07/02/16

Ci abituiamo, ci abituiamo a tutto...

Fotografia di Vivian Maier
Siamo in crisi di parole. Mi sembra spesso che solo il silenzio possa parlare. Tutto sembra essere stato già detto. E tutto diventa solo rumore. 
Le parole si ammalano, si svuotano di significato, troppi le usano per nascondere la verità, per imbonire o sedurre la gente. Regna il sospetto. Non ci fidiamo più.

Non ci resta che partire dal limite, conoscerlo, accettarlo. Ritrovare la parola, quella che cerca la verità, quella che non inganna e non si lascia ingannare. 

E poi esplorare tutto quello che c'è intorno a noi, oltre noi, e scoprire spazi in cui sperimentare il nuovo. In cui il nuovo sia possibile. Quello che parte dal silenzio. Quello che non giudica, quello che ascolta, quello che accoglie l'imprevisto. quello che si mette in ricerca, che dubita ma sa prendere decisioni, non segue ideologie, ma ha delle idee.

Piccole ri-nascite. Conservare il nostro volto. Non indossare maschere. Non incoraggiare gli altri a farlo. 
Non lasciarsi dominare da paura, diffidenza, delusione.
Camminare passo dopo passo, per quella strada dove l'errore insegna, la difficoltà diventa una sfida, dove chi perde il passo trova una mano che lo aiuta.
Accettare la sorpresa, mettersi in gioco nella nostra infinita "limitatezza". 

Proprio il sentirsi  "limitati" ci spinge a "cercare altro", un qualcosa d'altro che non conosciamo e che definiamo cammin facendo senza forse mai trovarlo... 
Un tentativo per avvicinarci. 
Non cerco Dio, non so dov'è. Cerco un uomo che conoscendo se stesso ed il male che alberga in lui, sappia scegliere, sappia trovare il coraggio della scelta.

Di nuovo bisogna fare attenzione alle parole. Poco per volta ci abituiamo a sentir parlare della vita e della morte di milioni di persone, di uomini, donne, bambini, come un ingombro, un “fattore di squilibrio”, una sciagura, un'orda. Ascoltiamo e taciamo. Giriamo il nostro sguardo. 

Già noi siamo diventati forza lavoro,  esuberi, ...

Ci abituiamo, ci abituiamo a tutto.

La macchina spietata dell'indifferenza fa sempre nuovi adepti. 
Diventiamo ciechi di un cecità morale. 
Crediamo che la parola libertà voglia dire non pensare più, non considerare più gli altri, pensare solo a noi stessi. E così non sappiamo più chi siamo.

Quel bambino morto sulla spiaggia che aveva smosso tanta gente, che aveva creato un movimento nelle nostre coscienze è stato seppellito troppo in fretta. E gli altri che sono morti dopo hanno smesso di fare notizia.

L'abitudine genera l'apatia. La notizia ripetuta sempre, ogni giorno, più volte al giorno crea ogni tragedia in normalità.

Per seminare il nuovo bisogna saper uscire da ciò che ci condiziona, bisogna impedire che il nostro sguardo veda solo ciò che vogliono farci vedere, che la nostra mente pensi solo ciò che vogliono farci pensare.
E anche se non aderiamo alle idee di chi è potente, il pericolo è che ci portino a rinunciare, a diffidare di tutto, a non credere in nulla.
Il pericolo è che ci impediscono di guardare lontano, di seminare, di lasciare le nostre tracce.

Il pericolo è che ci facciano sentire inutili.

Piccoli? sì lo siamo, senza dubbio, ma non insignificanti. Nessuno lo è. Siamo piccoli come i semi che cerchiamo di seminare.

C'è bisogno di ritrovare, come dice Anna Rosa Buttarelli, una parola compassionevole, una parola che per essere pronunciata, ha necessità di un cambiamento reale della mente e del cuore degli uomini. (...) c'è bisogno di cammini concreti, di passaggi pratici, di pensieri dell'esperienza che sostanziano le proposte teoriche”. C'è bisogno di recuperare la “parola vivente”, il suo valore, il suo senso, la sua rarità.


1 commento:

  1. Arrivo fino in fondo alle tue parole e ognuna è traccia per un nuovo percorso, è segno di un'umanità che non si smarrisce nella selva dei tanti discorsi che diventano rumore, brusio assordante; una parola che nutre in un mondo affamato di verità. Grazie carissima

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