27/10/15

A chi vuole che interessi una che ha scritto un libro su Cernobyl ...

Quando Svetlana Aleksievic è stata insignita del premio Nobel 2015 per la letteratura, sono andata in libreria a cercare i suoi libri. Ero alla Feltrinelli ed ho chiesto dove potevo trovarli. La risposta di due commessi è stata: "E chi è?"...
Mi è sembrato assurdo che due lavoratori di una delle più grosse catene librarie, la Feltrinelli, non la conoscessero e che comunque non si fossero informati per rispondere ai clienti che chiedevano sue informazioni.
Eppure le sue opere, sono state tradotte in più di quaranta lingue e già premiate con riconoscimenti internazionali (Premio per la pace della Fiera di Francoforte, 2013; Prix Médicis essai, 2013; Premio Masi Grosso d’Oro Veneziano, 2014), e sono state pubblicate in Italia da Edizioni e/o e da Bompiani.

Finalmente mi hanno indirizzato ad uno un po' più competente, il quale, senza guardarmi in faccia, mi ha risposto che al momento non c'era nulla in commercio. Ho insistito per sapere se avrebbero ristampato dei suoi libri, mi ha risposto che avrei potuto, forse, trovarne uno la settimana seguente.
Non mi ha stupito questo atteggiamento, perché da quello che avevo letto di questa scrittrice, non è certo una che abbia pensato solo al suo successo personale.  
Un po' polemicamente ho domandato come mai questo tipo di scrittore comparisse e scomparisse con la velocità della luce dalle librerie, perché non si facesse di più per farli conoscere almeno ad un certo tipo di lettori. (Nel frattempo un'altra commessa pubblicizzava con grande foga "La ragazza del treno")
Risposta secca e seccata: "E a chi vuole che interessi ora una che ha scritto un libro su Cernobyl e sulla guerra in Afghanistan dei russi!!".  Un modo neanche tanto gentile per liquidarmi... 
Eppure Svetlana Aleksievic per essere rimasta a lungo nella “zona” di Cernobyl ha contratto un deficit immunitario che ne ha minato la salute, ma è rimasta convinta che la gente che aveva vissuto più da vicino questa catastrofe avesse il diritto di parlare, di raccontare, di non cadere appunto nell'insignificanza.
“Tutti - dice la Aleksievic - vorrebbero dimenticare Chernobyl perchè è difficile proteggersi da qualcosa che non si conosce, che l’umanità non conosce. Se arrivate a Chernobyl non vedete niente. Non sentite niente. Però non potete toccare nulla, né sedervi sulla terra, né mangiare il pesce pescato. E’ un mondo uguale, ma completamente diverso”

La stessa forza e lo stesso impegno l'ha messo nell'unire interviste, reportage e racconti per testimonaire con “Ragazzi di zinco” l’esperienza, i vissuti, i drammi dei soldati russi in Afghanistan.
E proprio in "Ragazzi di Zinco" un soldato russo racconta:
Perfino di notte continuo ad avere paura del sangue... Ho paura di quello che posso sognare... E perfino uno scarabeo schiacciato mi fa pena...A chi posso raccontare tutto questo? Chi mi starà ad ascoltare? E come ha scritto Boris Sluckij': "Una volta tornati dalla guerra, di noi non sapevan cosa fare". Mi porto in corpo l'intera tavola degli elementi di Mendeleev... La malaria che continua a procurarmi degli attacchi... Recentemente ho dovuto farmi cavare dei denti... Un dente, un altro... E all'improvviso, sarà stato il dolore o lo choc, mi si è sciolta la lingua e ho cominciato a parlare... La dentista mi ha guardato... Quasi con disgusto. "Ha la bocca piena di sangue, e parla parla...".
 Ho pensato che non potrò mai più essere sincero, perché tutti quanti si sono fatti di noi quest'idea: hanno la bocca piena di sangue e vogliono pure parlare...
E' comune a molti che vivono esperienze estreme quello di non essere o di non sentirsi creduti. Così è successo ai sopravvissuti di Auschwitz e di tutti i campi di concentramento ebrei. Molti di loro raccontano che "quando le prime parole a fatica uscivano dalle loro bocche, i gesti di chi li circondava non incoraggiavano a parlare; venivano derisi, presi per matti, considerati come usciti di senno, segnati dalla durezza della guerra. Non creduti, non capiti, si sono lasciati tutto dentro per anni, per decenni nel buio della coscienza. Alcuni hanno evitato di raccontare alle proprie mogli, i figli ne sono venuti a conoscenza solo alcuni decenni più avanti nelle forme di una scoperta dolorosa difficile da metabolizzare (Umberto Gentiloni - La Stampa, 11 aprile 2012)".
“Tutti coloro che dimenticano il passato sono condannati a riviverlo”
Queste sono le parole di Primo Levi che mai dovremmo dimenticare. Il passato ci ha plasmato nel bene e nel male e solo il coraggio di guardare indietro, di non aver paura dell'orrore che vedremo può darci quella spinta morale al cambiamento, alla realizzazione di un mondo dove siano sempre meno le testimonianze che oggi non vogliamo leggere di chi ha vissuto e conosciuto l'inferno. 
Abbiamo bisogno ancora di scrittori come Svetlana Aleksievic, ne sono rimasti molto pochi. ma dobbiamo far crescere i suoi lettori. La tristezza che ci viene nel leggerli, non è nei suoi libri, ma nella realtà che viviamo, nella nostra disumanità. Se siamo esseri umani siamo tenuti a cambiare dando, come possiamo, il nostro concreto contributo. E per dare il nostro contributo non dobbiamo sottrarci al dolore degli altri, ma ascoltarlo, perché hanno una verità importante da raccontarci su di noi, su chi può diventare l'uomo se non vigila su se stesso. 

2 commenti:

  1. ancora un bellissimo post Emilia
    grazie di questi sprazzi di luce

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  2. Piera Maria Chessa31 ottobre 2015 17:44

    Bellissimo post davvero, Emilia, un giudizio oggettivo e amaro su come siamo diventati, indifferenti, egocentrici ed egoisti, proiettati solo dentro il nostro microcosmo. L'esterno non ci interessa, non ci interessano gli altri, e ancora meno chi ha ancora in sé il coraggio di raccontare degli altri il dolore.
    Grazie.
    Piera

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