"Nei miei film la morte e' spesso presente. - dice Kiarostami - Mi
e' rimasta negli occhi dopo il terremoto del ' 90. I sopravvissuti stendevano
teli sui cadaveri, quasi a coprire la morte, a cancellarla. Ma la vita,
prepotente, spunta ovunque e, come dice un' altra poesia, di Omar Khayyam, va
colta e gustata come una coppa di vino".
Morte e vita sono il filo conduttore del film e si mescolano: si pensa a ciò
che è stato distrutto, a chi è si è perso, ma nello stesso tempo si guarda la
vita che continuamente rinasce.
"La verità è che questo
disastro ci ha colpito come un lupo affamato che attacca un gregge di pecore,
alcune le lacera con gli artigli, altre le risparmia", è un vecchio tra le tante persone che incontra nel viaggio, a parlare ed in lui trapela la disperazione, ma nello stesso tempo la rassegnazione ad un destino a cui non si può sfuggire.
Il regista (impersonato
dall'attore Farhad Kheradmand) decide di recarsi, assieme al figlio Puya, a
cercare i due bambini che hanno girato con lui il film "Dov'è la casa del mio
amico". Il suo sarà un lungo viaggio nelle terre dove il sisma ha
maggiormente colpito.
"E la vita continua" può essere considerato
un road movie: lo spettatore assiste: il finestrino dell’auto non è altro che
lo schermo cinematografico attraverso il quale scorre il mondo. Attraverso la
Renault, metafora dello strumento cinematografico, il regista indaga la realtà,
ma allo stesso tempo ne mantiene le distanze.
Il regista viaggia
attraverso macerie, cumuli di detriti, tendopoli dove chi non è morto cerca il
modo per soppravvivere a tanto disastro. Le immagini scorrono una dopo l'altra
e ci testimoniano la desolazione, ma nello stesso tempo anche la voglia di ricominciare,
nonostante tutto, a vivere.
Il viaggio si dipana fra
colline spoglie, alture rocciose, strade polverose, piantagioni di ulivi,
greggi di pecore.
"La natura ha un ruolo determinante nella mia vita, - dice il regista - nel mio occhio, nel mio cinema. Per questo mi piace la fotografia, per questo
le mie fotografie ritraggono solo scenari, squarci di paesaggi, cieli,
viottoli, ruderi. I rapporti metropolitani mi sembrano sempre più faticosi." La natura sembra non essere toccata dagli eventi, segue il suo corso
indifferente a quello che capita agli uomini.
Il viaggio prosegue, ma si
rivela ben più difficile del previsto: l'unica strada è impraticabile e
l'automobile con i due protagonisti a bordo è costretta a innumerevoli
deviazioni fra colline e macerie.
La tortuosità del tragitto è a suo modo iniziatica, prova dopo prova, deviazione dopo deviazione, ripetizione dopo ripetizione, blocco dopo blocco: così è anche la vita che non scorre quasi mai lungo una linea retta.
"Quale strada prendiamo, papà" chiede, Puya, il figlio del regista. "Non lo so, ma una la troveremo". Il bambino non ha bisogno di risposte certe, ma deve aver fiducia in chi lo sta guidando.
La tortuosità del tragitto è a suo modo iniziatica, prova dopo prova, deviazione dopo deviazione, ripetizione dopo ripetizione, blocco dopo blocco: così è anche la vita che non scorre quasi mai lungo una linea retta.
"Quale strada prendiamo, papà" chiede, Puya, il figlio del regista. "Non lo so, ma una la troveremo". Il bambino non ha bisogno di risposte certe, ma deve aver fiducia in chi lo sta guidando.
Le strade, nella poesia
classica iraniana, hanno a che vedere con l'andare, il migrare, il distacco,
sono il simbolo della vita stessa, con il suo trascorrere tra gioia e dolore,
tra serenità e smarrimento: le strade attraversano montagne impervie e dolci
colline.
"Il mio cinema è pieno di strade. Hanno un significato profondo nella poesia iraniana perché alludono alla nascita e alla morte. Nella nostra vita, quando affrontiamo i momenti difficili, è come se superassimo delle colline, delle strade irte e difficili". Ogni strada, sostiene Kiarostami, “è colma di storie e di esseri umani che le hanno attraversate”.
"Il mio cinema è pieno di strade. Hanno un significato profondo nella poesia iraniana perché alludono alla nascita e alla morte. Nella nostra vita, quando affrontiamo i momenti difficili, è come se superassimo delle colline, delle strade irte e difficili". Ogni strada, sostiene Kiarostami, “è colma di storie e di esseri umani che le hanno attraversate”.
Incontrano gente che
cammina alla ricerca di un luogo dove fermarsi perché le loro case, i loro
villaggi sono rimasti distrutti. Ognuno di loro ha perso qualcosa e qualcuno, e con ognuno di loro il regista si ferma a parlare."Ho perso 16
persone, - gli racconta una donna - sono rimaste intrappolate sotto le macerie. Mi
rimane solo una casa distrutta". Il dolore entra prepotente dentro la
macchina e ci lascia senza parole: solo il silenzio può accogliere una
sofferenza a cui non c'è risposta né rimedio. Ma la donna non chiede
consolazione, solo ascolto.
E i bambini che sta cercando saranno ancora vivi i
bambini? o il terremoto se li è portati via?
Poi quasi a cercare pace e consolazione i suoi occhi cadono sulla finestra di una casa diroccata che si apre su un prato verde illuminato dal sole. Il regista sale su quel resto di casa a contemplare quella natura che sola può donare un po' di serenità necessaria per ritrovare il senso della vita.
Poi quasi a cercare pace e consolazione i suoi occhi cadono sulla finestra di una casa diroccata che si apre su un prato verde illuminato dal sole. Il regista sale su quel resto di casa a contemplare quella natura che sola può donare un po' di serenità necessaria per ritrovare il senso della vita.
Guarda poi un manifesto
appeso alla parete. E’ un’ immagine emblematica del contadino felice molto
diffusa in tutte le case iraniane. Con la sua tazza di tè, un pezzo di pane, un
po’ di carne, la sua pipa o più precisamente la sua chopoq.
Nell’immaginario della gente è l’immagine ideale del contadino nel momento più
felice della sua vita. Anche se nel terremoto ha perso tutto, il regista dice: “il suo stato
d’animo è rimasto lo stesso. E’ per questo che in Iran questa immagine è stata
il manifesto del film sulla quale avevo aggiunto: ‘la terra ha tremato, ma noi
non abbiamo tremato'.
"Io non penso mai che sto rappresentando la mia cultura o il mio paese. Ma sarebbe strano che il risultato non sia questo. Ogni artista ha il dovere di rappresentare la sua realtà e il suo tempo, ma senza proporselo come fine. I sentimenti umani vanno oltre i decenni e non appartengono a una sola terra. I problemi immediati non hanno molta importanza; materia per l' artista è l' uomo con i suoi problemi profondi, non quelli della superficie del vivere". "Raccontando i piccoli episodi e i piccoli dolori della vita quotidiana, io parlo dei problemi più profondi dell' uomo".

1 commento:
Molto attenta la tua scheda critica.
Deve essere un film che descrive il dolore, la natura e le strade.
"La calles de Buenos Aires ya sonmi entrana" dice Borges in una bella poesia.
:-)
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