26/07/12

L'aggancio di Nadine Gordimer


Due mondi si incontrano, due modi diversi di vedere la vita e la realtà, due vite alla ricerca, una donna scontenta, Julie, che ha abbandonato una famiglia della buona società in cui si sente a disagio e a cui sente di non appartenere più, un uomo, arabo, immigrato clandestino con una laurea in economia che si fa chiamare Abdu e il cui vero nome è Jbrahim ibn Musa.

Nadine Gordimer indaga la condizione di chi costretto ad immigrare: “Nella mia esperienza, e penso anche in quella di molti altri scrittori, quello che viene preso per ispirazione è un lento processo di osservazione, immaginazione, riempimento delle lacune di ciò che si osserva nella vita con la propria immaginazione”. E’ così che egli fa vivere Abdu ed Julie nel suo romanzo “L’aggancio” ed. Feltrinelli.
Abdu è nato in un paese musulmano, dove domina il deserto, poverissimo. Lavora in nero, sotto falso nome, in un'officina meccanica. Non è la prima volta che cerca di varcare le frontiere di uno stato; è già stato respinto da più di un paese europeo.
L’intento dichiarato della Gordimer, in questo romanzo, è quello di sottrarre il suo protagonista dall'invisibilità: raccontare la sua storia, infatti, vuol dire dargli un volto, un nome, un’identità. "Dobbiamo chiederci chi è un clandestino, - dice la scrittrice in un’ intervista - uno che non ha il permesso di soggiornare in un paese. E' una persona senza futuro, perché non ha un'identità da rivendicare. Diventa una presenza illegale, illegittima. E' qui, ma al tempo stesso non è qui. Vive su una soglia. E' una "non persona". Dare corpo, voce, nome, pur nella finzione letteraria, significa non accettare l'esistenza di "non persone", e questo, certo, è un atto politico. O, almeno, io mi auguro che lo sia”.

Abdu conosce lo sguardo del preconcetto che grava su di lui: “sono uno spacciatore, dice, sono uno che fa la tratta delle bianche, che viene a rapire le ragazze; sarò un peso per lo stato, ruberò il lavoro a qualcuno, accetterò una paga inferiore di uno del posto." “Se incontrassimo Abdu seduto su un aereo, accanto a noi, probabilmente lo guarderemmo con sospetto” questo il commento di Gordimer sul personaggio che ha inventato. "E' un arabo, un musulmano, forse un terrorista. Non avremmo il tempo, alcuni forse neanche il desiderio, di sapere chi è davvero."
Dice Kristeva Julia in “Stranieri a se stessi”: “Radicato in sé, lo straniero non ha sé. Giusto una sicurezza vuota, senza valore. Io faccio ciò che si vuole da me, ma quello non è "me" - "me" è altrove, "me" non appartiene a nessuno, "me" non appartiene a "me",... "me" esiste?”
Julie è immediatamente attratta da questo uomo, lui da lei e diventano presto amanti. Julie appartiene a un mondo, Abdu ad un altro. Si parlano, si toccano, diventano centrali l'uno nella vita dell'altra, eppure restano reciprocamente intangibili, in qualche modo ignoti.Si scopriranno quando lei deciderà di tornare con lui al suo paese. Lui la vede davvero solo allora quando restituendo un’identità a se stesso può vedere quella di Julie, diventata nel frattempo sua moglie. Anche Julie, si può dire, scoprirà Abdu per la prima volta, quando, arrivato nel suo luogo natale, acquista sicurezza nei gesti, una completa padronanza di se stesso; quando non si percepisce più come l'ospite non desiderato. Ora è lei a essere completamente spiazzata dalla nuova realtà, a essere guardata con diffidenza, giudicata. È lei adesso quella che deve capire modi di vita, usanze e tradizioni talora inconcepibili per una donna occidentale.
Abdu non riesce a fidarsi pienamente della donna che pur ama: teme che un giorno lo lascerà, per tornare ai suoi privilegi. “Julie fa parte dei padroni del mondo, di quelli che possono comprare un biglietto, mostrare un passaporto e farsi riaccogliere in qualsiasi momento nel proprio mondo."

Julie, paradossalmente, pur sentendosi estranea, ritroverà giorno dopo giorno qualcosa di sé che non conosceva proprio perché entrerà in contatto con ciò che in tutta la sua esistenza le era mancato: il mondo delle donne. Si ritroverà a condurre gran parte dell'esistenza quotidiana con loro, dividerà con loro gli spazi domestici e le cure familiari. Nella famiglia di lui tutto gira intorno alla madre, proprio la figura che a lei è più mancata: sarà lei a sancire l'avvenuta integrazione di Julie, quando le consentirà di starle accanto in cucina e le insegnerà come preparare le sue sapienti ricette. Esplorerà, insomma, qualcosa di sé che era rimasto sepolto.

Ma anche adesso che Julie sembra integrarsi in quel mondo così lontano dal suo Jbrahim teme che un giorno lo lascerà, per tornare ai suoi privilegi. Prima o poi accadrà, e dunque meglio non far conto su quell'amore. Meglio rilanciare i dadi e cercare ancora una volta una possibilità di riscatto, di fuga da un luogo che ormai non gli può più bastare. La storia non avrà un finale definito ma "Quel che conta - conclude Nadine Gordimer - è che le traiettorie delle loro esistenze si sono, imprevedibilmente, incontrate, ed entrambi hanno deciso di mettersi in gioco nel mondo, accettando lo spiazzamento dato dallo sguardo dell'altro."

In questo libro, dunque, due stranieri si incontrano, si amano e nello stesso tempo non riusciranno mai del tutto ad unirsi. E noi scopriremo quello che dice la Kristeva 
Stranamente, lo straniero ci abita: è la faccia nascosta della nostra identità, lo spazio che rovina la nostra dimora, il tempo in cui sprofondano l'intesa e la simpatia. Riconoscendolo in noi ci risparmiamo di detestarlo in lui. Sintomo che rende appunto il "noi" problematico, forse impossibile, lo straniero comincia quando sorge la coscienza della mia differenza e finisce quando ci riconosciamo tutti stranieri, ribelli ai legami e alle comunità”.
Tutti e due i personaggi del libro partono, vanno in un “altro” luogo, ma prendono congedo anche da se stessi, da quello che erano prima, non saranno più gli stessi, abiteranno lo straniero che è in loro. In un altro libro"Nessuno al mio fianco" la Gordimer si chiede:
"...chi parte è sempre lo stesso che ritorna? Alcuni mutamenti della comprensione reciproca possono avvenire soltanto quando si è soli, lontani da ciò che è contenuto nella forma delineata da un altro. E questi mutamenti non possono essere condivisi, si è sempre soli con essi. Le immagini sono cartoline inviate da paesi che esistono soltanto nella personalità del soggetto, e l'altro non li visiterà mai".

3 commenti:

  1. La convivenza è sempre una strada in salita, non solo quando si tratta di "stranieri", ma con qualsiasi persona che è,comunque, altro da noi. Eppure, è solo in questo tentativo di percorrere una distanza, cercando anche di accettare i nostri limiti, oltre quelli altrui, che possiamo sollevarci, più o meno, dal mondo piatto in cui sostiamo per avere una visione più ampia e, per questo, più vera.

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  2. Grande spirito umanitario, quello della Gordimer!

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  3. Ho considerato sempre una pretesa quella di due persone di capirsi: ci sono degli sprazzi , sottili affinità, coincidenze, ma gran parte dei due mondi interiori rimangono sconosciuti. Comunque. anche quando condividono una stessa "cultura".
    Il mio non è un pensiero pessimistico, anzi... penso che così lo spazio della conoscenza tra due persone è grandissimo -:)))

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