25/07/14

Quando gli occhi sanno guardarsi...

Ero seduta nella sala d'aspetto di un reparto di un ospedale. Mia madre era in rianimazione. Mi avevano dato poche speranze ed io ero in attesa. Una dottoressa mi si accosta: vada a casa, mi dice, sua madre è in buone mani, le prometto che se ci sarà qualcosa che non va la farò chiamare. Non c'è nulla che lei possa fare.
Non c'è nulla che posso  fare, lo so. Fare no, ma esserci sì, le rispondo.
La dottoressa mi guarda ed è la prima volta. In genere ho notato che sia medici che infermieri ti passano accanto continuamente senza mai incrociare sguardi con i famigliari. Loro fanno... Tu sei lì, a volte, spesso, sei d'impiccio. Se non fai, non servi. 

Mi accorgo che non capisce la mia ostinazione. E come può? Loro, i medici si interessano ai nostri cari, ma per loro sono pazienti, numeri, casi. Non li chiamano mai per nome. Per loro nutrono un interesse professionale. Loro sanno cosa devono fare e cosa dire su di te, ma come malato. Al di là di quello non sanno nulla. Proprio nulla. Non hanno interesse per quello che provi, che senti, non sanno di che cosa hai bisogno. Solo quale medicina darti. Non pensano che anche tu potresti suggerire qualcosa di utile per la tua salute. E quindi non sanno che, se tua figlia è fuori che attende, che è lì per te e per nessun altro, che ti pensa, che ti vuole bene, tu, non paziente ma persona, puoi trovare la forza per non lasciarti andare, per lottare, per non sentirti solo. Questo è insignificante. 
Forse lo è. Ma nel dubbio, io non mi muovo.
Loro sanno leggere fogli e lastre, tracciati, analisi, non sanno, non vogliono vedere altro. Non è il loro compito. Magari, se c'è, se ha un'ora libera ti mandano lo psicologo. O il prete.

Ma la dottoressa è ancora davanti a me. Mi sorride e mi dice: non so, se quando ne avrò bisogno, qualcuno dei miei figli sarà qui davanti alla mia porta ad aspettare. Sua mamma è una persona fortunata. Sì, ma anche io sono stata una figlia fortunata. Mia madre c'era sempre anche lei, ora tocca a me. 
Mi ha accarezzato sulla spalla e se n'è andata. Dopo un po', è uscita dalla sala di rianimazione: sua madre sta meglio, è una grande lottatrice. E mi guarda con simpatia. Quando gli occhi sanno guardarsi, allora sì che vive finalmente la com-passione. Quella vera. Non quella di cui ci hanno sempre parlato.

5 commenti:

  1. Io non l'ho vissuta la com-passione negli ultimi anni di frequentazione degli ospedali, ho respirato un formale atteggiamento di interesse solo davanti alle mie domande precise nel tentativo di voler capire e di voler sapere.
    Lo sguardo era sempre sfuggente ed io rimanevo lì, preoccupata, ferita e abbandonata a me stessa con un senso di impotenza soffocante e di solitudine totale.
    Gli occhi non sempre sanno guardarsi, forse è una difesa, non so , ma sono ancora ferita per tutto quello che è successo in quel periodo, ferita e piena di dolore.
    Per questo , per me, il ricordo di quei giorni rimane lacerante e mi lasia ancora dentro tanta amarezza.
    In fondo basterebbe davvero poco, occhi negli occhi, comprensione e rispetto dell'altro, com-passione.
    Un abbraccio
    Adele

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  2. E'stata quella l'unica volta che ho incontrato un medico con cui avere un attimo di umanità. Un attimo che in quel deserto dei sentimenti ti porti dentro con riconoscenza. Basta molto poco... ma spesso la realtà ti schiaccia. Un abbraccio, Emilia

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  3. Io ho vissuto entrambe le situazioni...indifferenza e assoluta assenza di empatia e compassione, ma anche sguardi e gesti di grande amore e dedizione, di partecipazione e umanità. Questa è la mia esperienza e in entrambi i casi i ricordi restano però ugualmente dolorosi e laceranti.
    Abbraccio te e Adele con affetto
    Angela

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  4. Grazie, Emilia. Mi è sembrato di stare lì, vicino a te. Concordo su ogni cosa che hai detto, purtroppo, spesso, è questa la realtà dei nostri ospedali.
    Per fortuna,quando non ce lo aspettiamo, scopriamo, improvvisamente, quella cosa meravigliosa che si chiama Umanità.
    Ciao. A presto.
    Piera

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  5. Io ho incontrato nelle due occasioni cruciali della mia vita solo non-sguardi dal personale medico e non degli ospedali. tanta tanta fratellanza e vicinanza invece da altri pazienti o familiari.

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