31/05/12

La signora Dalloway di Virginia Woolf

La storia si svolge nell’arco di una sola giornata, una giornata del giugno 1923 qualche anno dopo la fine della Grande Guerra. Ha per protagonista Clarissa Dalloway, una donna di cinquant’anni dell’alta borghesia londinese. Clarissa deve dare una festa nella sua casa ed è impegnata nei preparativi e alle 10 del mattino si dirige a Bond Street per comprare dei fiori. Lunga sarebbe la lista degli incontri, degli accadimenti più o meno importanti di quella giornata tutti scanditi dai rintocchi del Big Ben.
Il romanzo è dominato da un lungo monologo interiore che dimostra quanto il pensiero non trovi mai sosta. La mente, qualunque cosa si faccia, tutto osserva, tutto registra, tutto assimila. Una sola giornata è più che sufficiente a mostrarne l’ampia e complessa trama della vita. Pensieri che guardano ciò che attraversa lo sguardo e rimbalzano nel passato come se una sottile trama li legassero inesorabilmente al presente. “Potevano rimanere lontani per secoli, lei e Peter; lei non scriveva mai, e le lettere di lui erano alquanto secche; ma d’un tratto le veniva in mente, se ora fosse qui con me, che cosa direbbe?”
Un pensiero, quindi, che non conosce i confini del tempo, che nasce nello spazio in cui vive, ma lo trascende nello stesso tempo: “Affondava con la lama di un coltello entro ogni cosa; e nel contempo rimaneva al di fuori a guardare”.
I pensieri, i ricordi si intrecciano con le domande, con la nostalgia di ciò che è sfuggito e mai più potrà tornare in un continuo flusso tutt’altro che lineare di parole che aprono ad altre parole. E i ricordi del passato prendono vita nel presente mescolandosi e condizionandolo.
E’così per Clarissa, ma per tutti ed in particolare nel libro per un altro personaggi,o Septimus Warren Smith che sta passeggiando per la città in compagnia della moglie Rezia. La donna è preoccupata per l’instabilità mentale del marito, un reduce di guerra che dopo aver assistito alla morte di un amico non si è più ripreso. Sente voci, crede di vedere l'amico perduto tra la gente e, mentre Clarissa si muove tra le ore della giornata scandite dai frenetici preparativi per la festa, Septimus arriverà alla sera vagando per le strade e quel giorno troverà la morte.
Da una parte Clarissa, dall’altra Septimus, due vite separate e parallele che sembrano però dialogare a distanza: due modi diversi di ritrovare se stessi, di affrontare i fantasmi, di immaginare la vita. Due giornate uniche che hanno epiloghi molto differenti e che si incontreranno grazie ad un racconto che il medico di Septimus farà alla festa di Clarissa.
Clarissa, una donna preoccupata dall’immagine di sé: “Quanto lo desiderava – che le persone apparissero lieta di vederla…”.
La sua vita era stata un continuo adeguamento a quella società che offriva ed imponeva modelli a cui conformarsi sacrificando molto di se stessi. E infatti Clarissa era e avrebbe potuto essere molto altro, ma nello sposare Richard aveva scelto la tranquillità, aveva scelto di diventare quella figura di donna che rientrava nelle definizioni e nei ranghi di quel tempo. Emblematica la figura di Sir William Bradshaw, una celebrità medica che reputa la follia la perdita “del senso della misura”. E’ questo senso della misura, della proporziona che inscrive tutta la sua vita professionale e mondana perdendo però ogni attenzione di tipo “umano” per l’altro e soprattutto per chi pretende di “curare”. E sarà proprio lui e le sue decisioni a determinare il suicidio di Septimus (…rendono intollerabile – pensa Clarissa - la vita, uomini come quello…).
Septimus rappresenta proprio l’uomo che la Storia ha segnato in modo devastante e che dalla storia stessa che ha determinato i suoi deliri, la sua malattia sarà abbandonato. Un uomo solo, come sola sarà la moglie che ne condivide il destino: “Non poteva stargli seduta accanto quando lui guardava così fissamente senza vederla e tutto appariva terribile; cielo e alberi, bambini che giocavano e trascinavano carrettini e soffiavano nelle trombette e cadevano: tutto diventava terribile.(…) Non poteva più parlare con nessuno, neppure con Septimus, ormai, e voltandosi lo vide con il suo soprabito logoro, sulla panchina, rannicchiato, lo sguardo fisso…”
E Clarissa, quando saprà della sua morte, ne rimarrà scossa. Si allontanerà dalla festa andrà a contemplare il cielo: 
C’era, per quanto assurdo potesse sembrare, qualcosa di lei in quel cielo, quel cielo di campagna, sopra Westminster. Scostò le tende; guardò. Oh, che sorpresa! – nella stanza dirimpetto la vecchia signora guardava proprio lei. Stava per coricarsi.(…) Era affascinante osservarla, vederla muoversi qua e là, quella vecchia signora, attraversare la stanza avvicinarsi alla finestra. Che la vedesse? Era affascinante con la gente che continuava a vivere e a parlar forte nel salotto, osservare quella vecchia signora che nel più assoluto silenzio si coricava sola. Ora chiudeva le persiane. L’orologio incominciò a battere le ore. Quel giovane si era ucciso; ma Clarissa non lo commiserava; mentre l’orologio batteva le ore, una,due, tre, lei non lo commiserava, mentre la vita andava avanti”. 
Di questo libro si è realizzato un film diretto da Marleen Gorris con Vanessa Redgrave.

3 commenti:

  1. Non ho mai avuto l'occasione per leggere il libro. Vediamo quest'estate.

    Un abbraccione

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  2. segnalo anche The hours, tratto dall'omonimo romanzo di Michael Cunningham.
    Come poteva non finire la signora Dalloway sul tuo blog?
    un bacio cara Giulia

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  3. si... un libro da leggere e rileggere. Un caro saluto

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