01/12/13

Vite che non sono la mia di Emmanuel Carrère

“La vita mi ha reso testimone di queste due disgrazie, una dopo l’altra e incaricato, o almeno così ho capito, di renderne conto. A me le ha risparmiate, e prego perché continui a farlo. Mi è capitato di sentir dire che la felicità si apprezza a posteriori. Che pensiamo: non me ne rendevo conto ma a quel tempo ero felice. Per me non è così. Sono stato a lungo infelice e molto cosciente di esserlo; oggi amo quello che è il mio destino (…)… preferisco ciò che mi rende simile agli altri a ciò che mi distingue. Anche questa è una cosa nuova.” 
E.  Carrère, Vite che non sono la mia
Nell’estate del 2004, Carrère si trovava con la compagna e i figli in vacanza in Sri Lanka, quando lo tsunami si è abbattuto era lì. L’onda lui non l’ha vista, perché il destino ha voluto che fosse in un luogo al sicuro. Ma ha assistito al dopo e ha condiviso il dolore e l’orrore di chi da quella grande ondata aveva visto portarsi via persone care, case e cose che gli appartenevano. In particolare ha condiviso lo strazio di una copia che aveva perso la propria bambina di cui non si riusciva neanche a ritrovare il corpo.
La sua crisi personale, quella che stava attraversando con la sua compagna da cui aveva intenzione di separarsi, gli deve essere apparsa poca cosa, i valori della vita e le priorità che fino allora lo avevano guidato sono necessariamente cambiati. 
Aveva visto la morte, quella improvvisa, inaspettata, violenta. Aveva visto le macerie, negli ospedali, negli occhi dei sopravvissuti. E questa esperienza non può che trasformarti nel profondo. Ora il rapporto con Helene diventa più saldo, perché il camminare a fianco della morte, può cambiare la propria esistenza: può far vedere ciò che non si vedeva prima, comprendere quello che ancora era oscuro, indicare strade che sembravano precluse. E’ così che Carrere dice della sua compagna: 
L’idea che potrei perderla mi risulta insopportabile, ma per la prima volta in vita mia penso che a portarmela via, o a portare via me, potrebbe solo essere un incidente, la malattia, qualcosa che ci piombi addosso dall’esterno e non l’insoddisfazione, la stanchezza, la voglia di novità. Dirlo è imprudente, ma davvero mi sembra impossibile. Certo, immagino che se c’è dato di durare ci saranno delle crisi, dei momenti di stanca, delle burrasche, che il desiderio si consumerà e si volgerà altrove, ma credo che resisteremo, che uno di noi due chiuderà gli occhi all’altro. Niente, in ogni caso, mi appare più desiderabile.
Carrère e la compagna ritrovano quindi un amore rinnovato. Tornati a Parigi in qualche modo cambiati, si trovano nuovamente ad affrontare la morte: la sorella di lei è malata di cancro e non ha più speranze di guarire. La scrittura del francese ripercorre la tragedia con grandissimo tatto ed delicatezza, giungendo a toccare momenti dell’esistenza che ci riguardano tutti da vicino: la vita, la morte, l’amore, l’amicizia, il dolore. Ad accompagnare lo scrittore nella ricostruzione di un momento tanto delicato, sarà un collega della donna da poco scomparsa: gli racconta il lavoro che svolgevano insieme, prima che lei si ammalasse. La seconda parte del romanzo ci presenta, così, le figure di Étienne e Juliette, due magistrati che, come semplici giudici di pace, hanno dedicato la loro vita a difendere le persone indebitate e  lo strozzinaggio di banche e società finanziarie. E’ così che Carrère  ci fa intravedere la vita e le condizioni di gente sofferente e diseredata.

L’ispiratori di Étienne e Juliette si chiama Oswald Baudot, figura forte del Sindacato dei magistrati che negli anni settanta tenne, davanti ai colleghi, questo scandaloso discorso: «Siate parziali. Per garantire un equilibrio tra il forte e il debole, tra il ricco e il povero che non hanno lo stesso peso, spostate l’ago della bilancia da una parte. Abbiate un pregiudizio favorevole verso la donna rispetto all’uomo, verso il debitore rispetto al creditore, verso l’operaio rispetto al padrone, verso l’infortunato rispetto alla compagnia di assicurazioni, verso il ladro rispetto alla polizia, verso la parte lesa rispetto alla giustizia. La legge va interpretata, dirà quello che volete farle dire. Tra il ladro e il derubato, non abbiate paura di punire il secondo.».
Apparso dopo un’immensa catastrofe naturale e un’impietosa malattia mortale, il personaggio di. Vite che non sono la mia è un libro che emoziona e commuove. Un esempio di una letteratura che sceglie una narrativa testimoniale e  documentaria

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