27/01/13

Un incessante e invisibile operare etico contro il pericolo della "banalità del male"


Oggi, giorno della memoria. Non si può e non si deve dimenticare quello che accadde durante il periodo nazista. Penso però che oggi si debba soprattutto diventare vigili ogni giorno, perché "la banalità del male" non abbia la meglio. Il problema non si risolve con la commemorazione, il pericolo è ogni giorno insidioso davanti a noi: quando non si vuole vedere, quando si volge lo sguardo altrove, quando si rinuncia a pensare, a considerare l'altro, chiunque esso sia, come un uomo come noi, quando si dimentica che ognuno ha pari dignità e ha diritto alla vita e a tutto quello che questo comporta perché si svolga nel modo più giusto possibile.
Le commemorazioni sono facili, i gesti quotidiani, la capacità di fare spazio a tutti, la capacità di scegliere politiche che non guardino ai nostri soli interessi, il desiderio di mettersi in gioco in prima persona, sono molto più difficili.

Guardo questo splendido quadro di Chagall dipinto nel 1938 intitolato "Ls Crocifissione bianca". Il dipinto è ispirato alla persecuzione degli Ebrei nell’Europa centrale ed orientale, preludio delle atroci sofferenze che avrebbero subito negli anni della Seconda Guerra Mondiale da parte dei nazisti.
I colori che predominano sono il grigio e il bianco che si intrecciano fra loro in continue sfumature. Il colore bianco è simbolo di un mondo in cui tutti i colori sono scomparsi, in cui il dominio di uno su tutti gli altri cancella lo splendore della varietà a cui la natura dovrebbe averci abituato.
Il crocifisso è al centro del quadro e domina la scena in tutta la sua grandezza. Sopra la testa di Cristo sono dipinte figure del Vecchio Testamento che piangono di fronte agli eventi. In alto a sinistra dei soldati assaltano un villaggio, forse Vitebsk, rappresentato da un gruppo di case distrutte e capovolte, di cui una in fiamme. Una piccola barca sovraccarica di persone rappresenta il tentativo disperato degli ebrei di sfuggire la persecuzione. Nell’angolo in basso a destra un vecchio fugge portando le sue poche cose in un fagotto. Una sinagoga sta bruciando in alto a destra. A sinistra  un    uomo grida e guarda   con sgomento la sinagoga che brucia   e stringe al petto  un rotolo della Torah. I simboli di questo quadro sono chiarissimi: essi esprimono le sofferenze del popolo ebraico, popolo sempre perseguitato sia nell'Europa Occidentale, sia in quella Orientale e prefigura drammaticamente le  atrocità che saranno commesse nei mesi e negli anni successivi. Cristo è il martire che, al centro della scena, è simbolo di ogni vittima innocente, è cinto dal tallit (il tipico scialle della preghiera ebraico) e, come un tabernacolo, ha davanti a sé la luce della menorah (il candelabro a 7 braccia). Intorno a lui tutto sembra sprofondato nel caos. 
Chagall è ebreo, ma unisce in un unico grande quadro elementi particolari della sua tradizione religiosa e il centro della religione cristiana: Cristo diviene così, per il pittore, il simbolo stesso di chi è perseguitato.

Dice Imre Kerstész nel suo discorso al conferimento del Premio Nobel
"Io non ho mai tentato di interpretare il complesso di problemi definito Olocausto come qualcosa di simile a un conflitto ineluttabile fra tedeschi ed ebrei; (...)non l’ho mai considerato, per dir così, una sbandata unica della storia, un pogrom superiore per dimensioni a tutti quelli che lo hanno preceduto (...). Io ho visto nell'Olocausto la situazione dell’essere umano, lo stadio terminale della grande avventura, cui l’uomo europeo è giunto dopo duemila anni di cultura etica e morale.Ora non ci resta che pensare a come uscirne in avanti. Il problema Auschwitz non è, per così dire, se passarci sopra o no un tratto di penna; se conservarlo nella memoria o chiuderlo nel corrispettivo cassetto della storia; se innalzare monumenti per i milioni di assassinati e quale aspetto debbano avere. Il vero problema Auschwitz è che è accaduto e che noi, con la migliore o anche la peggiore nostra volontà, non possiamo cambiare questo fatto. (...)Vecchie profezie dicono che Dio sarebbe morto. Certo è che dopo Auschwitz noi siamo lasciati a noi stessi. Dobbiamo farci i nostri valori da noi, giorno per giorno, con quell'incessante  anche se invisibile, operare etico che un giorno li porterà alla luce e forse li eleverà a nuova cultura europea". 
Ecco, mi sembra giusto sottolineare quanto ci sia bisogno, come dice Kerstés, di questo "incessante e invisibile operare etico" che spetta prima di tutto a noi, uno per uno, perché proprio quando avviene il peggio noi dobbiamo sottrarre il nostro consenso e agire di conseguenza, accettando anche grandi momenti di dolorosa solitudine.

3 commenti:

  1. Giusto. Da me trovi un post sulla Compagnia del Collettivo del Teatro Due di Parma, che mette in scena da trent'anni, sempre con gli stessi attori, l'Istruttoria di Peter Weiss. Molti spettacoli sono mattutini, perché sono dedicati agli studenti, per mantenere desta la memoria e alto il livello di guardia. Nonostante questo e altri sforzi in questa direzione, la mia città sta diventando sempre più barbara e intollerante. :-(

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  2. Importante la memoriam per i giovani e per chi non conosce, ma altrettanto importante è un oblio voluto e consapevole per poter andare avanti dimenticando le molte atrocità del genere umano ...

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  3. Un post bellissimo, pieno di informazioni su quest'opera di Chagall e pieno di pensiero , grazie.

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