06/01/16

Uscirne vivi di Alice Munro

Cosa si prova di fronte ai racconti di Alice Munro? Non lo so dire. Perché ogni volta qualcosa ti sorprende, ti lascia degli interrogativi, ti apre a esperienze così diverse dalla tua o così tanto simili da lasciarti attonito, senza parole. Semplicemente assisti. E’ come essere in mezzo ad una situazione in cui uomini e donne si muovono, tu sei invisibile, incapace di interagire, di dire qualcosa. Sei lì e guardi.
Capita anche nella realtà di sentirsi così e può essere, a volte, un buon modo di stare in mezzo agli altri: ascoltare senza dire né fare nulla, perché non sai cosa sta succedendo. Perché la vita è fatta di continue sfumature che prendono consistenza in tante storie e tanti personaggi. Perché la vita non è lineare, ma va a zigzag e improvvisamente può svoltare da un’altra parte, può ribaltare il suo orizzonte. Perché la vita proprio per questo è bella ed interessante, anche se la puoi afferrare solo per frammenti e piccoli segmenti. Guardi la vita accadere davanti a te. E questo è quanto!

Quando leggo le storie di Alice Munro, mi lascio trasportare, senza fare resistenza, senza prevedere come potranno andare a finire, perché le storie non finiscono, continuano, ma fuori dal libro dove tu non puoi andare, nella vita. Del resto quanti frammenti di vita incontriamo senza sapere cosa succederà dopo? Questa è per me l’arte della Munro, saper cogliere tratti, momenti, entrare nei dettagli e nelle emozioni a fondo, senza filtri, ma poi non arrivare a conclusioni, nessuno può mai sapere cosa ci sarà dietro l’angolo. 
«Io non imbocco una storia e poi la seguo come se fosse una strada che mi porterà da qualche parte, con panorami e deviazioni durante il percorso. Io entro in una storia e mi muovo avanti e indietro, mi fermo qua e là, resto al suo interno per un po’ di tempo…».
L’importante, come intitola l’ultimo racconto, è “uscirne vivi”. 

Quattordici racconti, quattordici storie di vita. 
Greta, che ama scrivere poesie, ha un marito ed una figlia, Katy. Durante un viaggio in treno, si invaghisce di uno sconosciuto e si apparta con lui di notte, lasciando sola la figlioletta. Al ritorno nello scompartimento la bimba è sparita. La ritroverà, ma da quel momento non si dà pace. L'immagine della figlia lasciata sola a se stessa non la lascerà mai più. Aveva commesso “Un peccato mortale. Aver rivolto attenzione altrove. Avere volutamente destinato la sua attenzione a qualcosa che non fosse sua figlia. Un peccato mortale”. “Anche altri interessi avevano spodestato il pensiero della bambina (…), il mestiere di far poesia al quale nella sua testa, le pareva di essersi dedicata da sempre. Ecco che cosa all'improvviso giudicava come un tradimento (…)..Ecco adesso anche a quello lei, la madre di Katy, avrebbe dovuto rinunciare”.

E’ poi la volta di una donna che va ad insegnare in un sanatorio dove i bambini “avevano capito al volo che era una scuola per finta nella quale li si esentava da qualsiasi obbligo di apprendimento, non meno che da ogni sforzo mnemonico e rispetto dell’orario di frequenza. (…) Aleggiava l’ombra di una sconfitta”. In questo ambiente quasi surreale la donna si innamora del dottore, un amore che non andrà in porto e che la lascerà con l’amaro in bocca. 

La protagonista di Ghiaia, da bambina, ha visto la sorella gettarsi nel laghetto vicino alla roulotte dove abitavano: la vede fare un salto e scaraventarsi all'improvviso nel laghetto. Non ricorda però "il rumore degli schizzi quando, una dopo l'altra, toccarono l'acqua. Né un tonfo né uno spruzzo. Dal laghetto sua sorella non uscirà più. Tutto questo forse la sorella l’aveva fatto per attirare l'attenzione della madre, chiusa nella roulotte con il nuovo fidanzato? Lei non saprà mai con certezza cosa è accaduto, né saprà mai capire cosa abbia fatto lei in quel momento e dopo: come mai non aveva cercato di salvare la sorella? 
Nella sua testa rimane un’immagine cristallizzata che la tormenterà per tutta la vita: “Caro, (la sorella), continua a correre e a tuffarsi nel lago, come in un gesto di trionfo” e lei resta lì “paralizzata”, “aspettando il rumore dell’acqua” 

Il protagonista di Treno è, invece, un fuggiasco, che attraversa le stazioni della propria esperienza e di quella altrui con lo sguardo di un semplice passeggero a bordo della vita, e che si chiede “Che ci fai qui?, ti domandano. Dove stai andando? Hai la sensazione di essere osservato da cose di cui non conoscevi l’esistenza. Di essere tu, l’elemento di disturbo. La sensazione che la vita intorno stia formulando sul tuo conto un giudizio a partire da punti d’osservazione a te ignoti”.

L’anziana donna di In vista dal lago esplora i contorni della pazzia, come in sogno, appigliandosi ad un passato che non ritornerà.

I dieci racconti iniziali lasciano poi spazio a quattro storie in cui l’autrice rappresenta la propria infanzia e giovinezza.
L’anziana scrittrice affida ai suoi ultimi racconti quegli sprazzi di memoria che emergono in modo così vivo come capita spesso nell'età tarda.
Alice Munro avverte chi legge che 
«I quattro pezzi finali di questo libro non sono proprio storie. Formano un capitolo a sé, autobiografico nel sentire sebbene non, talvolta, interamente nei fatti. Credo che siano le prime e le ultime cose – e le più private – che ho da dire sulla mia vita.» 
In questi racconti la Munro rievoca episodi della sua infanzia, dalla morte della balia Sadie investita da un'auto, al progressivo ammalarsi di Parkinson precoce della madre, ai cattivi pensieri notturni dell'adolescenza, che trova il coraggio di raccontare al padre.
Il più duro è il pezzo che dà il titolo alla raccolta, «Uscirne vivi»: la madre le racconta una storia che Alice non può ricordare. Mentre dormiva  nella carrozzina nel vialetto di casa si materializza la figura minacciosa di Mrs Netterfield, una vicina che aveva già minacciato con l’accetta un fatturino del paese; la madre la vede e salva la piccola dalla furia della donna chiudendosi in casa, e lo racconta con una dovizia di particolari degni di un thriller. 
È la stessa madre che nello stesso pezzo, arrabbiata per il comportamento indisponente della piccola Alice, va a cercare il padre nel fienile perché picchi con la cinghia la figlia. 
La figura della madre appare in questi racconti a volte
La figura materna, così come le ricorda, è contraddittoria: è la madre gelosa, insoddisfatta e  a volte anche vendicativa, e quella pronta a salvarla da una pazza con l’accetta. 
«La persona con cui al tempo avrei voluto parlare era mia madre, ormai non più raggiungibile», perché morta lontano, e sepolta senza la presenza di una figlia troppo occupata da bambini e lavoro e da un marito «sdegnoso delle formalità». «Ma perché scaricare la colpa su di lui? La pensavo anch'io così. Di certe cose diciamo che non si possono perdonare, o che non ce le perdoneranno mai. E invece poi lo facciamo, lo facciamo di continuo.»

1 commento:

  1. Per come lo racconti mi preoccupa leggerlo, ma lo farò.

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