28/05/12

E la vita continua di Abbas Kiarostami


E' il terremoto che suggerisce l'idea ad Abbas Kiarostami di girare il film "E la vita continua". Un terremoto nel 1990 ha devastato e ha fatto decina di migliaia di vittime nella regione del Gilan in Iran, proprio dove era stato girato "Dov'è la casa del mio amico?".
"Nei miei film la morte e' spesso presente. - dice Kiarostami - Mi e' rimasta negli occhi dopo il terremoto del ' 90. I sopravvissuti stendevano teli sui cadaveri, quasi a coprire la morte, a cancellarla. Ma la vita, prepotente, spunta ovunque e, come dice un' altra poesia, di Omar Khayyam, va colta e gustata come una coppa di vino".
Morte e vita sono il filo conduttore del film e si mescolano: si pensa a ciò che è stato distrutto, a chi è si è perso, ma nello stesso tempo si guarda la vita che continuamente rinasce.
"La verità è che questo disastro ci ha colpito come un lupo affamato che attacca un gregge di pecore, alcune le lacera con gli artigli, altre le risparmia", è un vecchio tra le tante persone che incontra nel viaggio, a parlare ed in lui trapela la disperazione, ma nello stesso tempo la rassegnazione ad un destino a cui non si può sfuggire.
Il regista (impersonato dall'attore Farhad Kheradmand) decide di recarsi, assieme al figlio Puya, a cercare i due bambini che hanno girato con lui il  film "Dov'è la casa del mio amico". Il suo sarà un lungo viaggio nelle terre dove il sisma ha maggiormente colpito.

Le strade, nella poesia classica iraniana, hanno a che vedere con l'andare, il migrare, il distacco, sono il simbolo della vita stessa, con il suo trascorrere tra gioia e dolore, tra serenità e smarrimento: le strade attraversano montagne impervie e dolci colline.
"Il mio cinema è pieno di strade. Hanno un significato profondo nella poesia iraniana perché alludono alla nascita e alla morte. Nella nostra vita, quando affrontiamo i momenti difficili, è come se superassimo delle colline, delle strade irte e difficili". Ogni strada, sostiene Kiarostami, “è colma di storie e di esseri umani che le hanno attraversate”.
Incontrano gente che cammina alla ricerca di un luogo dove fermarsi perché le loro case, i loro villaggi sono rimasti distrutti. Ognuno di loro ha perso qualcosa e qualcuno, e con ognuno di loro il regista si ferma a parlare."Ho perso 16 persone, - gli racconta una donna - sono rimaste intrappolate sotto le macerie. Mi rimane solo una casa distrutta". Il dolore entra prepotente dentro la macchina e ci lascia senza parole: solo il silenzio può accogliere una sofferenza a cui non c'è risposta né rimedio. Ma la donna non chiede consolazione, solo ascolto.


E i bambini che sta cercando saranno ancora vivi i bambini? o il terremoto se li è portati via?
Poi quasi a cercare pace e consolazione i suoi occhi cadono sulla finestra di una casa diroccata che si apre su un prato verde illuminato dal sole. Il regista sale su quel resto di casa a contemplare quella natura che sola può donare un po' di serenità necessaria per ritrovare il senso della vita.


Guarda poi un manifesto appeso alla parete. E’ un’ immagine emblematica del contadino felice molto diffusa in tutte le case iraniane. Con la sua tazza di tè, un pezzo di pane, un po’ di carne, la sua pipa o più precisamente la sua chopoq. Nell’immaginario della gente è l’immagine ideale del contadino nel momento più felice della sua vita. Anche se nel terremoto ha perso tutto, il regista dice: “il suo stato d’animo è rimasto lo stesso. E’ per questo che in Iran questa immagine è stata il manifesto del film sulla quale avevo aggiunto: ‘la terra ha tremato, ma noi non abbiamo tremato'.
"Io non penso mai che sto rappresentando la mia cultura o il mio paese. Ma sarebbe strano che il risultato non sia questo. Ogni artista ha il dovere di rappresentare la sua realtà e il suo tempo, ma senza proporselo come fine. I sentimenti umani vanno oltre i decenni e non appartengono a una sola terra. I problemi immediati non hanno molta importanza; materia per l' artista è l' uomo con i suoi problemi profondi, non quelli della superficie del vivere". "Raccontando i piccoli episodi e i piccoli dolori della vita quotidiana, io parlo dei problemi più profondi dell' uomo".

1 commento:

  1. Molto attenta la tua scheda critica.
    Deve essere un film che descrive il dolore, la natura e le strade.
    "La calles de Buenos Aires ya sonmi entrana" dice Borges in una bella poesia.
    :-)

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