08/02/14

Hanna Arendt, un film della Von Trotta

In occasione dell’ultimo “Giorno della Memoria” è stato distribuito nelle sale italiane il film di Margarethe Von Trotta Hannah Arendt. L’uscita del film era prevista per ottobre dello scorso anno. Gli esercenti hanno deciso, in seguito, di togliere il film dalla programmazione arrivando ad una soluzione di compromesso: Hannah Arendt esce come “evento speciale” e solo per due giorni, il 27 e 28 gennaio 2014.
Non si sa se dietro questa decisione ci siano state solo valutazioni di tipo commerciale, o se ci sia stato dell’altro. Nonostante gli ostacoli, quasi ogni singola proiezione ha registrato il tutto esaurito. Senza star di richiamo, senza pubblicità, senza promesse di sorrisi e/o commozione a buon mercato.

E’ molto difficile fare un film parlando di una filosofa. Per questo sono andata a vedere Hanna Arendt della Von Trotta con un po’ di diffidenza. E’ difficile perché quasi impossibile raffigurare la complessità del pensiero. Si rischia molto.

Margarethe von Trotta narra la vicenda, umana, politica e intellettuale di una pensatrice di grande spessore che ha lavorato una vita per comprendere e interpretare i totalitarismi del Novecento: il nazismo e il comunismo.
Il film, in particolare, si sofferma su un periodo fondamentale della vita di Hannah Arendt: quello tra il 1960 e il 1964. L’intellettuale, ebrea emigrata dalla Germania negli Stati Uniti nel 1940, vive a New York con il marito, il poeta e filosofo tedesco Heinrich Blücher. In quegli anni ha già pubblicato testi di teoria filosofica e politica, tra cui l’importante “Origini del totalitarismo”,  insegna in una prestigiosa Università dove è molto seguita dai suoi studenti.  
Ha un buon numero di amici e un’amica, Mary McCarthy, che sarà sempre al suo fianco.
Nel 1961, quando il Servizio Segreto israeliano rapisce il criminale di guerra nazista Adolf Eichmann, nascosto sotto falsa identità a Buenos Aires, la Arendt chiede di seguire il processo che si tiene a Gerusalemme. Il marito cerca di farla desistere, ma la filosofa è determinata “Assistere a questo processo è un obbligo che ho verso il mio passato”. La donna ottiene di essere inviata come reporter della prestigiosa rivista 'New Yorker'.
Adolf Eichmann, ex colonnello delle SS, aveva collaborato alla conferenza di Wansee il cui scopo era, citando Hannah Arendt “coordinare tutti gli sforzi diretti a realizzare la soluzione finale” attraverso la discussione delle misure giuridiche, cioè cosa fare dei “pezzi” ebrei? e come ucciderli così tanti e in fretta?. E a Wansee si deciderà che la “soluzione finale sarebbe iniziata dal Governatorato generale, dove non esistevano problemi di trasporto”, per poi spostarsi verso est dove sarebbero stati necessari i convogli ferroviari: logistica, efficienza, risparmio, queste erano le parole d’ordine. Di questo si sarebbe dovuto occupare Eichmann. Delle sua responsabilità al genocidio si sarebbe dovuto parlare al processo in Israele.

La Germania occidentale era intanto diventata un saldo alleato degli Stati Uniti in funzione antisovietica, quindi sia Israele che Germania erano schierate, sullo scacchiere internazionale, dalla stessa parte. Ma Israele doveva ancora regolare i conti con i criminali nazisti, responsabili dello sterminio degli ebrei, molti dei quali già processati a Norimberga dagli stati vincitori, poi dai tribunali dei singoli stati con tempi e modalità diversi. Israele, essendo  nata come nazione dopo la fine del conflitto bellico, non aveva potuto fare i suoi processi pur essendo direttamente in causa. Il processo ad Eichmann era diventato la sua occasione: il criminale sarebbe stato giudicato per la prima volta davanti a un tribunale composto interamente da ebrei.
Per questo il processo doveva essere trasmesso in Tv e doveva avere una grande risonanza nazionale ed internazionale: tutti dovevano sapere di cosa era stato capace il nazismo con i suoi burocrati. E tutti dovevano sapere che Israele era finalmente uno stato sovrano in grado di difendere le proprie vittime.
Ed è la corte, più che l’imputato, la vera protagonista del processo.
Con me”, dice Hausner nell’arringa iniziale, “ci sono 6 milioni di perseguitati”, mai, nessuno, prima, ha pronunciato queste parole in una corte di giustizia, neanche a Norimberga dove la legge ha parlato per conto dei vincitori. Ora lo fa per conto delle vittime”.
 
Hanna ascolta con attenzione la difesa che Eichman fa di se stesso. Ascoltandolo non riesce a vedere in lui nient’altro che un mediocre burocrate, uno che, per difendersi dalle atrocità commesse, non sa dire altro che: “ho obbedito perché la legge dello Stato è la legge che devo seguire” citando anche Kant. Non si trovava quindi di fronte ad un mostro, come si voleva pensare, ma di fronte ad un uomo comune che fa “semplicemente” quello che gli viene detto di fare, anche se questo vuol dire far morire tra le più atroci sofferenze migliaia e migliaia di persone.
 L’uomo rinchiuso nella gabbia di vetro costruita appositamente per proteggerlo, appare alla filosofa come: “un uomo di mezza età, di statura media, magro, con un’incipiente calvizie, dentatura irregolare e occhi miopi, il quale per tutta la durata del processo se ne starà con lo scarno collo incurvato sul banco (neppure una volta si volgerà a guardare il pubblico) e disperatamente cercherà riuscendovi sempre di non perdere l’autocontrollo, malgrado il tic nervoso che gli muove le labbra e che certo lo affligge da molto tempo. Qui si devono giudicare le sue azioni, non le sofferenze degli ebrei, non il popolo tedesco o l’umanità, e neppure l’antisemitismo e il razzismo
Hanna Arend ascolta, poi, le testimonianze di sopravvissuti ebrei che mettono in evidenza la condiscendenza dei leader delle comunità ebraiche in Europa, di fronte ai nazisti e ne rimane molto scossa. 
Il 19 febbraio Hannah Arendt riparte per l’Europa con il materiale per il suo reportage. Al suo ritorno, l’intero l’appartamento è pieno di “posta inattesa e inviata dopo la nostra partenza”. Si mette al lavoro. Il reportage di H. A. scatena un grande  scandalo specialmente nel mondo ebreo.
Che un semplice report potesse dare vita a una disputa di quelle dimensioni risulta, nell'immediato, incomprensibile per Arendt. 


L'ebreo Kurt Blumefeld, uno dei suoi più cari amici, si allontanerà da lei, e lo scandalo si diffonderà in Israele e negli USA. La studiosa rischierà di perdere il posto all’Università dove però troverà l’appoggio incondizionato dei suoi studenti.
La polemica la lascerà sola con l'unico appoggio del marito e della sua cara amica.
Una polemica non ancora del tutto sedata se si pensa che Claude Lanzmann, autore del film Shoah, ritiene La banalità del male “Una delle più colossali idiozie mai concepite”, dichiarazione fatta proprio nei giorni dell’uscita del suo film e di quello della Von Trotta .
Gli articoli della Arendt saranno poi raccolti in un libro di grande successo Eichmann in Jerusalem. A Report on the banality of the Evil, tradotto in Italia con una fortunata inversione di titolo La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme (Feltrinelli 1964) da cui emerge chiara la sua convinzione: la mancata riflessione sulla responsabilità delle proprie azioni criminali farebbero sì che esseri spesso banali si trasformino in autentici agenti del male. Un altro dei temi scottanti del suo libro oggetti della controversia, è la collaborazione dei leader sionisti dei paesi occupati e la passività degli ebrei di fronte alla deportazione.
 
Di questo parla l’Hannah Arendt di Von Trotta: del processo delle polemiche, della reazione di Arendt, di Mary McCarthy, di Hans Jonas. Vuole parlare di una studiosa libera da ogni vincolo, che parla di quello che vede e rivendica il diritto di interrogarsi su ciò che registra. Non difende né popoli, né patrie. “Io non amo nessun popolo”, dice Arendt nel film, “amo gli uomini, nella loro individualità”. Le idee, nella loro individualità.

Un film diverso da quelli che siamo abituati a vedere, un film per ragionare sul nazismo e sulla Shoa, in modo meno rituale e diverso da altri film su questo argomento. La Arendt ci sollecita a pensare al male in un modo molto poco usuale e dice:
"La mia opinione è che il male non è mai 'radicale', ma soltanto estremo, e che non possegga né la profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare tutto il mondo perché cresce in superficie come un fungo. Esso sfida come ho detto, il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, andare a radici, ed nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua "banalità"... solo il bene ha profondità e può essere integrale."

6 commenti:

  1. Uomo che non sai bene e non sai male, quanto mi costi

    RispondiElimina
  2. Mi piace questo pensiero: “Io non amo nessun popolo”, dice Arendt , “amo gli uomini, nella loro individualità”. Le idee, nella loro individualità.
    Buona domenica

    RispondiElimina
  3. Grazie di questa bella recensione. Non ho visto il film ma ho appena finito di leggere il libro in questione. mi sembra di capire quindi che il film ne sia piuttosto fedele. Era in tedesco con sottotitoli anche da te?

    RispondiElimina
  4. Tedesco e inglese con sottotitoli, ma c'è anche una versione doppiata. Comunque si segue molto bene.

    RispondiElimina
  5. Quanta sana complessità nel pensiero della Arendt! Nutrimento per ogni vera democrazia.
    Purtroppo ho perso la visione del film nelle sale. Spero di riuscire a vederlo presto in altre occasioni. Intanto questa lettura mi motiva ancor di più a rintracciarle.
    Il tuo post mi è piaciuto molto e ne ho inserito un link dal blog di filatelia al femminile "Dietro le gommelle".
    Spero di avere fatto cosa gradita.

    RispondiElimina