01/02/16

Che cosa si prova in guerra, perché la si fa, perché si uccide...

"La guerra... ha un significato riposto che mi tormenta sempre. Sono cresciuta in mezzo a racconti di guerra. La rivoluzione, la guerra civile, la seconda guerra mondiale... Ma nei libri che ne parlavano ho sempre sentito la mancanza di qualcosa di importante. Si trattava pur sempre della storia dello Stato o delle idee generali, ma non dell'anima dell'uomo. A interessarmi era ciò che le persone raccontavano della guerra a casa propria e non nelle riunioni ufficiali e nelle celebrazioni solenni... Voglio mettermi a cercare e a raccogliere non i racconti degli eroi ma quelli della gente comune''.
In queste parole è racchiusa l'urgenza esistenziale che muove la giornalista e scrittrice bielorussa Svetlana Aleksievič,  premio Nobel per la Letteratura 2015, alla ricerca di "autentiche'' testimonianze di guerra. Che cosa si prova in guerra, perché la si fa, perché si uccide, cosa spinge un uomo ad accettare tanto orrore. Cosa sentono e provano i ragazzi, gli uomini, le donne che ci sono dentro, che la vivono o l'hanno vissuta? 
E perché noi liquidiamo una realtà così devastante o con parole di rito o con il silenzio o dichiarandoci semplicemente "contro". No, la guerra c'è sempre stata e sembra non voler andarsene dal nostro panorama di vita, e allora dobbiamo guardarla in faccia, senza nasconderci nulla, dobbiamo scavare a fondo. Se vogliamo combatterla dobbiamo comprendere i meccanismi che portano gli uomini ad accettarla, a viverla a volte con esaltazione.

La Aleksievič vuol sapere di più, vuole entrare nel cuore dell'uomo che combatte o ha combattuto senza giudicarlo, senza condannarlo. Vuole far parlare gli uomini comuni, quelli che vanno al "macello" credendo di fare la cosa giusta.

Ragazzi di zinco è infatti parla dell'esperienza della guerra sovietica in Afghanistan attraverso le voci dei suoi reduci. 
Svetlana Aleksievič percorre per quattro anni l’intero territorio dell’Urss, va in Afghanistan alla ricerca di soldati, ufficiali, infermiere, madri, vedove, reduci di una guerra di menzogne, che di fatto fu contro il popolo afgano e non per la sua emancipazione. Le testimonianze sono tutte in prima persona, delle vere e proprie confessioni, in cui i protagonisti non hanno un nome, sono figure che si mettono a nudo, uomini sconfitti dalla guerra, uomini segnati per sempre.

Eppure i soldati russi erano partiti entusiasti, credendo in quello che andavano a fare, pensando di diventare degli eroi, di servire la loro patria e migliorare l'Afghanistan. E se ti dicono che devi uccidere, tu uccidi. Questa è la guerra.
La guerra è ai loro occhi un’avventura straordinaria, un rito di passaggio per diventare un uomo. Ma la guerra ti cambia, quello che non credevi di diventare, lo diventi.
"Adesso mi vede a casa mia, seduto in poltrona davanti al televisore. Potrei mai uccidere un uomo? Ma se non farei male neppure ad una mosca! I primi giorni, addirittura i primi mesi, quando le pallottole falciavano i rami dei gelsi, la sensazione era di irrealtà... In un combattimento, lo stato d'animo è tutto diverso... Corri e intanto cerchi il bersaglio... Davanti a te... lateralmente... Non ho tenuto il conto di tutti quelli che ho ammazzato... Ma correvo... Cercavo il bersaglio... Qui... Là... Un bersaglio mobile e vivo... E io stesso lo ero... Qui... Là... Un bersaglio mobile e vivo... No, dalla guerra non tornano degli eroi... Non da laggiù, non da quella guerra... (...)Non sottomettete l'uomo a prove inumane non le sopporterà". (Un consigliere militare)
"Uno dei nostri medici è stato ad un certo punto destinato ad un'unità combattente. La prima volta che è tornato  da un'incursione, piangeva.
-Mi hanno  insegnato tutta la vita a curare. E oggi ho ucciso... Cosa mi avevano fatto perché li uccidessi?". (Un'infermiera)
Dovevo convincermi io stessa che mio figlio aveva potuto davvero ammazzare un uomo. Li ho interrogati a lungo e ho capito: sì, aveva potuto. La questione della morte, dell’uccidere un uomo non suscitava in loro particolari sentimenti, di quelli che si incontrano abitualmente in un uomo normale, che non ha mai visto il sangue. Parlavano dell’Afghanistan come di un lavoro in cui si doveva ammazzare. In seguito mi è capitato di incontrare dei ragazzi anche loro reduci dall’Afghanistan i quali erano andati in Armenia dopo il terremoto, con le squadre di soccorso. Volevo sapere se avevano avuto paura, che cosa provavano alla vista della morte, questa per me era ormai diventata una specie di idea fissa. No, non avevano paura di niente e anche il sentimento della pietà si era affievolito. Membra strappate… Corpi schiacciati… Crani, ossa… Intere scolaresche sepolte dai crolli… Bambini seduti ai loro banchi a un tratto finiti sotto terra. Ma quelli ricordavano e raccontavano altre cose… Di come avevano riportato alla luce delle cantine ben fornite, il cognac e il vino pregiato che avevano bevuto… Scherzavano: ci vorrebbe un altro buon scrollone, però in un paese caldo, dove cresce la vite… Le pare che siano sani di mente? Che siano psicologicamente normali?” Parti con la divisa e cominci a perdere te stesso. Il terrore modifica e uccide, comunque, ovunque." (Una madre)
“Perché vuole costringermi a ricordare? Non sono neanche più riuscito a indossare i miei jeans e le mie camicie di prima della guerra, perché erano ormai gli abiti di un altro, di una persona ormai estranea, anche se mia madre mi assicurava che avevano conservato il mio odore” 
 
Racconta Doris Lessing che, due anni dopo la guerra per l'indipendenza dello Zimbabwe, ha incontrato soldati di entrambi i fronti, bianchi e neri. 
"Il primo fatto ovvio  era che si trovavano in stato di shock. Sette anni di guerra li aveva lasciati istupiditi, come svuotati, e credo che questo dipendesse dal fatto che ogni volta che la gente è costretta dalle circostanze a rendersi conto di cosa può essere capace, lo shock è così forte che non può essere assorbito facilmente.  O addirittura non può essere assorbito affatto. Si vuole dimenticare. Ma ciò che era più sorprendente era la constatazione che "avevano amato la guerra".
Cosa porta tanti uomini ad "amare la guerra"
"Ho passato - dice la Lessing - ore a ore a sentire gente che parlava di guerra, di come impedirla, e come sia mostruosa, senza che mai nessuno accennasse al fatto che per tanta gente l'idea della guerra è eccitante e che una volta che è finita alcuni dicono che è stato il periodo più bello della loro vita. E questo può essere vero anche per chi nella guerra ha vissuto esperienze terribili, devastanti. Chi ha vissuto in tempo di guerra sa che quando si avvicina comincia un momento di esaltazione, dapprima segreta e non riconosciuta, come il rullare di un tamburo lontano... c'è nell'aria un'orribile, illecita, violenta eccitazione. Poi l'euforia diventa troppo forte per essere ignorata o sottovalutata: allora invade tutti"
La Lessing è convinta che bisogna prendere coscienza che il Male c'è. C'è in ognuno di noi, anche se ci è più facile vederlo negli altri. C'è come una forza primitiva che ci abita da sempre. 
Il Male esplode in tutta la sua evidenza in periodi di guerra, in questi periodi ritorniamo, come specie, al passato e ci è lecito essere crudeli e brutali. Ma lavora anche in tempi di pace, pronto a saltare fuori quando sarà il momento opportuno.
Se si vuole parlare di pace, di accoglienza, di costruire un mondo migliore, non possiamo eludere questo problema, non possiamo non tenerne conto. Solo così potremo impedire a tempo debito che si metta in moto "quella mostruosa forma di eccitazione generale che è così forte perché viene da una parte più antica del cervello umano, rispetto a quella razionale, onesta, umana, che condanna la guerra".

Dobbiamo combattere quella parte di noi e del nostro cervello che è dominato "dal nostro passato selvaggio, come individui e come gruppi". Oggi o lo possiamo fare. Oggi siamo in grado di sottoporre a "giudizio il nostro comportamento".
"Contro tali istinti primitivi e potentissimi abbiamo questo: la capacità di esaminarci da altri punti di vista" (...) "ciò che sappiamo oggi su di noi è molto più complesso e articolato, è più profondo di quello che l'uomo sapeva allora su di sé, di quello che ha saputo per migliaia di anni". Ma dobbiamo mettere in pratica quello che sappiamo. Dobbiamo aver molto presente cosa ci può succedere in situazioni estreme, non dobbiamo credere di esserne "fuori". E' possibile che anche noi cadiamo  vittime "dell'impatto che hanno su di noi le emozioni di massa e le condizioni sociali dalle quali ci è praticamente impossibile isolarci". Dobbiamo potenziare la forza di quello che la Lessing chiama "l'altro occhio che possiamo usare per giudicarci" .

Quello che io constato è che c'è la tentazione di molti di eludere certi problemi, quelli che ci potrebbero rattristare, obbligare a pensare. Preferiamo l'evasione, l'intrattenimento, il divertimento. Preferiamo "non pensarci".
E certi libri, forse i più impegnativi come quello che ho citato, si tende a scartarli. Ed invece, sono proprio quelli che ci aiuterebbero a non viaggiare sempre in superficie, a riflettere, a uscire da una logica di schieramento per entrare dentro i problemi senza giudicare gli altri, ma vedendo cosa posso fare prima di tutto con me stesso, poi con gli altri.
Gli intervistati della Aleksievic sono i testimoni di un immaginario tribunale: con i loro racconti di una spaventosa verità, cancellano la possibilità che si possa ancora giustificare la guerra. Queste testimonianze sono un antidoto a qualsiasi futura tentazione di muovere la guerra.

Svetlana Aleksievic, con molta umiltà e dedizione dà voce in questo libro a coloro che la storia esclude, coloro a cui gli stati tolgono la parola e che spesso dimenticano.

Ma questo libro e ciò che dice la Lessing ci fanno comprendere che essere pacifisti è molto più impegnativo di quanto non crediamo. Non è un proclama, non è una dichiarazione soltanto, è un modo diverso di stare al mondo, di guardare la realtà, è un ri-creare noi stessi partendo dalla nostra fragilità. E' riconoscere e valorizzare in noi e negli altri la fragilità. E agire ogni giorno per costruire una nuova umanità. E' stare in mezzo a chi è in difficoltà. E' non smettere mai di raccontare la loro sofferenza, ciò un uomo è capace di fare ad un altro uomo. Ma è anche ricordare che esistono persone che si impegnano ogni giorno perché là dove loro sono un altro mondo sia possibile.

Mariano il 15 luglio 1916 

Di che reggimento siete 
fratelli? 
Parola tremante 
nella notte 
Foglia appena nata 
Nell'aria spasimante 
involontaria rivolta 
dell'uomo presente alla sua 
fragilità 

Ungaretti.

1 commento:

  1. Rimango ammirata dalla capacità che Emilia ha di riflettere sul animo umano, di comprendere e cercare di trasmettere le sue riflessioni sulle sue letture e sulla vita. In questo caso mi aiuta a fermarmi sulle guerre e confermare quello che sentivo e pensavo.
    Ci sarebbero tante cose da dire, forse mai abbastanza. Grazie

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