23/07/14

La macchina per fabbricare spagnoli di Valter Hugo Mãe

Sorride “come un bambino sperduto a cui si dà la mano” Antonio Silva, quando il medico gli dice che la moglie avrebbe dovuto dormire in ospedale e che lui avrebbe dovuto tornare a casa.
Non vuole lasciarla “per loro (i medici) è tutto più facile, - pensa - per le persone nutrono un interesse professionale. (…) non ascoltano nemmeno quello che gli viene detto, nemmeno se il paziente geme e grida, loro leggono i fogli e le lastre che stampano, guardano il colore delle perone e decidono quello che vogliono” E allora decide:
"Non posso lasciarla qui da sola. Non sarebbe sola. Sarebbe sola di me, che è la solitudine che mi interessa e della quale ho paura, e questo non è mai successo".

Laura, la compagna di una vita -quasi cinquant'anni insieme- muore e il signor Antonio Silva deve "imparare a sopravvivere ai giorni" lui che si disorientava qualsiasi cosa dovesse affrontare da solo.
Reagisce con rabbia alla perdita della moglie e non sopporta la pietà della gente: “vadano affanculo i discorsi di falsa preoccupazione delle persone che sorridono davanti a noi ma pensano che è nosrmale, in fondo, siamo vecchi e dobbiamo morire. Chi prima e chi poi e va molto bene così. Sorridono, qualche pacca sulla spalla, piano perché è un vecchietto, e dopo se ne vanno a casa loro a dimenticare le cose più noiose. Tra le quali ci siamo noi, i vecchietti..”
E’ così che i figli lo accompagnano in una casa di riposo, con "due borse di vestiti e un album di fotografie".
Antonio Silva entra così “nel ciclo degli ultimi” che vine beffardamente chiamato “L’età felice”. Gli ospiti dell’Età Felice sono novantatré e quindi si può entrare solo se ne esce qualcuno. E questo diventerà argomento di scherzi macabri: si pensa che qualcuno dia un aiutino a chi è arrivato alla fine del traguardo in modo da liberare un posto per qualcun altro in condizioni migliori di salute e quindi più redditizio.

La casa dell’Età Felice è quindi un luogo dove si entra per spettare la morte. Quando si è vicini alla dipartita, si cambia di letto, si viene portati nell’ala dell’edificio con vista sul cimitero. Appena entrati si occupano le stanze che danno su uno spiazzo in cui giocano i bambini.  
Il signor Silva si chiude in un ostinato mutismo e non vuole ricevere i suoi famigliare: “non ero disposto a riceverli perché avevo bisogno di tempo per dimenticare la perdita di laura e di aver dovuto lasciare la mia casa, non volevo sentire che tutto andava avanti senza di me. (…) Volevo che elisa e mio genero si sentissero rifiutati come mi sentivo io” A nulla servono le parole del dottor Bernardo o le premure del giovane infermiere Americo che è dotato di “un plus di dedizione che non sarebbe richiesta”
Antonio Silva prova rabbia ad accettare  situazione, quel luogo dove i ricordi lo ossessionano. Solo dopo un po' di tempo, il signor Silva si lascia conquistare dalle parole degli altri ospiti della casa di riposo, vite straordinarie e semplici allo stesso tempo, che gli regalano momenti di serenità  e condivisione. Gli altri lo ritengono  fortunato: non è comune continuare ad amare la stessa donna per mezzo secolo ed esserne riamato, la maggior parte di chi si trova lì ha ben poco per cui essere felice.
"Un giorno, signor Silva, - gli dice Americo - sua moglie sarà una memoria che non duole più e che le reca solo felicità. La felicità di aver condiviso con lei un amore incredibile che non può più farla soffrire, solo portarla alla gloria di averlo vissuto, di esserselo meritato."
Passerà giorni ancora ricchi, tra sinceri amici che condividono con lui l’ultimo tratto della loro vita e capirà che sono ancora tante le cose che può ancora apprendere e vivere.
Rivive e condivide ricordi e il rimorso di non essersi opposto con forza a Salazar: “La mia storia è quella di tutti gli uomini. Non è nessuna storia, non presenta novità. Non ho mostrato alcun eroismo se non quello di arrivare alla vecchiaia innamorato…”“vivevamo senza reagire, percorrevamo la vita come pecore, così ben ingannati”. 
Cammin facendo si rende conto di non essere stato mai sufficientemente amico di qualcuno, i essere rimasto legato alla famiglia e il suo raggio d’azione comprendeva essenzialmente sua moglie, i suoi figli e i suoi genitori, “quelli che non avevano il suo sangue sarebbero stati fuori classifica nella gara così rigorosa dei miei sentimenti”.
Solo vivendo fuori dalla famiglia, intessendo altre relazioni e affetti il protagonista capirà come lui e i suoi amici “fossimo una famiglia, un'altra famiglia che io non mi sarei mai aspettato, unita senza affinità di sangue, solo dal destino di distribuirci la solitudine tra noi. cosi distribuita, la solitudine di ognuno consegnata all'altro, era come avere una famiglia, era una fratellanza del cuore, una capacità come nessun'altra di essere leali” (…), “non mi sarei mai reso conto della vulnerabilità a cui un uomo arriva davanti a un altro, non mi sarei mai reso conto di come un estraneo ci può appartenere, e di come ci può mancare, non era per niente prevista quella constatazione che la famiglia esisteva anche al di fuori del sangue, al di fuori dell'amore, o che l'amore potesse essere qualcos'altro, come un'energia tra le persone, indistintamente, un rispetto e un'attenzione per tutte le persone”
"questo resto di vita mi ha dato questi amici, e io che non avevo capito l'amicizia, che non mi ero mai aspettato nulla dalla solidarietà, solo dalla contingenza della coabitazione, un procedere obbedendo, da pecoroni, avevo bisogno di questo resto di solitudine per imparare questo resto di amicizia". E così nel trascorrere dei giorni c'è la possibilità di conoscere l'uomo che ha ispirato una celebre poesia di Pessoa o crederlo solamente, camminare accanto a chi gli strappa un sorriso e lo aiuta ad opporsi alla violenza della terza età dove il nemico è il corpo, ritrovare il bisogno dell'amore negli occhi di una donna che lo aspetta da tempo, in chi come la vecchia Marta "leggeva sull'amore tutto quello che io avrei dovuto dimenticare", ritrovare una fratellanza insolita, inattesa, insperata in un luogo di forzata attesa, dove il buio attanaglia, ghermisce.
"I sogni dei vecchi sono come la memoria dei pesci, durano qualche secondo e per qualche secondo ne valgono la pena".

Un libro dolcissimo e dolente che affronta il tema della terza età con tenerezza e affetto, un autore attento ai bisogni, alle paure di chi si trova a percorrere l'ultimo tratto della propria vita. E' scritto con leggerezza e profondità, ci accompagna là dove i nostri occhi non vorrebbero mai guardare malati come siamo di giovanilismo.Ci fa vedere la ricchezza che ancora si nasconde dietro le pieghe di chi a volte sembra perdersi nel vuoto.  E' il cuore di un uomo anziano che ci viene svelato, un uomo che ancora lotta per redimere il suo passato, per perdonare e farsi perdonare, che ritrova ancora valori nuovi e vive esperienze significative.  Un bellissimo romanzo,ricco di una grande umanità.

3 commenti:

  1. non lo conoscevo, segnato :)

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  2. Alla vecchiaia ci si deve preparare, così mi ha detto una cara amica non molto tempo fa e questo libro mi chiama come già era successo con Il diario di Jane Somers di Doris Lessing di cui tu avevi scritto.
    Non ho esperienza diretta delle case di riposo per anziani, ma sento i racconti di amici che vanno a trovare i loro cari e questi racconti sono tristissimi.
    In questo romanzo l'esperienza di Antonio Silva è diversa, è confortante, non conosco l'autore e mi fa piacere incontrarlo con questo libro.
    Grazie, a presto
    Adele

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  3. Anche l'esperienza del protagonista di questo libro è triste ma comunque è un'esperienza significativa. La scrittura è particolare. Sono anche io dell'idea che bisogna prepararsi alla vecchiaia, anche se è più facile dirlo che farlo. Forse non si dovrebbe viverla in solitudine. Un abbraccio Adele e grazie

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