09/05/12

Una stanza tutte per sé di Virginia Woolf


Per secoli il percorso esistenziale della donna era stabilito senza che le fosse data la possibilità di una scelta: da figlia a moglie, da moglie a madre, attraverso un itinerario istituzionalizzato, segnato da regole e mansioni prestabilite che la tenevano occupata per l'intero giorno.
Era isolata dal contesto sociale esterno alla casa, ma paradossalmente mai padrona della sua solitudine. La donna che viveva da sola era invece considerata un'esistenza mancata. "Una zitella", cioè una donna che non era riuscita nel suo compito principale, quello di moglie e di madre.
Nessuno si poneva il problema se esistessero altri desideri di autorealizzazione nella donna magari coltivati segretamente. In realtà si pensava erano già più che sufficienti le responsabilità della conduzione domestica e l'amore per il marito e i figli!

Così, Mary Anne (Marion) Evans (Arbury, 22 novembre 1819 – Londra, 22 dicembre 1880) dovette scrivere sotto lo pseudonimo di George Eliot .
Amantine Aurore Lucile Dupin, una scrittrice francese, (Parigi, 1 luglio 1804 – Nohant-Vic, 8 giugno 1876), scrisse, invece sotto il nome di George Sand. Entrambe furono costrette a nascondere la loro identità sotto questi pseudonimi maschili, per ottenere qull'attenzione e quel consenso che era precluso alle donne.
La convinzione diffusa, infatti, era che la donna non fosse capace di creare, se non il prodotto naturale del suo grembo, che anzi vi fosse qualcosa di sconveniente nel desiderio femminile di coltivare le passioni intellettuali.

Virginia Woolf, nei due famosi saggi riuniti nell'opera Una stanza tutta per sé(1928), ci guida in un viaggio che attraversa i secoli dal Cinquecento al Novecento sulle tracce della storia della emancipazione della donna-scrittrice dagli ostacoli, interni ed esterni, che le impedivano di aderire pienamente alla sua vocazione. Emergono dei ritratti di donne di un'intensità dolorosa, storie di amarezze subite e di autolimitazioni imposte, che danno la misura della fatica che comporta l'affrancarsi dalla norma e dal giudizio collettivo.
È evidente che la repressione delle attività letterarie della donna è emblematica: scrivere è riflettere, è distogliersi da quelle occupazioni che la mantengono una creatura destinata (siamo nell'aristocrazia) ai giochi d'amore e al governo della casa.
Le poetesse del Cinquecento e Seicento, dunque, restavano rinchiuse nei loro parchi, fra i loro libri “che scrivevano senza pubblico e senza critica, per il proprio diletto soltanto”).
Una svolta notevole si ha agli inizi del Settecento, a opera di donne della classe media: un piccolo esercito di scrittrici che riuscirono a trasformare la loro opera disinteressata in un lavoro remunerato e che tradussero o scrissero mediocri romanzi di cui oggi non esiste più memoria. Va detto che molte di loro traducevano anche i grandi classici, su Shakespeare per esempio e, attraverso la loro attività, dimostravano al mondo, alle altre donne e soprattutto all'altro sesso, che una donna era perfettamente in grado di guadagnarsi da vivere scrivendo. Un mutamento, scrive la Woolf, il quale, se io dovessi riscrivere la storia, mi sembrerebbe più importante che le Crociate o la Guerra delle due rose).
Le scrittrici dell'Ottocento, dunque, poterono incamminarsi sul terreno già spianato dalle loro precedenti compagne di ventura, ma non era stato risolto un problema: il diritto alla solitudine.
Virginia Woolf ci accompagna nello spazio privato di alcune scrittrici, tra cui Jane Austen, George Eliot, Emily e Charlotte Brente. Tutte e quattro appartenenti alla classe media, tutte senza figli e tutte rileva acutamente la Woolf, senza “una stanza tutta per sé" "Se una donna scriveva, doveva scrivere nel soggiorno comune" {ibid., 76). E in quella stanza esse vengono continuamente interrotte.
Emblematica la situazione di Jane Austen, l’autrice di Orgoglio e pregiudizio: ella per tutta la vita scrisse nel soggiorno, nascondendo i suoi manoscritti o coprendoli con un foglio di carta assorbente, ogni qualvolta sentiva arrivare qualcuno.
La "stanza tutta per sé", auspicata da Virginia Woolf è dunque; metafora del diritto a uno spazio in cui potersi immaginare come "donna tutta per sé", liberandosi di quella "anonimità", come la definisce la Woolf, dettata dall'autolimitazione.
Prendersi cura di se stessi, avere la possibilità di guardarsi dentro, significa anche guadagnarsi uno spazio pubblico, un riconoscimento, non tanto per entrare nell'ordine dell'uomo, quanto per dichiarare la propria identità, per rendere manifesta la propria parola, troppo a lungo rimasta segreta. La stanza dunque è anche lo spazio della sospensione e della trasformazione della donna, quel luogo di solitudine che rende possibile una riappropriazione e un riconoscimento del proprio potenziale creativo.
Fino a quando, scrive ancora la Woolf, la donna sarà costretta a spendere le sue migliori energie per guadagnarsi uno spazio tutto per sé, finché dovrà investire tutte le proprie capacità espressive nella protesta, nella denuncia accorata, nel cahier de doléances a cui la società fa troppo spesso orecchie da mercante, non le sarà possibile attingere alle sue migliori potenzialità e dedicarsi al suo compito creativo, ad uno spazio creativo che non trovi identificazioni nell’uomo, ma sia proprio dell’emisfero femminile.
Credo che su questo terreno forse ancora molte di noi debbano fare molta strada… Riusciamo ad avere questo spazio?

5 commenti:

  1. Càspita ! Uno spazio tutto per sé diventa sempre più un problema, però , non so, mi pare che spesso c'è una forma di soggezione a farsi valere ed è il momento giusto perché gli uomini sono in grandi difficoltà...

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  2. Ho sempre provata ammirazione per quelle donne che hanno sfidato la società pur di emergere.

    Baci

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  3. Ricordo di aver studiato questo libro all'università. Dovrei rileggerlo ora che la conquista di spazio personale per scrivere/leggere/riflettere è assai più sentita per me.
    Certo ora sono un po' influenzata dalla recente lettura della Alicia Gimenez Bartlett "Una stanza tutta per gli altri" dove la nostra Virginia non ne esce un granchè bene. L'hai letto?

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  4. é dgià da un po' che volgio leggere questo libro, mi sa che lo farò presto!
    Un bacione Giulia e grazie per questo post!

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  5. Splendida recensione! Ho impiegato un po’ di tempo per leggere questo libro. Non so perchè ma mi bloccavo in continuazione. Inutile dire che si fa fatica a pensare che, anche una cosa apparentemente banale come uno spazio per sé, sia stato frutto di una lotta durata decenni. Alle volte, ho la sensazione che stiamo regredendo. Abbiamo trasformato la bellezza fisica nel valore principale delle donne. E la creatività? E la tenacia, l’intelligenza, la voglia di fare?...
    Non ho letto Una stanza tutta per gli altri segnalata da Artemisia; aggiungo alla mia lista di letture!

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