06/03/14

Il blues secondo Wynton Marsalis (1)

Il blues ha più di un livello di significato. Le parole dicono una cosa, il modo in cui sono cantate ne dicono un'al­tra e invariabilmente la musica dice un'altra cosa ancora. Nonostante tutta la tristezza immanente in certi testi, la musica è sempre stimolante, possiede un groove che invita alla danza, e la danza conduce alla gioia. Dizzy Gillespie l'ha detta giusta: "Ballare non ha mai fatto piangere nes­suno". Ecco la chiave per comprendere il blues: il blues tra­smette sia gioia che dolore.
Il blues è un grande predicatore. È in grado di svelare la natura nascosta delle cose. È determinato a conquistar­ti con le esortazioni, con gli appelli, con le spiegazioni, con ogni mezzo che ci vuole. Il musicista di blues fa la stessa cosa con lo strumento, lo fa piangere o gemere o gridare o sussurrare - qualsiasi cosa per condurti alla guarigione. (…)
Sweets Edison mi diceva che il blues era il suono più triste che si potesse udire. Joe Williams diceva lo stesso. Per Horace Silver era invece il suono più gioioso, e pure per Clark Terry. È concepito alla perfezione per dare forma a ciò che sentiamo in qualsiasi momento.
Tecnicamente, la forma blues è un ciclo di dodici misu­re che si ripete più e più volte, proprio come le lancette del­l'orologio continuano a girare per tutto il giorno. Questa for­ma comprende tre armonie, come l'inizio, la parte interme­dia e la fine di tutte le cose. Tre affermazioni cantate e tre ri­sposte strumentali. La Santissima Trinità. Il blues.
(…)
Sweets Edison mi diceva che il blues era il suono più triste che si potesse udire. Joe Williams diceva lo stesso. Per Horace Silver era invece il suono più gioioso, e pure per Clark Terry. È concepito alla perfezione per dare forma a ciò che sentiamo in qualsiasi momento.
Tecnicamente, la forma blues è un ciclo di dodici misu­re che si ripete più e più volte, proprio come le lancette del­l'orologio continuano a girare per tutto il giorno. Questa for­ma comprende tre armonie, come l'inizio, la parte interme­dia e la fine di tutte le cose. Tre affermazioni cantate e tre ri­sposte strumentali. La Santissima Trinità. Il blues. (…)
E sebbene i blues molto spesso raccontino di uomini e donne e delle cose che amano fare insieme, possono trat­tare di qualunque argomento: alluvioni (Backwater Blues di Bessie Smith); miseria (Poor Man Blues, sempre di Bes-sie); un padrone maligno (qualcosa di cui Max Roach e Ab-bey Lincoln discutono con il Driva Man, da We Insisti Max Roach's the Freedom Now Suite). Uomini e donne di blues improvvisano le loro storie. Tristi o buffe, reali o immagi­narie, arrapanti, maestose o perfino sdolcinate, il blues ci rassicura con l'imprevedibile inevitabilità della vita stessa. Per quanto le cose vadano male, potranno andare meglio; sarebbero comunque potute andare peggio, e i tempi non sono mai così duri da impedire di spassarcela. Consultate Ray Charles e la sua Let the Good Times Roll e saprete per­ché i blues non moriranno mai.


Quell'incrollabile ottimismo fa parte di ciò che rende i blues così tipicamente americani. Il trionfo è il nostro for­te. L'arte americana non finisce con un cataclisma come La caduta degli dei di Wagner. Alla fine dei nostri film il ra­gazzo conquista la ragazza e tutti quelli che pensavamo morti sono invece miracolosamente vivi. Preferiamo I'happy end. Il blues promette che "tutto andrà bene sta­mattina"; forse questa visione del mondo a qualcuno è par­sa ingenua, ma non c'è nulla di ingenuo o di superficiale nel blues. Nossignore. Il blues, in tutte le sue incarnazio­ni, nasce dal dolore.
da Wynton Marsalis - Come il Jazz può cambiare la vita

1 commento:

  1. Adoro il blues, e adoro i fratelli Marsalis. Mi piace molto questa lettura del blues che da Winton Marsalis, rende l'essenza di questa musica profondamente rivoluzionaria, in cui sentimenti ed emozion apparentemente opposti dialogano a creare l'unicum della sorpresa. Ad essere sinceri, però, preferisco il jazz, e quello di Winton e Brandford Marsalis è tra quelli che ascolto più spesso. Mi piace a tal punto da non sentire nemmeno di aver peccato di lesa maestà quando lascio suonare un loro CD (Mo' Better Blues, indimenticabile) anziché far girare un vinile di Dizzie Gillespie, John Coltrane, Erroll Garner o Mingus. Il punto è che questo figlio scapestrato del blues, il jazz, è veramente l'archetipo sonoro-illustrativo dell'immaginazione al potere. Una larga strada indicata da un'essenziale segnaletica in chiave di Sol, per il resto, ad ogni curva una sorpresa, improvvisazione ed approssimazione, nulla di definito, la dialettica in un pentagramma sintetico ma esaustivo...

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