07/02/14

Ricostruiamolo, quel paradiso...

Ci sono artisti; che riconosciamo di alto livello, ma non tutti sono anche grandi persone. Quando lo sono la loro forza è travolgente, ti contagia e ti dà speranza. E' il caso del fotografo Sebastião Salgado, il grande fotografo brasiliano, Una dei suoi ultimi lavori sono raccolti nel libro  l"Genesi". Questo lavoro che è durato otto anni i suoi scatti sono tutti tesi a sottolineare la necessità di salvaguardare il nostro pianeta.
Ma per capire l'idea di questa mostra bisogna tornare indietro negli anni.
Salgado è nato in Brasile nel 1944 ed è cresciuto in una tenuta agricola formata da foresta pluviale per oltre il cinquanta per cento. Viene, quindi, dal mondo contadino dove ha imparato ed apprezzato la lentezza e soprattutto la pazienza. La sua sensibilità ecologica e la sua passione per la natura hanno queste radici. Parlando del suo luogo di nascita, il fotografo lo definisce:
“Un posto meraviglioso. Vivevo circondato da uccelli incredibili, animali incredibili, nuotavo nei nostri piccoli fiumi con i nostri caimani. C'erano circa 35 famiglie che vivevano in questa tenuta, e tutto quello che producevamo, lo consumavamo noi. Ben pochi prodotti finivano sul mercato. Una volta l'anno, l'unica cosa che finiva sul mercato era il bestiame da noi allevato, e facevamo viaggi di almeno 45 giorni per arrivare al mattatoio, portando migliaia di capi di bestiame, poi ci volevano circa 20 giorni di viaggio per tornare alla fattoria”.
All’età di 15 anni,però, lascia la fattoria e si trasferisce in città per completare la seconda parte delle scuole superiori.
Comincerà la sua attività di fotografo solo a 30 anni, e diventerà la sua passione e al sua missione. Realizzerà diversi progetti per raccontare la sofferenza e lo sfruttamento degli uomini sulla terra. Salgado mette il suo enorme talento creativo al servizio della realtà drammatica, tragica, insostenibile eppure così poco conosciuta ai più di profughi, perseguitati, emarginati, poveri, lavoratori sfruttati e alla condizione umana dei deboli in generale.
Dal 1994 al 2000, ha realizzato fotografie per una storia dal titolo Migrazioni che è diventata un libro, poi una mostra.
Ma – racconta Salgado - mentre stavo facendo queste fotografie, stavo vivendo un momento molto difficile della mia vita, soprattutto in Ruanda. In Ruanda vidi la brutalità totale. Vidi gente morire a migliaia ogni giorno. Persi la fiducia nella nostra specie".

Salgado è un fotografo, ma è prima di tutto un uomo e di fronte alla la brutalità di uomini contro altri uomini, donne e bambini rimane sconvolto. Si ammala. Il dottore Sebastian, il suo medico, non gli riscontra nessuna malattia e gli dice: "Non sei malato. Quello che è successo è che hai visto così tanti morti che stai morendo anche tu. Devi smettere. Smettere. Devi smettere perché altrimenti morirai."
E così si allontana dalla fotografia e decide di tornare a casa, là dove era nato, in Brasile.
"Fu una grande coincidenza. In quegli anni i miei genitori erano ormai molto vecchi. Ho sette sorelle. Sono l'unico maschio della famiglia e insieme presero la decisione di trasferire quel terreno a Léila e me. Quando lo abbiamo ereditato, il terreno era morto come me. Quando ero un bambino, per più del 50 per cento era foresta pluviale. Quando abbiamo ereditato il terreno, era meno dello 0,5 per cento di foresta pluviale, come in tutta la regione. Per costruire lo sviluppo, lo sviluppo del Brasile, abbiamo distrutto molte delle nostre foreste. Come avete fatto qui negli Stati Uniti, o in India, ovunque in questo pianeta. Per costruire il nostro sviluppo, creiamo un'enorme contraddizione: distruggiamo tutto intorno a noi. Questa fattoria che aveva migliaia di capi di bestiame ora ne aveva solo poche centinaia, e non sapevamo cosa farcene. 
E a Léila venne un'idea incredibile, un'idea folle.
Disse: perché non recuperi la foresta pluviale che c'era prima? Dici di essere nato in paradiso. Ricostruiamolo, quel paradiso”.
E così hanno fatto. Salgado con l'aiuto di sua moglie ha saputo reagire allo scoraggiamento, al disincanto, all'orrore che si prova nel vedere tanta malvagità e tanta distruzione ed entrambi l'hanno fatto tornando alle origini, tornando alla natura e al rispetto che verso di lei si dovrebbe avere sempre come si dovrebbe avere rispetto verso chi ci genera. Da lì può ripartire anche una nuova visone del mondo e degli uomini:
“Iniziammo a piantare alberi, e il primo anno perdemmo molti alberi, il secondo di meno, e pian piano queste terre morte iniziarono a rinascere. Iniziammo a piantare migliaia e migliaia di alberi, solo specie locali, solo specie indigene, e costruimmo un ecosistema identico a quello che era stato distrutto, e la vita iniziò a tornare in modo incredibile. Era necessario per noi trasformare la nostra terra in un parco nazionale. L'abbiamo trasformata. Abbiamo restituito queste terre alla natura. È diventato un parco nazionale. Abbiamo creato un istituto, l'Istituto Terra, e abbiamo costruito un grande progetto ambientale per raccogliere fondi ovunque”.

Un lavoro bellissimo che ha restituito alla vita una zona depredata, ma ha ridato vita anche al fotografo che ritorna a progettare e a diffondere il suo messaggio. L'uomo distrugge, ma l'uomo può ricostruire, a noi scegliere. Lui ha voluto dimostrare che è possibile:
"E dobbiamo ricostruire queste foreste. Questo è il senso della nostra vita, queste foreste. Abbiamo bisogno di respirare. L'unica fabbrica capace di trasformare la CO2 in ossigeno sono le foreste. L'unica macchina capace di catturare l'anidride carbonica che produciamo, sempre, perché anche se la riduciamo, con ogni attività che facciamo produciamo comunque CO2, sono gli alberi.
Da qui è nato il progetto di Genesi, un viaggio fotografico nei cinque continenti per documentare, con immagini in bianco e nero di grande incanto, la rara bellezza del nostro principale patrimonio, unico e prezioso: il nostro pianeta.

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