17/02/16

Le radici della speranza

Fotografia di Olivier Jobard
Le radici della speranza, o meglio la terra in cui tali radici fanno il nido e si nutrono, è quanto vorremmo considerare. […]
In certi casi, la speranza si presenta separata, come galleggiando al di sopra di ogni avvenimento, al di sopra di ogni essere concreto, essa sola visibile, la speranza e nient'altro. 
Sfugge, allora, a ogni ragionamento, a ogni argomentare più o meno dialettico: non si nutre, si direbbe, di nulla, e può sostenere la vita di chi così la sente, e sottrarsi - essa che tanto ha a che veder col tempo - al suo passare, e affondare il tempo stesso - per questa persona che la sente - in una specie di sovra temporalità di istante unico: un punto solo che possiede la capacità di albergare nella sua inestensione l'estensione di tutto il tempo nel suo fluire indefinito. […]

Nella vita storica, questa forma di speranza pura, separata, lasciata a se stessa o consegnata all'immensità, si produce a volte per lunghissimo tempo in popoli o razze oppresse, e più che oppresse abbandonate a se stesse. Ci siamo preoccupati molto, in generale, noi civilizzati di quest'occidente, di questi popoli che in altre latitudini hanno vissuto per secoli in quest'abbandono? 
Di più: quando ce ne siamo ricordati, è stato per altro che per sottometterli, fino alla schiavitù se lo si giudicava necessario?
Popoli, razze intere in stato di tribolazione, di fame, di umiliazione popolano il pianeta minacciati - secondo le statistiche degli organismi competenti - di essere spazzati via dalla miseria, continuano a vivere lì, sul nostro stesso pianeta. 
E se hanno resistito e resistono dev'essere, necessariamente, in virtù della forza sovrumana - la parola viene da sola - di questa speranza che li mantiene sospesi al di sopra del tempo, al di sopra della vita, generazione dopo generazione, mentre nell'occidente civilizzato il crescente benessere - sempre alquanto limitato - coesiste con l'angoscia, con la disoccupazione dell'anima e della mente, con lo sport intellettuale della disperazione estetizzante e letteraria, con quell'uso dell'intelligenza che pretende di governare la realtà senza tenersi in contatto con essa; con la fragilità dinnanzi alla sofferenza, con lo stupore provocato dalla constatazione che la felicità non è un frutto che si raccolga da sé, che c'è bisogno di produrla, sostenerla, crearla e, cosa ancora più difficile, di saperla ricevere e raccogliere quando arriva.

Marìa Zambrano, I beati, trad. di Carlo Ferrucci, Feltrinelli, Milano,1992, p. 103-105

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