21/07/14

Nessuna guerra si può fare in nome dei bambini

Di fronte a ciò che succede nella Palestina rimaniamo annichiliti, è una guerra che sembra non aver fine nè uscite. Si parla dei bambini che muoiono e come non farlo? Si parla delle distruzioni di case, di città, di ospedali, scuole, asili... e si prova tanto sdegno. Le notizie rimbalzano sui giornali, le immagini si moltiplicano e ci raccontano tutta la crudeltà della guerra, delle guerre.
 
E noi, cittadini comuni senza potere, a nostra volta ne parliamo su Facebook: tanti flash che si susseguono e agganciano uno all'altro. Si dice "si condividono"... flash che si mescolano, si confondono in mezzo ad altre mille notizie e messaggi, flash che si accendono e si spengono per riaccendersi quando di nuovo le notizie si fanno sentire. E poi? Forse l'assuefazione, forse un senso di impotenza e di sconfitta, di pessimismo senza ritorno, forse resa, forse indifferenza, odio senza sbocco.
Ma se bisogna che ci siano tanti morti per parlare, per raccontare, per provare
sdegno, abbiamo perso lo sguardo alla quotidianità di ogni azione che si ripete implacabile nel tempo.
Qualche volta qualcuno se ne occupa nei giornali. Lo fa per esempio sull'Unità Umberto De Giovannangeli che ci illustra ciò che raccontano i disegni dei bambini per esempio a Gaza e a Sderot la città israeliana più bersagliata dai razzi palestinesi.
La guerra è il loro incubo. La paura la condizione permanente. Anne, giovane cooperante americana dice: «I bambini nei loro racconti, spesso fanno riferimento alla guerra. Dopo che abbiamo fatto il gioco delle sagome, abbiamo notato che i bambini riconoscono i loro occhi e le loro orecchie come punti di debolezza nel loro corpo, spiegando che con gli occhi vedono le distruzioni e con le orecchie sentono il bombardamento. Invece per quanto riguarda i punti di forza, i bambini rispondono, le gambe perché ci aiutano a fuggire e le mani perché ci aiutano a nascondere la faccia»
Per i bambini di Gaza la «normalità» è un trauma permanente. «Ogni volta che sento i rumori degli aerei, ho paura perché penso che gli israeliani ci attaccheranno di nuovo», dice Mohammed, 8 anni, di Beit Lahya. Dopo i bombardamenti "alcuni bambini  non dormivano più, altri non mangiavano, altri ancora non riuscivano più a parlare. È straziante ascoltare questi racconti, ancora di più esserne testimone». Secondo Aida Kassab, del Gaza Community Mental Health Program, moltissimi bambini soffrono del post traumatic stress disorder, esattamente lo stesso disturbo di cui soffrono i militari americani tornati dall'Iraq o dall'Afghanistan. Andrea Iacomini, portavoce Unicef Italia, dice che «a Gaza esiste un problema di conflitto permanente in un contesto dove è difficile intervenire perché è come stare in una scatola sigillata da cui non puoi comunque uscire». Dopo le incursioni dell’anno scorso ci sono stati casi con bambini terrorizzati che non volevano dormire con le finestre chiuse, malgrado il freddo, per paura che un passaggio aereo mandasse in frantumi i vetri”.
"Sderot, in Israele, è un obiettivo da colpire, una città da terrorizzare, una «entità sionista» da distruggere. E non importa se a essere ripetutamente colpiti dai razzi palestinesi siano l'asilo e la scuola elementare Ogni cosa attorno ai bambini di Sderot racconta di una condizione psicologica insostenibile. La parola più pronunciata dai bambini di Sderot è «pachad» paura".
Quando Tahal Pfeffer, 4 anni, torna a casa dall'asilo, si accuccia sotto il tavolo della cucina e lì rimane. (...)Questo era il modo escogitato dalla bambina per controllare lo stress causato dall'allarme sicurezza all'ombra del quale la bambina ha vissuto gran parte della sua giovane vita: i razzi Qassam che cadono su Sderot, il rumore dell'artiglieria israeliana che fa fuoco su Gaza e i boom supersonici provocati dagli aerei dell’aviazione militare dello Stato ebraico. Tahal trasale al minimo rumore, così come fa Yaakov, suo fratello maggiore, sette anni: dallo squillo di un campanello ad uno sbattere delle porte".
La guerra, anche quando sopravvivi, è inferno. Per tutti. Soprattutto per i più innocenti e indifesi: i bambini. A Gaza, a Sderot. Come cresceranno questi bambini? La speranza è che un giorno gli adulti crescano e gli regalino di nuovo la luce. Nessuna guerra può essere davvero fatta in nome della sicurezza bambini perchè ogni guerra li distrugge dentro, e gli preclude un futuro sereno.

2 commenti:

  1. cara Emilia...questa non è una guerra ma un'invasione, e non è fatta in nome dei bambini anche se l'80% delle vittime sono bambini. Mi sconvolge il silenzio del nostro Paese (che posizione ha rispetto a Gaza, all'Ucraina...), tutta la comunità internazionale chiede il cessate il fuoco, basta con questo massacro di donne e bambini! Ma il consiglio di sicurezza dell'ONU ha aspettato che i morti palestinesi arrivassero a 500 per intervenire con la richiesta del cessate il fuoco. L'unica cosa da fare, al di là dell'ipocrita impotenza dichiarata dalle alte cariche istituzionali, è rompere ogni accordo economico con questo Stato, applicare l'embargo ad Israele e dichiarare Netanyahu un criminale di guerra. Inorridisco ogni giorno di più e i corpicini straziati di quei bimbi, le lacrime delle donne, quella lingua di terra pesano come un macigno sul cuore. Grazie di averne scritto. Un abbraccio
    Angela

    RispondiElimina
  2. Carissima Angela
    Quello che dicu è sacrosanto, ma quello che è va anche oltre alle guerre è quello che si sedimenta negli animi e che ha conseguenze terribili anche in chi sopravvive, ma non riesce più a "vivere" davvero. Eppure il coraggiobdi dire che lo fanno per dare un futuro ai loro figli ce l'hanno. Un abbraccio

    RispondiElimina