24/05/14

Vorrei intellettuali a servizio della gente più umile...

“L’Italia continua a essere percorsa da condannati illustrissimi continuamente applauditi, che stipulano patti sul futuro del paese.In tempi di proclamata volontà di “innovazione” proprio di questo si dovrebbe tenere grandissimo conto. Il vuoto della politica, e la sfiducia che così si alimenta, trovano le loro radici profonde proprio nella scomparsa di un’etica pubblica. E invece cadono nell'indifferenza politica quei veri bollettini di guerra che, da anni ormai, sono divenute le cronache di giornali e televisioni, che registrano impietosamente, ma purtroppo anche inutilmente, vicende corruttive grandi, medie e piccole, testimonianza eloquente della devastazione sociale. Il ceto politico distoglie lo sguardo da questa realtà scomoda. E nessun richiamo sembra in grado di scuoterlo”. 
Stefano Rodotà 

I proclami di “innovazione” mi preoccupano, non perché penso che il paese non vada cambiato, ma perché sono certa che l’Italia cambierà quando ci sarà una maggiore coscienza civica, quando la gente capirà che le vere riforme nascono da radici solide e solidali.
E’ vero che la politica, come dice Rodotà, così come la vediamo oggi, crea sfiducia, disincanto, ma la politica non parte solo dall’alto, parte anche dal basso, dalla militanza, dall’impegno e la democrazia non esiste se ci limitiamo a inseguire i “pifferai” qualunque canzone suonino.
Non dobbiamo parlare di morale solo quando si parla degli altri. La morale si attua sicuramente e con forza nella denuncia del malaffare, della delinquenza organizzata, della corruzione, ma anche costruendo pezzo dopo pezzo un’alternativa credibile, lavorando con la gente e perla gente quella che non ha parole che la rappresentino davvero.
Rovatti parla di un’etica che “si pianta nella concretezza del fare, che è uno stile di vita, un'organizzazione della propria esistenza”. Di quell'etica che parla della “necessità di stare dentro le cose e di resistere all'appiattimento, non rimanendo seduti, assumendosi il rischio delle proprie parole”.
Uscire insomma da quello “stato di torpore da cui nessuno è immune” che lascia prevalere “il cinismo generale della furbizia e dell’egoismo degli interessi”.
Rovatti invita tutti a “valutare i modi delle chiusure che ci imbottigliano, a prendere atto delle nostre responsabilità individuali, a mettere in discussione le nostre esistenze, a ribellarci di fronte alle ineguaglianze e alle evidenti ingiustizie, a difendere i nostri spazi e i nostri tempi. Non addormentarci (…). Non digerire tutto perché tanto non possiamo farci niente; possiamo solo coltivare l’orticello dei nostri privati interessi”
Vorrei vedere atti concreti, vorrei vedere prendere le distanze da certi comportamenti anche nella propria vita quotidiana. Che mi importa se uno grida contro la diseguaglianza e poi guadagna cifre da capogiro, che mi importa che qualcuno gridi che ci vogliono posti di lavoro e poi occupi ogni spazio possibile per essere sempre più famoso e ricco. Che importa che si parli di sensibilizzazione della gente, di difesa della costituzione e poi non si va là dove la gente ha bisogno di sapere che rapporto c’è tra quelle parole e il proprio posto di lavoro, la propria dignità, la propria vita che va a pezzi? Il disincanto c’è anche perché nessuno indica la strada per poter rivendicare i propri diritti, nessuno rischia nulla perché quei diritti vengano affermati e difesi.
E la politica, quella alta, anche quella in cui crediamo è fatta di tante parole e poche azioni concrete, visibili. Come non ricordare che la conquista dei diritti che oggi “vengono rottamati (quelli sì)” si è sono sempre conquistati con lotte dure, non da pulpiti  di prestigio, ma tra la gente e con la gente, a servizio della gente più umile.

Ci sono ancora quelle persone tra gli intellettuali, tra gli artisti, tra chi ha in mano saperi e mezzi? Io non ne vedo. Ed allora siamo noi, dal basso, molto basso che dobbiamo non mollare e chiedere noi a loro una maggiore partecipazione, la voglia anche di rischiare, di uscire dai loro privilegi.

2 commenti:

  1. È curioso ritrovare idee simili che circolano come fenomeni carsici. Proprio ieri, forse stimolati da qualche bicchiere di rosso, parlavo con altri proprio di quanto hai scritto, e, vivendo nel bel mezzo di un vecchio borgo moribondo sull'Appennino, ci siamo chiesti come fosse possibile ricreare una dignità civile qui, proprio a partire dalla costruzione di una rete partecipata di rapporti orizzontali tra artisti ed intellettuali. Così abbiamo deciso di cominciare a lavorarci, in forma laboratoriale, come si usa dire, scommettendo in una manifestazione (intesa come punto di partenza) che ridia dignità culturale dove questa è stata cancellata dall'incuria e da una prospettiva di sviluppo scellerata e fallimentare. Abbiamo deciso di programmare una settimana intera di arte e cultura, dai libri al teatro, dalla musica colta sino alle arti figurative ed alle tavole rotonde per il prossimo autunno, proponendoci di farlo senza smanie elitarie ma rifiutando le banalizzazioni. Un percorso condiviso, che vorremmo aperto a chiunque voglia dare il proprio contributo, e abbiamo anche deciso di farlo senza economie e risorse, solo puntando sull'energia “umana” dei cervelli, scovandoli dove sono nascosti! Ciò che vorremmo è che fosse un'esperienza in grado di ricollegarsi ad altre simili, sperando nel massimo del contagio positivo possibile. Come vedi le sollecitazioni non mancano ed il carsismo ha questa caratteristica, talvolta fa riemergere le acque da profondità per nulla sopite.

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  2. Il mondo politico non si è posto il problema della corruzione perché in gran parte ne è condizionato: basta vedere la tranquilla "continuità" di personaggi come Frigerio e Greganti. Sulle grandi opere pubbliche sono tutti d'accordo perché ci mangiano tutti. Chi va in galera sono quelli contro a questo "sistema" (leggi no-tav). Non faccio un discorso qualunquistico, ma bisogna constatare i fatti.

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