09/04/14

Sono, siamo obbligati alla speranza

"Sono obbligato alla speranza" così mi ha detto un ragazzo un po' più che ventenne che raccoglieva firme per la lista pro Tsipras all'Europee. Essere condannati è un verbo che mal si associa alla speranza.
Eppure così si sente questo giovane per cui il futuro è una minaccia, a cui nessuno  ha offerto prospettive solide e reali, che non si può permettere di fare nessun tipo di progetto, che può solo sperare che un giorno sia segnato dal risveglio di forze nuove, di politici onesti che parlino anche per lui in quei palazzi che sembrano chiusi su se stessi e sugli interessi di pochi avvoltoi che speculano sulla vita dei più.
Non sono un'esperta di politica e di economia ma non credo che sia sano e giusto il modo in cui ci dicono si debba attraversare e superare la crisi. Il risultato più eclatante e visibile che mi sembra stiano raggiungendo quelli che hanno in mano politica ed economia è lo smantellamento sempre più radicale di tutti quei diritti che i lavoratori e i cittadini avevano conquistato a volte a duro durissimo prezzo. Ed è vero quello che è stato detto non so più da chi: la lotta di classe non è morta, è ancora in atto, ma chi sta vincendo alla grande è la classe dirigente, la globalizzazione non ha portato democrazia là dove c'erano dittature, ma piuttosto sono le nostre democrazie ad aver perso la rotta e ad essersi svuotate di senso.
La crisi dovrebbe avere ben altri effetti come così saggiamente aveva detto Albert Einstein:
Non pretendiamo che le cose cambino, se facciamo sempre la stessa cosa. La crisi è la migliore benedizione che può arrivare a persone e Paesi, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dalle difficoltà nello stesso modo che il giorno nasce dalla notte oscura. E' dalla crisi che nasce l'inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera se stesso senza essere superato.Chi attribuisce alla crisi i propri insuccessi e disagi, inibisce il proprio talento e ha più rispetto dei problemi che delle soluzioni. La vera crisi è la crisi dell'incompetenza. La convenienza delle persone e dei Paesi è di trovare soluzioni e vie d'uscita. Senza crisi non ci sono sfide, e senza sfida la vita è una routine, una lenta agonia.
Albert Einstein - 1955

5 commenti:

  1. Sciolgon le notti
    Le giornate di ieri
    Oggi è domani

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  2. Dice la stessa cosa mio figlio ventenne.

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  3. Caro giovane caro: un malanno feroce che non molla, il comprendonio

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  4. Siamo obbligati ad avere speranze... è l'istinto di conservazione della specie. Certo che ci sono pezzi di presunta umanità che lavorano con “impegno” per cancellare queste speranze, ma il punto è proprio che si tratta solo di “presunte umanità”. Resistere a questa barbarie è possibile solo riconducendo il nostro quotidiano a quella dimensione umana che spesso dimentichiamo appartenerci. E credo che non sia più il tempo di sperare che chi frequenta con disinvoltura i palazzi del potere debba risolvere le questioni della democrazia, non sono stati programmati per questo. Ma rappresentano la società che li ha scelti, che delega loro la soluzione dei problemi in ogni istante del proprio quotidiano perché è troppo più attenta a sopravvivere con mozziconi di visuale. Ma la democrazia (traslando qualcun altro) non è un pranzo di gala. È partecipazione, consapevolezza, ed è faticosa, non è tale se è delegata e basta. Richiede che si rimettano in discussione le nostre abitudini, il nostro disinteresse, il nostro “essere umani”, andando oltre le formule istituzionali, ma cominciando a guardare a ciò che siamo – o siamo diventati e diventeremo - con spirito critico. Si va oltre i poteri, se ne rende vana la determinazione distruttrice e personalistica se si cambia la società che li esprime. In cinese l'ideogramma che indica “crisi” corrisponde a “speranza”... Dunque, si ricomincia proprio da qui, dalla società, dalle donne e dagli uomini che la rendono tale, per riprenderci tutto quello che ci hanno sottratto mentendo sulla dinamica della crisi, e andando oltre, essendo realistici, chiedendo l'impossibile.
    Tsipras mi convince, non credo nemmeno che sia solo il meno peggio, offre una prospettiva interessante, non è una primadonna, chiede di lavorare con gli altri. Forse serviva a noi italiani una buona dose di contaminazione che venisse da fuori per ricominciare a credere che sia possibile cambiare le cose. E forse questo ci consentirà di interrogarci su quanto possiamo offrire con le nostre prerogative a questa prospettiva, ciascuno con la sua piccola quota di impegno, dimenticando magari di essere donne e uomini solo in funzione dei nostri confini statuali o di specie. Proprio come fa quel ragazzo che rinuncia ad un po' del suo tempo perché ci crede!
    Mi è piaciuto questo tuo post... riporta ad esperienze e memorie di sana umanità. Buon tutto!

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  5. E a me è piaciuto, come sempre molto il tuo commento. Grazie

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