27/02/14

Viaggiare è andare dall'altra parte della frontiera ma scoprire di essere pure dall'altra parte.

Non c’è viaggio senza che si attraversino frontiere – politiche, linguistiche, sociali, culturali, psicologiche, anche quelle invisibili che separano un quartiere da un altro nella stessa città, quelle tra le persone, quelle tortuose che nei nostri inferi sbarrano la strada a noi stessi. Oltrepassare frontiere; anche amarle – in quanto definiscono una realtà, un’individualità, le danno forma, salvandola così dall'indistinto – ma senza idolatrarle, senza farne idoli che esigono sacrifici di sangue. Saperle flessibili, provvisorie e periture, come un corpo umano, e perciò degne di essere amate; mortali, nel senso di soggette alla morte, come i viaggiatori, non occasione e causa di morte, come lo sono state e lo sono tante volte. Viaggiare non vuol dire soltanto andare dall'altra parte della frontiera, ma anche scoprire di essere sempre pure dall'altra parte.

In Verde acqua Marisa Madieri, ripercorrendo la storia dell’esodo degli italiani da Fiume dopo la seconda guerra mondiale, nel momento della riscossa slava che li costringe ad andarsene, scopre le origini in parte anche slave della sua famiglia in quel momento vessata dagli slavi in quanto italiana, scopre cioè di appartenere anche a quel mondo da cui si sentiva minacciata, che è, almeno parzialmente, pure suo.

Quando ero un bambino e andavo a passeggiare sul Carso, a Trieste, la frontiera che vedevo, vicinissima, era invalicabile – almeno fino alla rottura dei rapporti fra Tito e Stalin e alla normalizzazione dei rapporti fra Italia e Jugoslavia – perché era la Cortina di ferro che divideva il mondo in due.Dietro quella frontiera c’erano insieme l’ignoto e il noto. L’ignoto, perché là cominciava l’inaccessibile, sconosciuto, minaccioso impero di Stalin, il mondo dell’Est, così spesso ignorato, temuto e disprezzato. Il noto, perché quelle terre, annesse dalla Jugoslavia alla fine della guerra, avevano fatto parte dell’Italia; ci ero stato più volte, erano un elemento della mia esistenza. Una stessa realtà era insieme misteriosa e familiare, quando ci sono tornato per la prima volta è stato contemporaneamente un viaggio nel noto e nell’ignoto. Ogni viaggio implica, più o meno, una consimile esperienza: qualcuno o qualcosa che sembra vicino e ben conosciuto si rivela straniero e indecifrabile, oppure un individuo, un paesaggio, una cultura che ritenevamo diversi e alieni si mostrano affini e parenti. Alle genti di una riva quelle della riva opposta sembrano spesso barbare, pericolose e piene di pregiudizi nei confronti di chi vive sull'altra sponda. ma se ci si mette a girare su e giù per un ponte, mescolandosi alle persone che vi transitano e andando da una riva all'altra fino a non sapere più bene da quale parte o in quale paese si sia, si ritrova la benevolenza per se stessi e il piacere del mondo.
 Claudio Magris (L’infinito viaggiare – 2005)
Bisogna diventare costruttori di ponti, di luoghi dove tutti possano passare e mescolarsi agli altri. Bisogna abbattere muri, il che non vuol dire rinunciare a noi stessi per confonderci agli altri, né vuol dire assimilare gli altri a noi. Vuol dire conoscere l'arte dell'incontro e del dialogo nella reciproca diversità. E quest'arte si impara in un esercizio quotidiano nella consapevolezza che tutto ciò che sapremo regalare o ricevere sarà motivo di arricchimento per tutti. 
Non sappiamo cosa succederà nell'incontrarci, ma questo sarà motivo di sorpresa e senza sorpresa non c'è vita.

3 commenti:

  1. occorre un po' di coraggio per lasciare il noto e andare incontro all'ignoto e questo a ogni livello, il premio però è sempre l'arricchimento reciproco e la scoperta di nuovi orizzonti dove si paventavano oscuri pericoli.

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  2. Purtroppo sono assai pochi coloro che hanno il dono di questa apertura mentale.
    Non credo si tratti di intelligenza, penso piuttosto alla mancanza di fantasia unita all'educazione ricevuta.

    Cristiana

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  3. Gli esodi, le fughe, svelano sempre una componente ecumenica, solo che questa rimane occulta ai più che immaginano la natura esclusiva e proprietaria di casa propria, rinunciando a comprendere quanto pezzi dei loro codici (genetici e culturali) gli appartengano solo perché un tempo furono migranti. Vivo ormai da diversi anni al centro-nord di questo strano paese inconsapevolmente meticcio, ma vengo dalle coste del Mar d'Africa, dove sbarcano migranti che l'immaginario collettivo pretende siano altro da noi; poi magari scopri che vengono dalla terra di Agostino o studiano nelle loro scuole le poesie di Ibn Hamdis, un peta straordinario nato proprio in Sicilia. E allora sorprende ancora una volta che ad ogni migrazione si scopre l'altro, ma è un altro che ci appartiene, almeno quanto noi gli apparteniamo.

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