16/05/12


Leggere Lolita a Teheran è il racconto di come una donna (l'autrice) riesce a sopravvivere alla rivoluzione islamica iraniana leggendo libri di letteratura, "arte della complicazione umana". Solo che non sono ammesse sottigliezze né "complicazione umana" nel mondo in cui vivono lei e le sue studentesse.
Azar Nafisi citando il Nabokov di Invito a una decapitazione dice quanto sia insopportabile "non il vero dolore fisico o la tortura che si infligge in un regime totalitario, bensì l'incubo di una vita trascorsa in un'atmosfera di continuo terrore”.
Insieme a lei otto ragazze leggono, quindi, Nabokov, Henry James, Jane Austen e discutono con passione di Lolita e di Daisy: "Il seminario diventò il nostro rifugio, il nostro universo autonomo, una sorta di sberleffo alla realtà di volti impauriti e nascosti nei veli della città sotto di noi".
Ogni giovedì mattina, le sette ragazze, vestite di nero e coperte dal velo, salivano velocemente le scale, suonavano il campanello, varcavano la porta, si toglievano le vesti e i veli. Scompariva così almeno per una mattina il mondo reale e al nero si sostituiva il meraviglioso regno dei colori . Ecco le vesti colorate uscire allo scoperto, poi le ragazze liberavano i loro capelli castano scuri.
Entravano in un altro spazio e in un altro tempo. Uno spazio magico che ricorda tanto la stanza "tutta per sé" di cui parlava Virginia Woolf. Era un mondo esclusivamente femminile, "fatto di tenerezza, luce e bellezza", del quale Azar Nafisi apriva la soglia con il gesto della Regina delle Fate".
"Quel piccolo mondo, quel soggiorno con la finestra che incorniciava i miei amati monti Elburz, diventò il nostro rifugio, il nostro universo autonomo, una sorta di sberleffo alla realtà di volti impauriti e nascosti nei veli della città sotto di noi”.

Rinasceva la tradizione femminile dell'Islam: le Mille e una notte, le Sette Principesse di Nezami, dove, come qui, sette ragazze vivono in mondi diversamente colorati. Se Shahrazad aveva raccontato romanzi e storie, anche le sette ragazze parlavano di romanzi e di storie, salvando allo stesso modo la propria vita dalla morte.
Perché leggere poi Lolita? Nella storia della ragazza tenuta "di fatto prigioniera" dall'uomo che ne fa la sua amante, Nafisi e le sue studentesse vedono "una denuncia dell'essenza stessa di ogni totalitarismo". Ne discutono a lungo, fanno paralleli: a Lolita, dicono, "è stata sottratta non solo la vita ma anche la possibilità di raccontarla".
Il soggiorno dell’autrice si trasforma nell’angolo della libertà. “Nabokov lo aveva descritto, quello che ci sarebbe successo: avremmo scoperto come il banale ciottolo della vita quotidiana, se guardato attraverso l’occhio magico della letteratura, possa trasformarsi in pietra preziosa”.
"Un romanzo", la Nefisi dice alle sue allieve, "è l'esperienza sensoriale di un altro mondo. Se non entrate in quel mondo, se non trattenete il respiro insieme ai personaggi, se non vi lasciate coinvolgere nel loro destino, non arriverete mai a identificarvi con loro, non arriverete mai al cuore del libro. È così che si legge un romanzo: come fosse qualcosa da inalare, da tenere nei polmoni. Dunque, cominciate a respirare".
La letteratura dunque come strumento per imparare a relativizzare, a difendersi dalla tentazione di vedere il mondo solo in bianco e nero, senza sfumature, e dunque come difesa dall'intolleranza e dal fanatismo, la letteratura come possibilità di tenere le finestre della propria casa sempre aperte.
E nel libro apprendiamo degli assassinii di massa, delle uccisioni nelle carceri, degli stupri, dei ragazzi mandati a morire a piedi nudi sul fronte iracheno. Nella Repubblica islamica dell'Iran, come nelle altre dittature, tutti sono, per principio, colpevoli. Tutto è proibito, soprattutto ciò che regala gioia e piacere, anche le piccole cose, i piccoli gesti della quotidianità: andare a una festa, mangiare un gelato, stringere una mano, innamorarsi, truccarsi, ridere in pubblico. Tutto può diventare a loro discrezione disdicevole ed impuro.
L’occhio della dittatura entra nelle case, spia i suoi abitanti, si introduce nelle camere da letto, fino a cambiare completamente il cuore della gente.
E a pagare erano soprattutto le donne, alle quali viene proibito di essere persone libere. Le donne si sentono ovunque e sempre sotto controllo. Le ragazze sono punite se ridono in pubblico, se salgono correndo le scale, se parlano a un ragazzo, se mettono il rossetto, se camminano con la testa troppo eretta…
In autobus sono riservate loro le ultime file. Il chador un tempo era stato un segno di discrezione e di grazia, ora diventa il simbolo della costrizione. Devono scomparire sotto i veli e le vesti nere fino alle caviglie. E nelle strade imperversano squadre di miliziani armati, chiamate il Sangue di Dio, per controllare qualsiasi cosa ritenessero disdicevole.
Nel giugno 1997, Azar Nafisi lascia l'Iran per gli Stati Uniti. Prima di partire scatta moltissime fotografie, per catturare i minimi dettagli di quel mondo che stava per scomparire. Ora insegna letteratura inglese alla John Hopkins University. Continua ad amare l'Iran: i monti nevosi, i tramonti, i giochi sottili della luce tra i rampicanti, i crepuscoli di mezza stagione; ma i suoi ricordi sono "leggeri, variopinti e impossibili da recuperare quando le sfuggono".
E non potrà mai dimenticare quello che le aveva detto una sua studentessa:
"Non potrai scrivere della Austen [...] senza scrivere anche di noi, e di questo posto dove hai riscoperto le sue opere. Non potrai fare a meno di noi. Provaci e vedrai. [...] Questa è la Austen che hai letto qui, in un paese in cui il censore è cieco e dove impiccano la gente per strada e stendono un telone nell'acqua di mare per tenere separati gli uomini e le donne mentre fanno il bagno"Perchè leggere? E perchè leggere romanzi? Che rapporto c'è tra realtà e finzione letteraria? Leggere narrativa può essere utile? E in cosa?"
Queste domande percorrono tutto il libro "Leggere Lolita a Teheran"
«La mia fantasia ricorrente è che alla Carta dei Diritti dell’Uomo venga aggiunta la voce: diritto all’immaginazione. Ormai mi sono convinta che la vera democrazia non può esistere senza la libertà di immaginazione e il diritto di usufruire liberamente delle opere di fantasia. Per vivere una vita vera, completa, bisogna avere la possibilità di dar forma ed espressione ai propri mondi privati, ai propri sogni, pensieri e desideri».
Sono queste le parole che esprimono la speranza dell’autrice. Un libro questo che non è forse un capolavoro dal punto di vista letterario, ma che è importante per aiutarci a capire almeno in parte il mondo variegato dell’Iran che la dittatura non lascia trasparire e parallelamente quanto sia importante la lettura per vivere tutte le sfumature possibili con cui è capace di manifestarsi l’uomo quando è lasciato libero di esprimersi…
Ma soprattutto un libro che ci dice quanto sia importante il racconto, la narrazione, la letteratura:
“Ogni fiaba offre la possibilità di trascendere i limiti del presente e dunque, in un certo senso, ci permette certe libertà che la vita ci nega. Tutte le grandi opere di narrativa, per quanto cupa sia la realtà che descrivono, hanno in sé il nocciolo di una rivolta, l’affermazione della vita contro la sua stessa precarietà… tutte le grandi opere d’arte… celebrano l’insubordinazione contro i tradimenti, gli orrori e i tranelli della vita. La perfezione e la bellezza del linguaggio si ribellano alla mediocrità e allo squallore di ciò che descrivono. Ecco perché ci piace Madame Bovary e piangiamo per Emma, perché leggiamo avidamente Lolita e il nostro cuore si strugge per la sua piccola, volgare, poetica e sfacciata eroina”. 

2 commenti:

  1. L'ho letto anni fa e l'ho trovato molto interessante. Poi l'ho prestato ad un'amica iraniana che vive in Italia da anni ed ha preso persino la cittadinanza. Spero che le sia piaciuto ma l'ho persa di vista (lei e il libro :-) )

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  2. Non conosco il libro ma conosco le condizioni delle donne di molti paesi, costrette ad indossare il velo e a vivere da recluse, nel corpo e col pensiero.

    Un abbraccio cara

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