26/01/16

C'è crisi....E si alzano muri....

Foto di Olivier Jobad
Siamo in un periodo di crisi, dobbiamo superare la crisi, stiamo uscendo dalla crisi, la crisi è appena cominciata, con la crisi sono necessari sacrifici, dobbiamo darci delle regole... 
La parola crisi si fa largo in ogni discorso, pubblico e privato che sia, E' come se ci volessero abituare ad abitarla, a conviverci. Ci vogliono far sentire come in una palude in cui non ci si può muovere, ma solo aspettare  che la palude venga bonificata. E naturalmente solo chi ha potere, denaro e forza può un giorno farlo. Ma nei tempi e nei modi che ci indicheranno loro. 
Siamo facilmente ricattabili.
E’ in crisi l’economia, ma la parola crisi non si ferma in questo ambito, invade anche la sfera affettiva e sociale: è in crisi anche la famiglia, la società, la scuola, il rapporto di coppia, il rapporto adulti-giovani, e sono in crisi i valori che ci hanno guidato nel passato. 

Come una nube che promette tempesta se non si corre ai ripari, la crisi sembra essere padrona incontrastata della nostra vita. Ti avvolge come la nebbia che impedisce di guardare oltre, non sai cosa si nasconda a due passi da te. E rinunci a guardare, quindi non vedi, lasci che siano gli altri a guidarti, a indicarti la strada da percorrere.
Siamo in ostaggio.
Cadiamo nella rete della banalizzazione. 
Siamo in pericolo e, nel pericolo, vige la legge del “si salvi chi può” o peggio “mors tua vita mea”.

Si alzano i muri, quelli psicologici e quelli reali, materiali

Foto di Olivier Jobad
La paura guida il nostro pensiero. E quale occasione migliore per certi politici per far confluire questa paura contro chi, vittima numero uno di un mondo che sembra andare allo sfascio, arriva su dei barconi verso le nostre spiagge? Non hanno più un volto i migranti, sono “un’orda” che si abbatte su di noi, senza diritti, senza identità, senza un volto. 
Anche chi non si dichiara contro gli stranieri, anche chi ha combattuto fino a ieri i razzisti, oggi erige le sue barriere e recita le litanie dei luoghi comuni: anche noi non stiamo bene, cosa vogliono questi qua, non possiamo ospitare tutti…

Non si deve negare la complessità del problema, ma proprio perché la situazione è drammatica, non la si può liquidare con teorie preconfezionate. Il problema va affrontato ma dobbiamo stare attenti al come, alla direzione che vogliamo dare al nostro agire, al mondo che vogliamo costruire.
Tutti i fascismi e le dittature sono nate dopo un periodo di emergenza.

Ed i numeri parlano da soli:

Nel 2015 almeno 3.771 persone sono morte nel tentativo di raggiungere l’Europa e «non mostrando alcuna volontà politica di offrire alternative legali e sicure alla drammatica traversata del mare, l’Ue e i governi europei hanno di fatto spinto oltre un milione di persone nelle mani di trafficanti e su barconi sovraffollati diretti in Europa». Questa è la dura denuncia del rapporto “Corsa a ostacoli verso l’Europa” di Medici senza frontiere. Di questi più di 700 sono bambini. Ma dopo il bambino morto sulla spiaggia, questi non fanno più notizia. Sono numeri e basta e i numeri non hanno anima, non hanno volto.

Il direttore Migrantes dice che ci troviamo di fronte ad "Un ritorno ai nazionalismi, ai protezionismi, agli individualismi che contraddicono la necessità di una cittadinanza globale, che fanno dimenticare il principio della destinazione universale dei beni, la giustizia sociale, che creano veramente insicurezza e illegalità, precarietà e sfruttamento, dispersione di risorse mai come oggi necessarie per la crescita” 
L’Europa sta diventando sempre più fortezza. Non offre  alternative alle traversate via mare, stende fili spinati lungo le frontiere terresti, riserva ai profughi procedure di accoglienza e protezione farraginose e inadeguate. E i profughi raccontano anche lati più oscuri, dai poliziotti bulgari che rapinerebbero i disperati, togliendo loro soldi e telefonini, a guardacoste greci che arpionerebbero i gommoni per poi magari trainarli in acque turche. 

Noi dobbiamo chiederci, cosa  stiamo diventando come esseri umani, 

Il fotografo francese Olivier Jobard è stato uno dei primi fotografi ad accompagnare i migranti durante i loro viaggi, spesso in condizioni drammatiche e affrontando gravi difficoltà.
Le sue fotografie ci raccontano la realtà in modo umano e partecipe: "Io non cerco - ci dice - la foto sensazionale. Faccio una serie di foto con ogni storia indipendente dalle altre. Attraverso le caratteristiche dei singoli cerco di allontanarmi dall'idea di una flla, dall'idea di un'orda indistinta che fa paura alla gente.
Voglio renderli più visicni a noi, mostrando la loro normalità, far capire che sono esseri umani come noi, con i loro pregi e i loro difetti".

Cosa che non fanno molti altri che li disumanizzano, ma disumanizzando loro disumanizzano noi.

Nei periodi di crisi è interesse di tutti riscoprire la solidarietà e la compassione e chiamare all'appello tutti, italiani, stranieri, cristiani, musulmani e chi altro alla costruzione di un mondo in cui tutti possano trovare la loro casa. 
I bambini dovrebbero essere il nostro motore, a loro non si può imputare nessuna colpa. 
Salvando loro salveremo noi stessi. Patendo dai bambini è possibile un nuovo inizio.

Celebriamo genocidi atroci passati, ma guardiamo a quelli che si stanno profilando oggi.

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