divertimento; nella bacchetta magica che porta Peter dentro il corpo del neonato Kenneth permettendogli di vivere il suo universo; ed in ultimo in Gwendolin, che diventa il motore capace di dare a Peter la spinta per una veloce quanto romantica incursione nel mondo degli adulti….
Spesso Luca mi raccontava i suoi pensieri che diventavano storie bellissime piene di fascino.
Di Peter Fortune i grandi dicevano che era “un bambino difficile. Lui però non capiva in che senso. Non si sentiva per niente difficile. Non scaraventava le bottiglie del latte contro il muro del giardino, non si rovesciava in testa il ketchup facendo finta che fosse sangue, e neppure se la prendeva con le caviglie di sua nonna quando giocava con la spada, anche se ogni tanto aveva pensato di farlo. Mangiava di tutto, tranne, s'intende il pesce, le uova, il formaggio e tutte le verdure eccetto le patate. Non era piú rumoroso, piú sporco o piú stupido degli altri bambini. Aveva un nome facile da dire e da scrivere e una faccia pallida e lentigginosa, facile da ricordare (…)
Fu solo quando era ormai già grande da un pezzo che Peter finalmente capí. La gente lo considerava difficile perché se ne stava sempre zitto. E a quanto pare questo dava fastidio. L'altro problema era che gli piaceva starsene da solo. Non sempre naturalmente. Nemmeno tutti i giorni. Ma per lo piú gli piaceva prendersi un'ora per stare tranquillo in qualche posto, che so, nella sua stanza, oppure al parco. Gli piaceva stare da solo, e pensare i suoi pensieri.
Anche di Luca dicevano che non era "molto giusto", che non sapeva stare attento, che non avrebbe mai concluso nulla nella vita … Io lo guardavo e sapevo che prima o dopo avrebbe saputo dimostrare quanto valeva… ma “Il guaio è che i grandi si illudono di sapere che cosa succede dentro la testa di un bambino di dieci anni”. Nel caso di Luca gli anni erano undici.
Ora Luca era davanti a me… Il suo sorriso caldo e ancora ingenuo. I capelli lunghi e biondi. I suoi occhi dolci mi guardavano con affetto. “E allora ce l’hai fatta ad uscire con successo dalla scuola”, “Sì, ce l’ho fatta” mi risponde, “ma non ho mai rinunciato a sognare…” mi dice con allegria. “E non farlo mai, non lasciare che nessuno te lo impedisca…” Mi dà un bacio e se ne va con quella sua aria un po' svagata e la sua camminata dinoccolata, poi si volta e mi grida “Ci vediamo prof…”.
Poi al cellulare compare un messaggino: "mi faccia uno squillo, così so come chiamarla"... nuove tecnologie. Obbedisco... .

3 commenti:

  1. Da piccoli abbiamo ancora tanti sogni da fare, ci penserà l'età adulta poi a farceli passare in secondo piano.

    Un abbraccio e buon venerdì!

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  2. Ho avuto la fortuna di trovare nella mia vita alcuni "vecchi" sognatori . I giovani fabbè ce l'hanno in "dotazione" un po' di sogno , ma poi bisogna vedere se "reggono"...
    ciao

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  3. Tutti un po' ci siamo lasciati andare con la fantasia da bambini, talora lo facciamo ancora da adulti, ma sognatori come quel giovanotto sono veri sensibili artisti.

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