In Portogallo si è fatto un grande abuso delle
maiuscole. Nei discorsi politici, nel giornalismo, nei rituali delle
inaugurazioni fervono gli Ideali, l'Umanità, la Patria e la Famiglia, il
Dovere, le Scoperte; tutto ciò con frasi forbite e pompose, tanto più risonanti
quanto più vacue.
Portano, quelle frasi, tutti gli ingredienti della
tiritera dei raduni o dei discorsi parlamentari. E nella bocca dei
professionisti della parola si unisce l'ausilio delle vibrazioni convenienti,
che vanno dal tremolio pietoso allo stridore della fanfara. È un regalo per
l'orecchio tanta maestria di orchestrazione. E uno squallore per
l'intelligenza.
Adesso, nel circuito delle idee, è apparsa la parola
speranza seguita subito dopo dalla tentazione di gonfiare la lettera iniziale
mutando la s in S. È una operazione che ha a che vedere con la magia, così come
è stato detto che alla magia appartenevano i graffiti preistorici delle
caverne. Mettendovi la lettera grande, è come se si legasse meglio la comune
speranza ai nostri buoni desideri. Si prendono lucciole per lanterne, il
progetto per lavoro, il sogno per realtà. E, poiché tutto questo deve essere già
accaduto a Newton, sediamoci pure sotto un melo in attesa che ci cada una mela
sulla testa perché ci sia rivelata, finalmente, la nostra legge di gravità.
Come si vede, si tratta di una lezione per gente
indolente, che ancora crede nella scienza infusa. Ora, da questo mio lato poco
incline alle illusioni, scoprii che la retorica non è degna compagnia per gente
che vuole pensare in modo serio e con il proprio cervello. Non vi è dubbio che
nessuno (proprio nessuno) può gloriarsi di pensare unicamente con la propria
testa. Con tante teste al mondo, e tutte pensanti, come non ricevere da loro
materiale per il nostro pensiero? Per dirla meglio: il male di coloro che
pensano con maiuscole è che quelle maiuscole occupino troppo spazio: mezza
dozzina di esse intorpidiscono e intasano del tutto o per sempre qualsiasi
cervello, anche geniale. Questo fa sì che io sia un nemico sfegatato delle
maiuscole: mi piacciono (eccome!) le parole, ma vorrei renderle piccolissime,
in modo che ce ne possano stare molte altre.
E vorrei anche che fossero dense, cariche di
significato, di senso, di forza, di capacità di azione. Se ci mettiamo a dire e
a scrivere Speranza, addio al mio monito. Cadiamo nel dondolio
dell'intorpidimento, nel bagno tiepido, nelle litanie emollienti. Nel
frattempo, le realtà seguiranno il loro proprio cammino, beffandosi se non
servendosi di noi. E in quel caso aggiungeremo all'elenco dei nostri piagnistei
un'ulteriore delusione. Poi ci siederemo sulla soglia di casa a vedere sfilare
il corteo organizzato da altri facendolo passare per la nostra edificazione.
Ora, la vita è fatta di piccole e minuscole
occupazioni. Una di queste è scrivere. Dal punto di vista di Sirio, neppure il
viaggio dalla Terra alla Luna assume tanta importanza. Ma qui, sulla superficie
terrestre, mettere una parola davanti all'altra, e in particolare in questo
bugigattolo del pianeta, si rivela come operazione molto importante. Positiva o
negativa che sia. Sarà positiva se ciascuna parola verrà soppesata e misurata,
riconsegnata al suo vero valore e non usata come cortina fumogena o accesso al
museo di anticaglie. Sarà positiva se ridesterà in chi legge un'eco che non
provenga dall'oscura condiscendenza all'illusione e all'inganno che sonnecchia
sul fondo dell'inerzia in cui siamo vissuti. Sarà positiva se... E così via,
senza ulteriori spiegazioni.
Dunque, questa parola speranza, con o senza maiuscola,
è bene cassarla dal nostro vocabolario. Soltanto gli esuli e i profughi,
rassegnati all'esilio e all'espatrio, in mancanza di meglio, la devono usare.
Offre loro consolazione e conforto. I non rassegnati hanno un'altra parola più
decisa: volontà. Che, per di più, può essere scritta con la maiuscola. Su ciò
sarei d'accordo, se questo vi può essere d'aiuto. E ancora sulle parole potrei
aggiungere quanto già dissi e scrissi in proposito in altri momenti.
Mi si offre qui l'occasione per riprendere una
riflessione che più o meno recitava così: le parole sono buone. Le parole sono
cattive. Le parole offendono. Le parole chiedono scusa. Le parole scottano. Le
parole blandiscono. Le parole si donano, si scambiano, si offrono, si vendono e
s'inventano. Le parole sono assenti. Alcune parole ci assorbono, non ci
lasciano, sono come zecche: le troviamo nei libri, nei giornali, negli slogan pubblicitari,
nelle sottotitolazioni, nei fogli e sui cartelloni. Le parole consigliano,
suggeriscono, insinuano, ordinano, impongono, segregano, eliminano. Sono
sdolcinate o pungenti. Il mondo ruota su parole lubrificate con olio di
pazienza. I cervelli straripano di parole in pace e armonia con quelle loro
contrarie e nemiche.
Questo è il motivo per cui la gente fa il contrario di
quello che pensa, credendo di pensare quello che fa. Ci sono molte parole. E ci
sono i discorsi, che sono parole accostate le une alle altre in un incerto
equilibrio grazie a una sintassi precaria, fino alla chiusura finale del
«Dissi» o «Ho detto». Con i discorsi si celebra, si inaugura, si aprono e si
chiudono adunanze, si lanciano cortine fumogene o si collocano drappi di velluto.
Sono brindisi, discorsi, discussioni e conferenze. Tramite i discorsi si
trasmettono elogi, ringraziamenti, programmi e fantasie. E poi le parole dei
discorsi appaiono adagiate su fogli, pitturate con inchiostro tipografico e in
questo modo entrano nell'immortalità del Verbo. Accanto a José Sócrates il
presidente dell'assemblea affigge il discorso che ha aperto il rubinetto della
fonte. E le parole defluiscono, fluide come il «prezioso liquido». Fluiscono
ininterrotte, inondano il pavimento, salgono alle ginocchia, arrivano alla
vita, alle spalle, al collo. È il diluvio universale, un coro stonato che
erompe da milioni di bocche.
La Terra prosegue il suo cammino avvolta in un clamore
di forsennati sbraitanti, ululanti, avvolta anche in un docile mormorio,
smorzato e conciliatore. C'è di tutto fra i coristi: tenori e tenori leggeri,
bassi, soprani dal do di petto facile, baritoni imbottiti, mezzo contralti.
Negli intervalli, si ode il suggeritore. E tutto ciò stordisce le stelle e
perturba le comunicazioni, come le tempeste solari. Perché le parole hanno
smesso di comunicare.
Ogni parola è pronunciata affinché non se ne oda
un'altra. La parola, anche quando non afferma, si afferma. La parola non
risponde, né domanda: ammassa. La parola è l'erba fresca e verde che copre le
cime aguzze dell'invaso. La parola è polvere negli occhi e occhi bucati. La
parola non rivela. La parola maschera. Per questo occorre mondare le parole
affinché la semina si trasformi in raccolto. Perché le parole siano strumento di
morte o di salvezza. Perché la parola valga solo ciò che vale il silenzio
dell'atto.
C'è anche il silenzio. Il silenzio, per sua
definizione, è ciò che non si ode. Il silenzio ascolta, analizza, osserva,
pondera e valuta. Il silenzio è fecondo. Il silenzio è la terra scura e
fertile, l'humus dell'essere, la muta melodia sotto la luce solare. Su di esso
cadono le parole. Tutte le parole.
Parole buone e parole cattive. Il
grano e la zizzania. Però solo il grano dà il pane.
Josè Saramago


1 commento:
Conoscevo già queste riflessioni di Saramago, che trovo sempre più serie e veritiere, nonché espresse in modo incisivo.
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