07/11/12

Bontà, una parola da riscoprire

La bontà è una virtù tanto bistrattata quanto dimenticata e archiviata. Sembra quasi che sia una vergogna cercare di "essere buoni", che sia un'ipocrisia, una sorta di cedimento in onore di quelle virtù che richiamano alla forza, alla furbizia e via dicendo.
Abbiamo perso il significato della parola "bontà" forse per un uso improprio o per un abuso che, come  è successo per l'amore, l'ha svuotata di significato e l'ha relegata nel limbo delle astrazioni generiche o nella vita pratica se ne sono appropriati gli ambienti confessionali. Ha  perso di peso e di consistenza e soprattutto non è più guida nel nostro agire quotidiano e concreto.
Saramago le ha restituito dignità e spessore. Per lo scrittore non si tratta, infatti, né di una "bontà contemplativa"  tanto meno di una bontà "caricatevole", ma di "una bontà attiva":
 ... per quel che mi riguarda, la bontà viene addirittura prima dell'intelligenza, o meglio è la forma più alta dell'intelligenza. E' una bontà che si manifesta nella pratica quotidiana; che non è animata da nessun pensiero salvifico sull'intera umanità; che si accontenta di far "lavorare" il proprio minuscolo granello di sabbia. Nel tentativo di recuperare una relazione umana che sia effettivamente tale". 
Ma non c'è solo Saramago a dare tanto rilievo a questa virtù. Ne parla anche la scrittrice Iris Murdoch che dice:
“La virtù che eccelle gratuitamente, senza fine preciso, slegata dalla religione e dalla società, ci sorprende nell'arte così come fa spesso nella vita reale: la gentilezza di Patroclo nel pieno di una guerra cruenta, la fedeltà di Cordelia in una corte di adulatori. L’estrema casualità della vita umana e l’evidenza della morte rendono forse sempre la virtù, nel momento in cui vengono rimossi i suoi illusori fondamenti, qualcosa di gratuito, ma anche qualcosa che è assolutamente in primo piano nella nostra esistenza, insieme a beni evidenti come mangiare e non avere paura. Ed è in questo modo, credo, che essa si manifesta nella migliore letteratura. La bontà è indispensabile, bisogna essere buoni senza secondi fini, per ragioni immediate e ovvie, perché qualcuno ha fame o qualcuno sta piangendo”.
Una bontà, quindi, che si misura nella relazione con gli altri, senza secondi fini, che sa riconoscere la sofferenza dell'altro e soccorrerla. Una bontà libera, non un bene di scambio, gratuita. Una bontà che non si adegua ad un codice morale precostituito, ma che parte non da principi generali e astratti, ma dalla nostra sensibilità ed esperienza, che è alla ricerca di ciò che è più importante per sé stessi, che dia senso alla nostra esistenza sottraendola a quel senso di vuoto che si prova nel momento in cui si vive guardando solo a se stessi..
Vasily Grosmann nei suoi bellissimi libri, ha mostrato come all’intreccio perverso del male e del bene abbia potuto sottrarsi solo la bontà “spicciola”, capace di preservare un’indistruttibile traccia di umanità.
 "C’è quindi un tipo di bontà “sbriciolata nella vita” “illogica” che non fa appello a ideali o valori universali, una “bontà senza voce, senza senso”…, ma a volte niente è più persuasivo di una morale in atto, che agisce senza nessun tipo di proclamazione astratta e mostra che la possibilità di assumersi la responsabilità di una altro essere umano, di agire bene o male, è sempre aperta, Per questo motivo questo tipo di bontà continua a parlare a tutte le epoche".
Laura Boella: Il coraggio dell'Etica 

8 commenti:

  1. Le citazioni sono di degno rispetto, ma la frase che hai scritto tu, ha ancora più valore:

    "Una bontà, quindi, che si misura nella relazione con gli altri, senza secondi fini, che sa riconoscere la sofferenza dell'altro e soccorrerla. Una bontà libera, non un bene di scambio, gratuita. Una bontà che non si adegua ad un codice morale precostituito,..."

    Sono in perfetto accordo con le tue parole.
    Ciao Giulia e grazie.
    Lara

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  2. Bel post. Non so se sono buona in senso stretto e se altri sono buoni con me. Temo non si possa misurare la bontà.

    Un bacione e buon giovedì!

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  3. Come scoprirla bontà, mi chiedo, che in ogni attimo inventata con la cattiveria a fare un pari fittizio e a un illudersi perfettibili?

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  4. Non sono convinto che la bontà sia necessariamente una "scelta positiva". Penso che sia una strategia di sopravvivenza complementare/speculare alla cattiveria. E che entrambe possano convivere in noi.

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  5. leggendo questo post, ho pensato ad un paio di persone veramente buone che ho incrociato nella mia vita

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  6. Da dove nasce e da chi la bontà. Chi ce l'ha? chi la coltiva? chi ne è prigioniero o vittima? Chi la esercita?
    È sfuggente e difficilmente definibile. Ho letto in un testo incrocio tra psicologia e scienza che la vera molla dell'evoluzione non è stata la lotta ma la cooperazione, essere reciprocamente buoni
    grazie degli spunti di riflessione, marina

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  7. ...bontà...saper umilmente andare... là dove poter bambina tornare...pungenti spine scoloriscono anche radiose stelle divine.

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