15/02/16

Amici della ricerca e del tentativo

Dietro la lavagna (foto Barbara Bonacina)
Abbiamo tutti la tendenza a cercare certezze, posti sicuri, percorsi tracciati, vogliamo mettere radici in ciò che già si conosce. 
Nietzsche, al contrario,  diceva: 
"Coloro che si imbarcano 'con vele ingegnose per mari inesplorati' facendo a meno della certezza di un 'dove', sono coloro che Zarathustra riconosce come propri amici. Amici della ricerca e del tentativo"
Vorrei che noi insegnanti ci sentissimo così, amici della ricerca e del tentativo, perché la scuola di tutti, la scuola democratica non c'è ancora, dobbiamo ancora costruirla, inventarla, progettarla. E’ un progetto su cui si lavora navigando e cercando la rotta  giorno dopo giorno. 
Dovremmo sentirci come quel marinaio di cui parla Saramago che si presenta davanti al re per chiedergli una barca con cui sfidare l’oceano alla ricerca di un’isola sconosciuta.

"Cosa volete, (...) Datemi una barca,[…] a che scopo volete una barca, si può sapere […] Per andare alla ricerca dell’isola sconosciuta. Che isola sconosciuta, domandò il re con un sorriso malcelato, (...) Sciocchezze, isole sconosciute non ce ne sono più, Chi ve l’ha detto, re, che isole sconosciute non ce ne sono più, Sono tutte sulle carte, Sulle carte geografiche ci sono soltanto le isole conosciute, E qual è quest’isola sconosciuta di cui volete andare in cerca, Se ve lo potessi dire allora non sarebbe sconosciuta".
Altro che certezze, ricette facili, percorsi e corsi. Dovremmo sentirci davanti ai nostri allievi liberi da pregiudizi o da giudizi già confezionati, dovremmo metterci in guardia di fronte a coloro che sono alla ricerca di definizioni perché  le gabbie imprigionano le menti e le persone. Il dubbio deve essere la nostra vela e il nostro timone.  

Ci si sente soli in mezzo all'oceano? È molto probabile. Ci si sente smarriti, sicuramente. Ma solo così potremo cercare l’incontro con coloro che sono messi ai margini, invisibili a tutti coloro che percorrono sentieri già così ben tracciati. Solo così potremmo conoscere ciò che non è ancora conosciuto e imparare l’umiltà di coloro che sanno dire davanti a storie complesse “non so”, invece che “non c’è niente da fare”. 

Ci sono bambini nelle nostre scuole vicini, ma lontani, “Estranei in prossimità,” come dice Bauman ne "Le sfide dell'etica", bambini lasciati ai margini, bambini per cui non sappiamo cosa fare, bambini che non sappiamo ascoltare, bambini che non stanno bene a scuola.  
Sono questi i bambini a cui dobbiamo pensare, verso cui dobbiamo rivolgere la nostra attenzione e il nostro sguardo. Perché questa è la scuola che dobbiamo contribuire a costruire, la scuola che sappia avere come orizzonte ciò che dice una bambina cinese improvvisata maestra, in un noto film di Zhang Yimou: Non uno di meno

No, questa scuola non c’è ancora, anche se ci sono tanti insegnanti che ci stanno lavorando, ma anche tanti altri che non la vogliono. Sicuramente non ci stanno pensando quelli che chi ci governano.

Molti, troppi bambini a scuola sono come “esiliati”, senza appartenenze, senza riconoscimento, in balia di giudizi arbitrari quanto spesso infondati. Non possono rivendicare nulla. Nel migliore dei casi sono tollerati, nel peggiore espulsi, messi ai margini di un mondo che non li vuole dentro, che vorrebbe che "togliessero il disturbo".

A chi vuole che questi bambini "tolgano il disturbo", dobbiamo opporre il nostro "No", forte e chiaro. Dobbiamo trovare la gioia di chi sa di poter fare la differenza là dove lavora perché ha la consapevolezza che bisogna accettare le sfide, che bisogna mettersi in un atteggiamento di ricerca, imparare ad affrontare il mare anche quando sembra impossibile. Solo in questo modo potremmo costruire una scuola davvero diversa, partendo dalla "fragilità" e non dalle "eccellenze".
Perché la fragilità ci abita tutti anche se, per "essere all'altezza" spesso molti bambini e ragazzi devono dissimularla.
Dall'accettazione dell’incontro con ciò che non si conosce, può nascere un nuovo inizio, nuove conoscenze, nuovi valori. Impariamo a creare legami solidali. 
Foto di Robert Doisneau
Saramago restituisce dignità e spessore a quella bontà che dobbiamo riscoprire dentro di noi, che non è per lui né una "una bontà contemplativa" né tanto meno  una bontà "caritatevole", ma  "una bontà attiva":
 ... per quel che mi riguarda, la bontà viene addirittura prima dell'intelligenza, o meglio è la forma più alta dell'intelligenza. E' una bontà che si manifesta nella pratica quotidiana; che non è animata da nessun pensiero salvifico sull'intera umanità; che si accontenta di far "lavorare" il proprio minuscolo granello di sabbia. Nel tentativo di recuperare una relazione umana che sia effettivamente tale". 

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