28/01/14

Etico è testimoniare per colui che non può testimoniare

Non siamo noi, i superstiti, i testimoni veri [...], sono loro, i “musulmani”  i testimoni integrali; ma chi ha visto la Gorgona, chi ha toccato il fondo, non è tornato per raccontare, o è tornato muto. Sono loro la regola, noi l’eccezione. Noi, toccati dalla sorte, abbiamo cercato [...] di raccontare non solo il nostro destino, ma anche quello degli altri, dei sommersi, appunto; ma è stato un discorso per “conto terzi”, il racconto di cose viste da vicino, non sperimentate in proprio”. (Primo Levi)
La testimonianza della Shoa, dice Agamben, costituisce  un processo assai complesso che coinvolge almeno due soggetti: il primo, il superstite, che può parlare ma che non ha niente d’interessante da dire, e il secondo, colui che ha toccato il fondo, e ha perciò molto da dire ma non può parlare. Pertanto conclude Agamben occorre intendere la testimonianza come "un atto di autore  che implica e comporta sempre una dualità essenziale,  e che consiste nel portare a compimento, integrare, perfezionare un’insufficienza, un’incapacità di testimoniare. Il soggetto etico è dunque – scrive lo studioso –  quel soggetto che testimonia di una desoggettivazione (p. 141 Etico è testimoniare per colui che non può testimoniare, integrare e compiere ciò che altrimenti resterebbe incompiuto".
Nella società in cui viviamo oggi vediamo donne, uomini, bambini vivere in situazioni molto difficili e a volte disumane, passiamo loro davanti, ascoltiamo, anche se raramente, le loro storie ridotte ad annuncio pubblicitario in televisione e la nostra vita procede senza che nulla cambi.
La crisi che stiamo vivendo rischia di produrre solidarietà un maggiore isolamento, in una lotta per la sopravvivenza che è nemica di ogni rivendicazione di diritti collettivi. Presi, come siamo nei nostri problemi, spaventati da un futuro che non è più promessa, ma minaccia, diventiamo ancora più disattenti, quando non indifferenti a chi, ormai da sempre, è costretta sopravvivere ai margini della società.
Si può vivere di poco se la nostra dignità è salva, ma se viene negata anche quella allora siamo alle porte di una nuova forma di dittatura di chi ha di più che vuole sempre di più. Siamo di fronte ad una situazione in cui diventa facile che si formi una mentalità collettiva che riesce a concepire un mondo in cui qualcuno è più uomo di un altro, che qualcuno ha più diritti di un altro, fino a dire che qualcuno non ha diritti e umano non è. Ci siamo vicino, basta pensare ai rom, ai cosiddetti "centri di accoglienza" (come si fa a chiamarli così, per immigrati, a ciò che sentiamo dire in giro ormai sempre più spesso di queste persone.
Il giorno della memoria è diventato un momento di commemorazione, ma dovrebbe essere un invito a focalizzare la nostra attenzione, là dove cominciamo ad accettare che un uomo sia meno uomo di noi, ad accettare che certi diritti sacrosanti siano calpestati e con loro siano calpestati persone in carne ed ossa. A riflettere e ad agire di conseguenza giorno dopo giorno perché questa deriva non diventi irreversibile.
"la mia opinione è che il male non è mai 'radicale', ma soltanto estremo, e che non possegga né la profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare tutto il mondo perché cresce in superficie come un fungo. Esso sfida come ho detto, il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, andare a radici, ed nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua "banalità"... solo il bene ha profondità e può essere integrale."
Il messaggio che scaturiva dal caso Eichmann, quello «che il suo lungo viaggio nella malvagità umana ci aveva insegnato», era per la Arendt «la lezione della spaventosa, indicibile e inimmaginabile banalità del male». Fatte salve le ovvie differenze fra quello che fu "il male assoluto" e quelli che sono i mali del nostro presente, non c'è dubbio che molti di essi derivino dalla mentalità del "così fan tutti", giustificata dai cattivi maestri della politica e ahimè anche troppo spesso delle cultura.
Penso che dobbiamo, come dice Agamben, imparare a "testimoniare per colui che non può testimoniare", essere portavoce dei bisogni e dei diritti di chi non ha voce nella nostra società, non pensare e non agire solo in base alla nostra realtà, ma guardando ad un mondo in cui al primo posto sia la dignità di tutti gli uomini.
Penso che bisogna riflettere, non accodarsi al pensiero dominante, coltivare il proprio pensiero critico che vuole e deve imparare a distinguere il bene dal male, il giusto dall'ingiusto a partire dalle nostre piccole azioni quotidiane. Solo così si può fare davvero onore a chi è morto nei campi di concentramento. Là dove noi siamo, la nostra voce deve fasi sentire, le nostre azioni devono rendere visibile ciò in cui crediamo al di là di quello che fanno tutti gli altri o la politica nel suo insieme.Oltre a giudicare il male che fanno gli altri dobbiamo diventare capaci di comprendere il male che noi possiamo o facciamo senza prenderne coscienza e avere il coraggio di pronunciare il nostro "No" di fronte a quello che riteniamo vada contro la giustizia.

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