15/11/12

La cosa più tremenda che io conosca è la sottomissione... (H.Boll)


 Heinrich Boll, premio Nobel per la letteratura nel 1972,  è uno degli scrittori più importanti della Germania del dopoguerra. Si oppose al partito nazista e negli anni trenta rifiutò l'iscrizione alla Gioventù hitleriana. Combatté in Francia, Romania, Ungheria e Russia. Fece parte del Gruppo 47 insieme a Günter Grass, Ingeborg Bachmann e molti altri scrittori tedeschi.
I suoi libri sono per lo più ambientati nella Germania post-bellica e raccontano di emarginati in una società che cerca di rimuovere un passato ingombrante.
La sua opera è stata definita Trümmerliteratur ("letteratura delle macerie"), con riferimento alle rovine causate dai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale. Böll, infatti, cercò sempre di confrontarsi con la memoria della guerra, del nazismo e dell'Olocausto, e le relative conseguenze che ne derivarono subito dopo.


Nei suoi scritti, oltre a criticare nettamente la Germania nazista, polemizza con la società postbellica: le autorità della politica, dell'economia e della chiesa, che egli accusa, ora ironicamente, ora aspramente, per il conformismo, per la mancanza di coraggio e spesso per l’abuso di potere.


In un’intervista René Wintzen chiede ad Heinrich Boll, se avrebbe scritto gli stessi libri, le stesse storie anche in una situazione storica completamente diversa: senza vissuto l’esperienza della guerra e del nazismo.
La sua risposta mi è sembrata particolarmente significativa. Lo scrittore, infatti, ci invita a fare uno sforzo di immaginazione, a togliere “di mezzo tutta quanta la guerra con la sua messinscena” a immaginare lui e i suoi contemporanei “in una Germania senza nazisti”. La sua convinzione è sarebbe diventato ugualmente  uno scrittore, perché ha “scritto da sempre” e che i suoi libri non sarebbero mutati molto nei contenuti  tolti alcuni dettagli storici.
Ogni società, infatti, nasconde i pericoli che si sono concretizzati in quegli anni in Germania e non solo lì. I nazisti ci sono sempre stati e probabilmente ce ne saranno sempre.
“Noi sapevamo esattamente dove fossero i nazisti, ed io li ho osservati da ragazzo in strada, quando andavo a scuola: quell’angoscia rimarrà dentro di me fino alla mia morta. Ma tale angoscia io l’avevo già prima, prima ancora che andassero al potere”.
Il nazista in un romanzo non è altro che un fascista potenziale, che troviamo un po’ dovunque, che acquista maggior potere quando perviene al potere. Ma esplicare il potere, potere fascista sulle persone, questo può farlo un membro della famiglia, che abbia una qualsiasi forza demagogico-isterica. Può distruggere un’intera famiglia, agire in tal senso fascisticamente”. Le problematiche legate al fascismo e al nazismo sono problematiche di sempre ed è per questo che là dove si annida, bisogna combatterlo a partire da se stessi.
Egli racconta che la paura maggiore che si aveva nel periodo nazista non era tanto quella della polizia, delle denunzie, della prigione o dei lager, non era una paura “così diretta, si raggrumava piuttosto in una paura dell’assoluta imprevedibilità della società umana. Una paura vissuta sotto il fascismo, che per così dire trasformava da un attimo all’altro le persone. E trasformava tutto il mondo circostante”. Ma la paura decisiva era “quella dell’improvvisa trasformazione di tutto il mondo circostante in una massa sottomessa” E aggiunge:
"La cosa più tremenda che io conosca è la sottomissione, la sudditanza oppure il desiderio di sottomettersi incondizionatamente, questo fare come gli altri, marciare con gli altri e piombare per di più in un penoso senso di euforia. Una tale paura crea isolamento. In una società del genere lei è un isolato”.
Una paura che Boll ha conservato anche dopo la liberazione, momento in cui si era diventati improvvisamente “democratici e occupati da truppe americane, francesi, inglesi molto subordinati, straordinariamente cauti, assai  perbene”.

Simona Forti nella prefazione al libro di Hanna Arendt: Questioni di filosofia morale ha ricordato che questo problema fosse ben presente anche alla filosofa che aveva rilevato come, dopo la fine del nazismo”: “Un gran numero di persone normali prontamente hanno sostituito una tavola di valori con un’altra. Essi hanno agito, come in altre occasioni, semplicemente in conformità s quella che da sempre ritengono la virtù per eccellenza, la millenaria virtù dell’obbedienza. L’aspetto inquietante per l’autrice è che essi non si sono fatti sordi alla voce della loro coscienza: semplicemente quella voce aveva cambiato linguaggi e contenuti".
Boll, ci ricorda quindi come la tirannia senza gli orrori di una guerra o di un fascismo salito al potere, può manifestarsi ovunque e sempre, là dove “sorgono ordinamenti gerarchici”. “L’autorità superiore” può creare sottomissione e tirannia anche “nella vita civile, anche in tempo di pace

5 commenti:

  1. I tuoi post fanno riflettere sempre. A volte strappano sorrisi. Questo, invece, cattura l'attenzione e mette in allarme per quello che succederà qui, con le elezioni prossime.

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  2. Giulia, ti ho ritrovato via Pim...
    Che bello, sono tornata qui a leggerti e, come un tempo, è un piacere!
    Per le riflessioni che stimoli, per le emozioni che trasmetti...
    Ciao cara, adesso non ti riperdo più!
    Irene

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  3. Ci si illude di essere liberi ma, a meno che non si vada a vivere su di un'isola deserta, si è sempre schiavi di qualcuno o qualcosa, anche delle proprie convinzioni 'convenzioni'.
    Un piacere leggerti, anche se non commento.
    Un abbraccio
    Cristiana

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  4. Interessante post.
    Buona domenica.

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  5. Servirebbe oggi uno come Boll, in questa Europa dove la democrazia è un pallido spettro, ed è l'economia (malata) a dettare la politica. Per non dire della Germania, che a colpi di spread, sta ottenendo senza una guerra tradizionale, il ruolo di grande Germania.

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