05/12/12

La ballata di Iza di Magda szabò


Mi ha commossa, mi ha fatto pensare, mi ha fatto entrare nella storia, nella vita di ogni personaggio, me li ha fatti capire e comprendere. Mi ha ricordato mia madre, mio padre, i miei rapporti con loro, ho pensato alla loro storia e alla mia. Mi ha fatto riflettere sul fatto che si può credere di amare chi ci è caro, ma si può ugualmente non comprenderli. Ho capito che può capitare che le vite che si intrecciano, un giorno possono non incontrarsi più, che si può fare del male convinti di fare del bene ed essere in assoluta buona fede. E ho sentito quanto il passato si incida nell'anima di ogni persona e si trasformi in qualcosa di diverso in ognuno, quanto possa essere devastante anche nella vita del singolo, una politica repressiva e totalizzante.
Quando degli individui condividono buona parte della propria vita, la morte di uno di questi può scompigliare le carte e tutto viene rimesso in gioco. Quello che funzionava prima può non funzionare più. E’ successo quando è morto mio padre, è successo quando è morto mio fratello, credo che succeda a molti quando qualcuno della famiglia o di particolarmente importante nella propria vita viene a mancare.
Il titolo del libro parla di Iza, ma Iza non è l’unica protagonista: ogni personaggio è unico, ognuno potrebbe essere il protagonista assoluto, ognuno ha la sua storia. Una storia che ha il suo legame con quella degli altri, ma che nello stesso tempo potrebbe essere un racconto a sé.
Fa da sfondo alla storia la società ungherese, con il clima repressivo tipico prima del regime fascista poi, dopo il ’45, di quello comunista.
Iza è un medico, il suo lavoro la soddisfa, ha un amante devoto, uno scrittore e all'apparenza non sembra mancarle nulla; in realtà non è felice. Ha avuto un’infanzia difficile che l’ha costretta a crescere troppo in fretta, a diventare forte ed assennata. Da ragazza ha vissuto l’umiliazione della messa al bando di suo padre Vince, un magistrato esautorato dal regime fascista degli anni ‘30 che non si piega al regime e non rinuncia alla sua dignità. Per questo Iza, fin da piccola affianca il padre e si costruisce addosso un’armatura, pronta a difendere “come un soldato” se stessa e i suoi da ogni attacco della vita.
Ha imparato a far sì che gli eventi si succedano senza ferire, a non commuoversi per le canzoni tristi e le chitarre danubiane. C’è una ballata che Iza Szocs non sopporta e che piace invece a suo padre e al suo ex marito, perché la cantavano nel collegio dove entrambi avevano studiato in tempi diversi. Parla di una vergine che giace su un catafalco, “il viso e il petto pallidi / come neve sulle rocce”.
A Iza non piace perché non vuole commuoversi neppure per i versi di una canzone - e forse non  piace perché, in qualche modo, vede se stessa nella figura della vergine fredda e senza vita. In realtà la donna difende solo la sua fragilità. Ha paura di amare, di lasciarsi andare, di essere troppo amata. Diventa una donna fredda, quella freddezza che non lascia che l’intelligenza si incontri con il cuore.
Tanto Iza è estremamente controllata, riservata, incapace di esprimere i propri sentimenti, quanto sua madre Etelka è fragile, delicata, semplice, ancorata alle tradizioni e spaventata dalle novità. Quando perde il compagno di una vita, la sua esistenza sembrerà dissolversi e perdere di consistenza. Con lei riusciremo a capire cosa vuol dire “sentirsi disorientati” e quanto sia importante nella vita di qualsiasi individuo non perdere i propri riferimenti, le proprie radici. Solo ancorati a salde radici, l’albero può crescere e levarsi verso l’alto, può reggere agli attacchi della vita.
Etelka andrà ad abitare con la figlia a Pest. Non basteranno, però, le premure, l’affetto della figlia a farle trovare un nuovo equilibrio. Ciò che ella le dà, non può supplire a quello che le toglie: la sua dignità, la capacità di decidere per se stessa, di condurre una vita ad una velocità minore. “Iza è una figlia perfetta, colma di attenzioni, Iza ha predisposto tutto, Iza ha deciso tutto”: quello che può tenere e deve buttare, quello che può fare e deve evitare, dove può stare e dove non deve immischiarsi. Etelka vive nel suo appartamento moderno, arredato con mille agi, con la lavatrice, il frigorifero e i termosifoni, ma l’alloggio è senza anima, lontano anni luce dalla vita semplice che conduceva prima. L'incomprensione che si manifesta giorno dopo giorno allontana la figlia dalla madre e viceversa.
L'una le offre conforti materiali, le vuole semplificare la vita all'insegna dell’efficientismo, mentre l'altra cerca presenze vive, vuole sentirsi utile. L'una segue itinerari solitari, alla ricerca ansiosa di solitudine; l'altra vorrebbe un dialogo impossibile, vorrebbe ritrovare un ruolo perduto per sempre.
Iza la priva di qualcosa di cui mai nessuno dovrebbe essere privato, del proprio passato, della possibilità di decidere qualcosa sulla sua vita, di sentirsi ancora utile a qualcuno: ora lei è la figlia e Iza la madre.
Iza ricorda la mamma come: “una creatura simpaticamente sventata, un po’ timida, allegra, coraggiosa, discreta (…)” dotata “di un indefinibile talento di rendere un vero focolare domestico” ora deve ammettere “con un’infinita tristezza, che la presenza della vecchia la irritava”.
La mamma pian piano sembra ripiegarsi in se stessa, quasi non sentisse di esistere, quasi volesse annullare la sua presenza. “Possibile che fosse morta anche lei e semplicemente non se ne fosse accorta? Possibile che una persona morisse prima di rendersene conto?”
Basterebbero queste due figure a costruire la trama di questo libro, ma la storia si arrochisce di altri personaggi: Antal, l'ex marito di Iza con il quale permane un sentimento di amicizia, l'infermiera Lidia, passionale, volitiva, "umana", Domokos, l'intellettuale nuova fiamma di Iza, Gica, la sarta di paramenti sacri, amica di Etelka, il professor Dekker, artefice dell'incontro tra Iza e Antal ai tempi dell'università.
Romanzo sul lutto e sulla perdita e sull'incapacità di elaborarli. Non riesce infatti a farlo la vedova Etelka. E meno ancora Iza. Una donna destinata fatalmente a rimanere sola. E solo allora, come una bambina abbandonata, Iza invoca: “per la prima volta nella sua vita. – Mamma! Papà!”. Nessuno le risponderà ovviamente, ma qualcosa forse (ci lascia intendere la scrittrice) si è fatta varco nel suo cuore. In lei a chiamare è la bambina che non ha mai potuto essere.

4 commenti:

  1. Un libro, questo, che è riuscito a portarmi via con sè completamente.
    Letto qualche anno fa quando i problemi di Iza erano anche i miei, mi sono, a momenti, ritrovata , riconosciuta e in altri allontanata da lei.Mi è rimasto dentro a lungo dopo la lettura perchè aveva toccato una parte di me che in quel momento era particolarmente fragile e vulnerabile. Magda Szabò mi ha regalato riflessioni molto intense e partecipate.
    A presto

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  2. è un libro bellissimo, come per gli altri suoi ci si mette un po' a entrare nella storia (per me), poi non vorresti lasciarla.
    ti sembra di avere il privilegio di essere invitato ascoltare una storia, ma mica una storia di altri, ti racconta la sua storia

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  3. Tu mi hai fatto scoprire e amare Magda Szabò. Da allora non l'ho più lasciata e questo libro meraviglioso mi ha parlato e toccata profondamente. Mi hai fatto venire voglia di rileggerlo
    grazie, cara Giulia

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  4. E' un libro che ti resta dentro. Pagine intense e una straordinaria scrittura per descrivere il rapporto faticoso di amore e incomprensioni tra una madre e una figlia. Altro capolavoro di questa scrittrice. Mi vien da dire che la Szabò ha capito tutto della vita. Io la adoro.

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