20/01/14

Io vado avanti per sogni, che poi diventano idee, progetti...

E' morto Abbado, lo voglio ricordare con questa intervista riportata su "Il corriere della sera".

BERLINO - A dieci anni era “impazzito per Bela Bartok”. E quando tornava da scuola, con un gessetto preso in classe, scriveva sul muro di casa in via Fogazzaro: VIVA BARTOK. C'era la guerra, era il 1943, e i nazisti occupavano Milano. Meno di un secolo prima, i giovani patrioti risorgimentali avevano riempito i muri della città con VIVA VERDI, uno slogan politico. Che anche dietro Bartok ci fosse qualche messaggio d’ opposizione? La Gestapo lo pensò subito, “e vennero dal portiere per chiedergli: ma chi lo ha scritto? E poi chi è questo Bartok, forse un partigiano?”.
E invece Bartok era Bartok. Ma l’ ardore musicale del bambino era rischioso lo stesso, “perché’ in quel periodo mia madre aiutava veramente i partigiani, aveva aiutato a scappare Sergio Solmi, il poeta, abbiamo nascosto anche il figlio di amici ebrei che si erano rifugiati in Svizzera, e noi dovevamo dire a tutti che era nostro cugino; venne arrestata per questo e si salvo’ solo perche’ aveva incontrato un tenente delle SS italiane che era stato allievo di suo padre, Guglielmo Savagnone, il mio nonno siciliano”. Un avo con la corda pazza questo Nonno Guglielmo, “un personaggio straordinario”.
Quella cattedra all'Università’ di Palermo se l'era dovuta conquistare fuori d’ Italia: “Non ricordo se alla fine del liceo o all'inizio dell’università, di sicuro aveva preso a schiaffi un professore ed era stato cacciato da tutte le scuole del Regno. Così aveva studiato in Germania, a Lipsia, si era laureato diventando un grandissimo esperto di papirologia ed era tornato a Palermo a insegnare”. Ma questo, Claudio Abbado, lo ha scoperto dopo, e il suo lungo viaggio verso la cultura tedesca è stato in realtà “un ritorno”. Un giorno con Abbado nel tempio dei Berliner Philharmoniker. Il giorno dopo un nuovo trionfo con la versione concertata dell’“Otello” verdiano, prima tappa dello Shakespeare Zyklus che dominera’ la “Szene” berlinese fino a giugno. Sono passati sei anni esatti da quando i maestri dell’ orchestra più democratica del mondo hanno scelto Claudio Abbado come successore di Herbert von Karajan.

Per lui, cresciuto nel mito di Wilhelm Furtwangler, la materializzazione di un sogno. “Il momento più commovente di questi anni, ammette semplicemente, me lo ha regalato Elisabeth, la vedova di Furtwangler. Aveva ascoltato un nostro concerto a Lucerna e sapeva che dovevamo suonare a Ginevra, cosi’ mi ha scritto una lettera: “...Come successore di mio marito, la invito ad abitare a casa mia”. Ecco, per me questa frase è stata straordinaria, essere il successore di Furtwangler”. Non poteva andare in modo diverso per un musicista che, ancora diciottenne, si era sentito predire da Arturo Toscanini: “Avrai molto successo”. Avvenne a Milano, nella casa del grandissimo in via Durini. Claudio Abbado, figlio d’arte, suonava anche con l’orchestra da camera fondata dal padre violinista. “I miei genitori frequentavano Toscanini perche’ l’ insegnante di mio padre era Enrico Polo, il cognato di Toscanini e allievo di Joachim, il piu’ grande amico di Brahms. Una sera si decise di suonare in casa Toscanini. Cosi’ ho diretto dal pianoforte un concerto di Bach. E Toscanini mi disse quella frase”. Andava a vederlo alla Scala, “mi ricordo le prove con lui sempre molto duro che trattava malissimo gli orchestrali, “cani” era la sua espressione ricorrente. Toscanini aveva una personalità fortissima, sapeva imporre una disciplina d’ orchestra. Ma io già allora apprezzavo di più Furtwangler, dava un significato piu’ profondo a ogni nota, sapeva sollecitare una partecipazione piu’ democratica”. Quarant’ anni dopo la scomparsa di Furtwawngler, Claudio Abbado siede al posto del suo mito.

E continua la tradizione che vuole ai Berliner direttori che siano un po’ anche padri: “E’ vero, l’ochestra ha sempre avuto queste figure che stanno per tanto tempo, quasi una vita, e che stabiliscono con gli orchestrali un rapporto umano molto profondo. Abbiamo fatto per esempio questa tournée e in treno attraverso la Germania, una vecchia tradizione. Si viaggia, si suona, si mangia, si scherza, si fa tutto insieme. Uno dei violini compiva 65 anni, si chiama Westphal ed e’ forse l’orchestrale più’ carismatico, allora gli hanno dedicato dei quartetti per festeggiarlo, capisce? Dei quartetti su un treno. Voglio dire che c’è ai Berliner il senso di una grande famiglia: il direttore deve aiutare gli orchestrali non soltanto sul piano musicale ma anche su quello umano. Se ci sono problemi familiari sono problemi di tutti”.

E allora e’ vera la storia che lei fa anche lo psicologo. Abbado sorride con i denti grandi e l’aria vagamente fanciullesca: “Sì, ma questa e’ una cosa che mi tiro dietro da quando ero molto giovane. Ero taciturno, anche a scuola, e i coetanei mi venivano a confidare delle cose. E’ vero anche adesso, tante volte parliamo di problemi che magari sono legati alla musica ma che comunque appartengono alla sfera personale”. C’ erano molte possibilità, al momento di decidere la successione di von Karajan. Ma il prescelto fu Abbado, perché? “Fu decisiva la terza sinfonia di Brahms che mi avevano invitato a dirigere per il Festival di Berlino. L’orchestra aveva soprattutto voglia di fare più musica moderna, più musica francese, allargare il suo repertorio. E’ quello che poi e’ successo, ma non solo, perché’ abbiamo anche realizzato il progetto dei cicli: adesso abbiamo Shakespeare, prima abbiamo avuto Faust e il mito greco. Dunque abbiamo diversificato il modo di suonare, da un lato continuando la tradizione di questo suono caldo, bello, che e’ stato il marchio dei Berliner per il romanticismo, e dall'altro creando per la musica contemporanea, dalla scuola viennese a oggi, un modo di suonare più moderno. E poi abbiamo lavorato molto anche sulla musica barocca”.

Lasciamo i Berliner. Di Claudio Abbado si dice fra l’ altro che non lavora volentieri in Italia. “Questa e’ una leggenda, io lavoro moltissimo in Italia. Sono stato a Reggio Emilia ancora in ottobre e novembre con i giovani della Mahler Jugend Orchestra. Abbiamo provato pezzi di Schonberg, i Caminantes di Nono: grandi messaggi per la pace. Lei mi chiederà perché Reggio Emilia o Ferrara, ma perché lì come in altre città dell’ Emilia si varano iniziative che vengono copiate in tutto il mondo”. Che il cuore di Claudio Abbado batta a sinistra non è questo omaggio all’Emilia rossa a rivelarcelo. Ma lui bolla come “ridicole” le etichette: “Quando dico che la Regione Emilia fa delle cose straordinarie, per me conta zero il fatto che sia amministrata dalle sinistre”.

E pero’ rifarebbe tutto, “come suonare nelle fabbriche, aprire la Scala agli studenti e ai lavoratori, cose che ho fatto perché le ritenevo giuste non perché fossero di destra o di sinistra. Quando protestavo contro la guerra del Vietnam insieme a Maurizio Pollini o contro i colonnelli greci, tutti facevano titoli sui musicisti rossi, pero’ quando protestai contro i carri sovietici a Praga esponendomi personalmente con Kubelic e con Daniel Baremboim, nessuno disse nulla perché non faceva comodo né a sinistra né a destra. Rifarei tutto. Faccio un altro esempio: io ho diretto molta musica di Luigi Nono, che considero un grandissimo compositore, eppure la reazione era sempre la stessa, Nono ecomunista. Pensi che una volta a Vienna mi sono trovato un musicista dei Wiener il quale, alla fine della Settima di Bruckner, mi disse: “Meraviglioso, non mi sarei mai aspettato che un italiano di sinistra come lei potesse dirigere Bruckner in modo cosi’ profondo”, poi scoprii che ai tempi era stato un fervente nazista”. Il cuore dell’attività di Abbado rimane all’estero, prima a Vienna ora a Berlino.

Un “esilio” sufficiente a confrontare, a cercare di capire quale sia il “male oscuro” che sembra divorare la cultura in Italia: “La cultura rende ricco un Paese, anche economicamente. Non è vero che in Germania o in Austria si fa di più per la cultura perché sono più ricchi, e’ vero il contrario, sono più ricchi perché si fa di più per la cultura. Ricordo un esempio viennese al tempo del cancelliere Kreisky: si doveva decidere se costruire un pezzo di autostrada oppure se potenziare la nuova stagione operistica e teatrale. Scelsero Opera e Teatro, in Italia sarebbe avvenuto il contrario. Siamo un Paese ricchissimo, e invece di valorizzare le nostre potenzialità ci perdiamo in beghe provinciali, in contrapposizioni assurde tra Nord e Sud”.

E’ difficile abbordare l’ argomento, ma Claudio Abbado sa sciogliere subito l’ imbarazzo: i rapporti con Riccardo Muti, la rivalità vera o presunta con l’ altra grande stella della direzione d’ orchestra italiana. “La nostra rivalità’ ? Un’ altra leggenda. L’ ultima volta che ci siamo visti è stato a Vienna a cena da amici e come sempre ci siamo fatti matte risate su questa menzogna, costruita dai media, dalle case discografiche: qualcuno aveva un accendino quella sera, con la sigla di una casa discografica; ecco, e’ stata la nostra battuta, qualcosa che funziona nelle case discografiche. E’ un altro assurdo. Io trovo che Milano debba essere ben felice di avere un direttore come Muti alla Scala, ce ne fossero tanti altri bravi come Riccardo”.

Eppure anche le leggende attingono alla Storia. Notazione puramente personale: per quanti sforzi faccia nell’accreditare un idillio con il direttore della Scala, Claudio Abbado non ci convince. Ma avete invitato Muti ai Berliner? “Certo. Ci sono gli “Amici dei Berliner” che vengono invitati molto democraticamente e vengono regolarmente: Zubin Mehta, Daniel Baremboim, Pierre Boulez, James Levine, Simon Rattle e Seiji Ozawa. Anche Riccardo è stato invitato. Fra l’ altro c’è l’ Europa Konzert diretto ogni anno da me o da un direttore ospite, ecco Riccardo e’ stato invitato proprio per questo concerto. L’ orchestra è andata a parlare con lui chiedendogli ovviamente di dirigerlo anche durante la stagione. Ma lui ha cancellato”. Tutto qui? “Io devo dire un’altra cosa, che ho messo qui a Berlino un limite agli onorari, una cosa della quale mi sono tutti molto grati. E’ un tetto più basso di ciò che ricevo altrove e che ho imposto a me stesso sul contratto con i Berliner insieme alla clausola che nessuno ricevesse più di questo compenso”. Il discorso rimane sospeso. Bussano alla porta del camerino. E’ una giovane soprano, pronta per l’ audizione. Abbado deve congedarsi. Ma c’è un progetto, il progetto della sua vita? No, dice il maestro. E ci regala l’ ultimo aneddoto: “Quando avevo sette anni ho sentito i Notturni di Debussy alla Scala diretti da Guarnieri, un’esperienza magica. Da allora ho sempre pensato di realizzare questa musica. E un giorno l’ ho fatta. Ecco, io vado avanti per sogni, che poi diventano idee, progetti. Uno dei miei sogni è il “Tristano”. Ma a me piace lavorare a lungo su una cosa, scavarla, maturarla, sul “Boris Godunov” per esempio ho lavorato vent’ anni”.

20 gennaio 2014
Paolo Valentino Corriere della Sera del 12 dicembre 1995

Nell’Abbado fondatore di orchestre giovanili è racchiuso probabilmente il senso più profondo della sua concezione musicale: il suonare insieme, il cantare insieme come esempio e modello di come l’umanità dovrebbe imparare a vivere insieme. Da sempre il fare musica di Abbado ha racchiuso una vocazione comunitaria. Comprendere questa vocazione è necessario se si vuole interpretare il vuoto di questa perdita enorme, ma anche per raccoglierne la lezione di civiltà.

Una chiave sta forse nelle parole scritte da Abbado qualche anno fa in occasione del pubblico debutto di una delle tante formazioni musicali nate per sua iniziativa, il Coro Papageno, un coro molto speciale, formato da detenuti del carcere bolognese della Dozza: «In un coro ogni persona è sempre concentrata sulla relazione della propria voce con le altre. Imparare a cantare insieme significa imparare ad ascoltarsi l’un l’altro. Il coro quindi, come l’orchestra, è l’espressione più valida di ciò che sta alla base della società: la conoscenza e il rispetto del prossimo, attraverso l’ascolto reciproco e la generosità nel mettere le proprie risorse migliori a servizio degli altri». 
"Sono sempre stato profondamente convinto che la musica contenga in sé una forza in grado di travalicare i suoi stessi confini. Non c’è solo un valore estetico nel fare musica: dalla sua bellezza intrinseca, in grado di comunicare universalmente, scaturisce un intenso valore etico. La musica è necessaria al vivere civile dell’uomo, perché si basa sull’ascolto, che è un elemento imprescindibile, anche se quasi sempre trascurato. La musica è necessaria alla vita, può cambiarla, migliorarla e in alcuni casi può addirittura salvarla. Per questo motivo da sempre insisto sull’importanza dell’educazione musicale, che in ultima analisi diventa educazione dell’Uomo. Prima è però fondamentale che la musica sia accessibile a tutti, democraticamente. L’amico José Antonio Abreu ha fatto un lavoro mirabile in Venezuela, dove la musica è diventata un bene comune, senza distinzione alcuna fra i ceti sociali. Con il suo “Sistema orchestrale giovanile e infantile” ha coinvolto nell’arco di 35 anni di duro lavoro oltre due milioni di giovani. Oggi sono più di quattrocentomila e molti di loro, attraverso la musica, hanno trovato una via diversa, alternativa alla violenza e alla droga. Giovani musicisti del calibro di Gustavo Dudamel, di Diego Matheuz sono nati proprio lì, in mezzo a quelle difficili realtà, e ora che sono diventati affermati direttori d’orchestra rappresentano quel modello culturale in tutto il mondo.

Uno degli obiettivi dell’Orchestra Mozart è quello di portare la musica a quante più persone possibile, organizzando a fianco dell’attività concertistica diverse iniziative, come ad esempio quelle dedicate alle carceri. Con il Progetto Tamino la Mozart è arrivata nelle corsie degli ospedali, realizzando attività di musicoterapia e concerti da camera per i piccoli pazienti. Un “semplice” strumento musicale può così diventare uno strumento di crescita culturale e quindi sociale".
Claudio Abbado

2 commenti:

  1. Un grandissimo della musica, europea e non solo.

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  2. Mi mancherà la sua musica...
    E' un grande!!!

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