17/02/14

In tutto il mondo siamo sempre in due. Chiavi per una convivenza universale

«Avvicinarsi all'altro come altro» spiega perché sia tanto difficile per noi riconoscere l'altro in quanto tale e rispettare la differenza tra noi. Siamo stati abituati a ridurre l'altro a ciò che ci è proprio o a noi stessi. Al livello della coscienza come a quello dei sentimenti, siamo stati educati a rendere nostro quel che avviciniamo o che ci viene incontro. Il nostro modo di ragionare, il nostro modo di amare consiste spesso in un'appropriazione, sia attraverso una mancanza di differenziazione o una fusione, sia attraverso una trasformazione in un oggetto, un oggetto di conoscenza o di amore, che integriamo nel nostro mondo. Ci comportiamo così in particolare con quelli che ci sono più vicini, dimenticando che sono altri, differenti da noi, ma anche con lo straniero, accolto da noi a patto che lui, o lei, accetti di essere conglobato nei nostri modi di vivere, nei nostri costumi, nel nostro mondo. Perdiamo così l'emozione e l'arricchimento che riceviamo dall'incontro con l'altro. E spesso è solo all'inizio di un incontro che l'altro ci tocca in una maniera globale e incontrollabile. Allora il mistero che l'altro rimane per noi ci comunica un risveglio, corporeo e spirituale al contempo. Dopo perdiamo questo risveglio, persino la percezione dell'altro svanisce. L'altro è diventato una parte di noi, a meno che non l'abbiamo rigettato. L'altro deve invece stare; insieme dentro e fuori da noi, non dentro o fuori. L'altro ha un posto nella nostra interiorità, pur rimanendo esterno, estraneo, altro da noi. Solo così continuerà a commuoverci ed illuminarci, senza che siamo capaci di catturare o fare nostra la reale origine del nostro stato. Sfortunatamente la trascendenza dell'altro, del «tu» come irriducibilmente differente dall'«io», non è ancora una consuetudine nella nostra cultura. Tutt'al più l'altro è rispettato in nome della tolleranza o di un dovere religioso, a meno che non sia riconosciuto come un nostro simile, un compagno o un pari. Stiamo però entrando in un'epoca di meticciato generalizzato e la nostra logica occidentale basata sul principio di identità a sé, sul proprio di sé, sul simile, sul medesimo, sull'uguale a sé, mostra tutta la sua incapacità a risolvere il problema della differenza che abbiamo da affrontare. Pensare, ad esempio, un nero come uguale a un bianco, o una donna come uguale a un uomo, equivale a sottometterli ai modelli della cultura occidentale - per quanto generosamente paternalistica possa essere l'intenzione. Ma l'uomo occidentale fa resistenza a vivere e condividere con il differente. Preferisce diventare un po' nero o un po' donna piuttosto che farsi carico di modifiche della sua logica che stanno diventando inevitabili di questi tempi. Per la rivoluzione di pensiero, dell'etica, della politica che dobbiamo affrontare, la differenza sessuale, o piuttosto sessuata, sembra la questione cruciale. Perché questa differenza è universale e, in quanto tale, potrebbe diventare il legame basilare nella costruzione di una comunità mondiale in cui la relazione tra natura e cultura verrebbe trasformata. Tanto più che spesso è il modo specifico in cui viene elaborata la differenza sessuata - per quanto riguarda la genealogia e il matrimonio o altre alleanze orizzontali - che sta al cuore delle differenze tra tradizioni e culture. Trovare una regolazione democratica per le relazioni tra l'uomo e la donna, gli uomini e le donne, potrebbe così essere d'aiuto per entrare in un'epoca di intercomunicazione, che si tratti delle nostre relazioni più intime o dell'intreccio di relazioni che compongono una comunità globale".
Luce Irigaray

Nessun commento:

Posta un commento