06/03/15

Il mare di John Banville

La storia de "Il mare" di John Banville è narrata in prima persona. Max Morden è uno storico dell'arte a cui è appena morta la moglie di cancro. Il dolore è forte e per affrontarlo si rifugia in un luogo di villeggiatura, a Ballyless, una fittizia località sulla costa irlandese  dove era solito trascorrere le vacanze da ragazzo con i suoi genitori.  Va ad abitare nella villa I Cedri dove aveva incontrato la famiglia benestante dei Grace e con cui trascorreva il suo tempo prima innamorandosi della mamma Connie e poi della figlia Chloe. Nella casa dei Grace si rifugia per fuggire l'atmosfera pesante della sua vita famigliare, per evitare un rapporto con i suoi genitori che più che conflittuale sembra insignificante.
"La loro infelicità era una delle costanti dei miei primi anni, un acuto, incessante ronzio appena udibile. Non li odiavo. Probabilmente li amavo. però mi erano di intralcio, oscuravano la mia visione del futuro".
Tutto attrae il giovane Morden nella famiglia Grace: il gemello di Cloe, Myles muto e  dai piedi palmati, la giovane governante Rose, il signor Charles che, attento, controlla la vita dei suoi familiari e naturalmente Chloe e la madre. 
Ma qualcosa di terribile accade in quell’estate. Una morte misteriosa, senza perchè,  coperta da un oscuro segreto che  Morden cerca adesso di dipanare, tornando sul luogo del passato, di risolvere insieme ai suoi mille nodi esistenziali cristallizzati.
I tempi del racconto si alternano e si intrecciano: il presente e il passato che si confondono e sfumano uno dentro l'altro. Sembra che tutto sia iniziato in quella lontana vacanza al mare e termini nella consapevolezza di essere ormai vecchio e solo. Quasi che la sua vita in mezzo a questi due periodi non ci sia stata. E alla fine sembra proprio che nulla sia esistito davvero.
E perfino anni prima di questo, mentre per esempio stavo con la signora Grace in quel soggiorno illuminato dal sole, o sedevo insieme a Chloe al buio del cinematografo, ero e non ero lì, me stesso e spettro, imprigionato nel momento eppure in qualche modo sospeso, sul punto di partire. Forse tutta la vita non è altro che una lunga preparazione a lasciarla.”
Il mare è un libro sui riti di passaggio: da una parte, l'adolescenza con i suoi eccessi e i suoi amori, dall'altra, la vecchiaia e la solitudine di un personaggio che fa i conti con la una vita che non ha più molto da offrirgli. 
Insomma il tempo  passato e quello presente  viene  “tirato” come un elastico, il ricordo di ciò che si è vissuto va di pari passo con la metacognizione che tutto non dura e che forse ciò che si ricorda non si è vissuto veramente tutti protesi ad analizzare che tutto passa e forse non esiste.

E' un romanzo sulla fragilità umana e sulla morte, sui fantasmi della memoria che possono sostituirsi alla vita. "Ci sono momenti in cui il passato ha una forza tale da darti l'impressione che potrebbe annientarti"  Nello stesso tempo il passato diventa un rifugio: "stare nascosto, venire protetto, difeso è l'unica cosa che ho sempre veramente desiderato, rintanarmi in un posto caldo come un grembo e farmi piccolo piccolo, al sicuro dallo sguardo indifferente del cielo e dai danni dell'aria gelida" .
Il presente si svuota e il futuro non ha più orizzonte, non resta che chiudersi alla vita e al mondo e tenersi compagnia raccontandosi le storie della propria infanzia, come un bambino si racconta le favole. Attraversa la sua mente il ricordo della moglie che però si va sempre più sfocando, che si accorge di non aver mai conosciuto veramente: era stato "troppo pigro, troppo disattento, troppo egocentrico". Avrebbe potuto fare diversamente? Sì, forse, ma nel momento in cui se la pone la domanda gli appare subito assurda. La vita va come va e come tale va accettata.

 
Sullo sfondo, il mare, l'oceano irlandese, indifferente,ora calmo ed innocuo, piatto, quando "le piccole onde s'infrangono in una linea indolente, all'infinitocome un orlo voltato e rivoltato da una sarta assonnata" e poi succede l'inaspettato, il mare si gonfia "in una sorta di spinta verso l'alto", non un'ondata, Ma "una fluida marea che pareva venire dagli abissi, come se laggiù qualcosa di immesso si fosse mosso": "nient'altro che una delle tante, indifferenti scrollate di spalle del vasto mondo".
E' uno scrittore eccezionale Banville che sa usare le parole per penetrare nell'animo umano, quello profondo, insesprimibile. Uno scrittore che andrebbe maggiormente conosciuto e divulgato, cosa che poco può accadere dove anche la cultura è diventata business. 

Il libro ha vinto il Man Booker Prize, il quattordicesimo romanzo dell'irlandese, direttore delle pagine culturali dell'"Irish Times" e scrittore di lungo corso, ma nell'occasione meno accreditato di altri autori, forse più mediaticamente spendibili, entrati nella cinquina finale, come Zadie Smith o Kazuo Ishiguro. 

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