14/02/16

Giorgio Manganelli: Perché rileggere i libri

Van Gogh
Rileggere è un’esperienza che non ha nulla a che fare con il leggere; leggiamo un libro che non conosciamo, può essere un classico che abbiamo ignorato…in ogni caso leggeremo mossi da curiosità, interesse, magari una punta di disagio per la nostra scoperta ignoranza; saremo un po’ come gli spettatori al cinema, vediamo cosa succede, come va a finire. Se finito il film usciamo e già sappiamo che questa esperienza è finita, vuol dire che non è successo nulla; molti libri, anche importanti, interessanti, entrano nella nostra vita e se ne vanno.

Esiste una rilettura immediata, quella che è pressoché le regola per una recensione; una rilettura interessante, perché non è distratta da preoccupazioni esteriori; che succederà ora, come va a finire, lo spiega e non lo spiega. Questa rilettura immediata rivela pieghe, implicazioni, allusioni che ad una prima  lettura sfuggono; in verità ad una prima lettura sfugge quasi tutto.
Il rileggere è questa alleanza discorde: insieme ritrovare, riconoscere e scoprire; trovare ciò che la lettura precedente, o anche più letture, non ci aveva rivelato.
La prima lettura può anche essere un innamoramento; ma esistono delizie di amorosità mentale che si abbandonano solo dopo anni di solidarietà, di complicità, una attenzione maliziosa e un po’ disonesta, nel senso che non deve esitare a coscientemente fraintendere, o lasciarsi illudere da un gioco astuto, un poco in malafede.
Un’altra parola che mi piace: esiste una malafede dei grandi libri che è l’ultima a lasciarsi riconoscere, un gioco dentro un gioco, una allucinazione, addirittura una moneta fuori corso, o falsa, secondo le nostre ubbie monetarie, con cui acquistare una pietra rara e forse inesistente; nel cuore del grande libro sta il nulla più prezioso, irripetibile.
Per accedere a questo nucleo fatale, inafferrabile, in bilico squisito fra esistere e non esistere, occorre rileggere, camminare per strade che crediamo di conoscere, aggirarsi per anfratti che ci illudiamo di conoscere a memoria, scrutare ciò che abbiamo guardato, guardare ciò che abbiamo scrutato, essere superficiali dove abbiamo osato essere profondi, cercare nella superficie quella profondità che abbiamo creduto di trovare altrove”.

G. Manganelli, in “Il rumore sottile della prosa”, Adelphi, Milano, 1994.

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