14/10/13

Un mare di rosso sangue

Erano almeno cento i bambini a bordo del barcone affondato venerdì 11 ottobre. Lo raccontano i superstiti. Alcuni dei 212 siriani sopravvissuti, suddivisi tra Malta, Lampedusa e Porto Empedocle, hanno spiegato di essere stati obbligati a salire su una barca dove i trafficanti alla fine avevano ammassato tra le 400 e le 450 persone. Il bilancio di quest'ultima strage potrebbe quindi avvicinarsi o superare i duecento morti. In gran parte bambini: ne mancherebbero all'appello una sessantina, secondo le informazioni raccolte dall'Acnur, l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. La strage sarebbe la drammatica conseguenza di un'operazione di contrasto all'emigrazione verso l'Europa da parte di una motovedetta della polizia o della guardia costiera libica. Alcuni sopravvissuti riferiscono infatti che poco dopo la partenza il barcone è stato intercettato da una motovedetta dalla quale sono state sparate raffiche di mitra. Prima in aria, poi ad altezza d'uomo, tanto che alcuni passeggeri sarebbero stati uccisi. Quindi i militari hanno mirato allo scafo. Le pallottole hanno forato le fiancate di legno e da quel momento, raccontano sempre i superstiti, il vecchio peschereccio ha cominciato a imbarcare acqua.

Vorrei dire molte cose, ma la mia penna si inceppa, come se qualcosa gli impedisse di proseguire su una carta che sembra refrattaria. Forse cerco parole che non esistono più. Scomparse. Abusate. Lettere morte inascoltate.
Forse il silenzio in un mondo in cui regna solo più il rumore, rappresenta meglio il dolore, lo sdegno, la ribellione. O forse è l'urlo che dovremmo emettere forte e prolungato? come quello del quadro di Munch che nasceva da un preciso stato d'animo del pittore che così lo descrive:
"Camminavo lungo la strada con due amici quando il sole tramontò, il cielo si tinse all'improvviso di rosso sangue. Mi fermai, mi appoggiai stanco morto ad una palizzata. Sul fiordo nero-azzurro e sulla città c'erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura... e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura"
E non è proprio questo quello che si presenta ai nostri occhi: un mare di rosso sangue, rosso sangue di uomini, donne, di bambini che nessuno vuole salvare, che possono morire senza che succeda nulla.
E' l'urlo che esce da una bocca di chi non sa più arginare il fiume in piena del male, dell'orrore a cui qualcuno vorrebbe ci abituassimo.
Siamo in guerra e lo dobbiamo dire, in guerra contro gente indifesa, contro gente affamata, contro gente cacciata dalla guerra. Siamo in guerra e nessuno vuole dire che di questo si tratta. Perché quando si difendono in questo modo i confini di che altro si tratta?
Come non urlare il nostro sdegno? Come non dire che questo mondo così com'è non può andare? Adesso è ora di dire che siamo per la vita, per tutti e sempre.


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