10/02/16

Leggere bene significa correre grossi rischi


Non credo più al valore salvifico della cultura di per sé, non mi dicono più nulla frasi come "la poesia salverà il mondo"... 
Dimentichiamo forse come dice George Steiner che "un uomo può leggere Goethe o Rilke la sera, può suonare Bach e Schubert, e quindi, il mattino dopo, recarsi al proprio lavoro ad Auschwitz" (...) e aggiunge "non si tratta soltanto del fatto che gli strumenti tradizionali della civiltà - le università, le arti, il mondo librario - non sono riusciti a opporre una resistenza adeguata alla bestialità politica: spesso anzi essi si levarono ad accoglierla, a celebrarla e a difenderla".

La storia avrebbe dovuto insegnarci che non possiamo vivere e agire come come se non fosse successo nulla nel '900", come se "lo sterminio per fame o per violenza di circa settanta milioni di uomini, donne e bambini in Europa e in Russia tra il 1914 e 1945 non avessero alterato in profondità, la qualità della nostra consapevolezza". Oggi giustamente condanniamo le atrocità di un gruppo di musulmani, ma dobbiamo ricordare "Che l'apice della barbarie politica scaturì dal cuore dell'Europa. Due secoli dopo che Voltaire ne aveva proclamato la fine, la tortura tornò ad essere un processo normale di azione politica" e che in molti casi "gli alti recessi della cultura e dell'arte umanistica accolsero e sostennero il nuovo terrore. La barbarie prevalse proprio sul terreno dell'umanesimo cristiano, della cultura rinascimentale e del razionalismo classico. (...) Sappiamo che alcuni degli uomini che escogitarono e organizzarono Auschwitz avevano imparato a leggere Shakespeare o Goethe, e continuarono a leggerli".

E allora basta ipocrisia... Anche oggi uomini e donne che frequentano teatri, concerti, che leggono e sfoggiano cultura, non sanno dire nulla, non sanno e non vogliono contrastare  la disumanità che tende a prendere il sopravvento, non dimostrano com-passione, né tanto meno agiscono e prendono posizione contro la barbarie che continua a seminare, morte, disperazione e che affonda le sue radici in una profonda diseguaglianza nel mondo, nella sete di potere e nell'avidità di pochi che rivendicano per sé la ricchezza sostenuti da un'economia che vede nell'essere umano solo un numero da inserire come dato per le rilevazioni statistiche.
Vanno a teatro, sì. Ma solo per sfoggiare l'altro eleganza e marcare, se volgiamo, le distanze da quel mondo "altro" che è ben lontano dalle loro menti e dai loro cuori.


I teatri sono pieni ma questo può dimostrare in molti casi solo che sappiamo "reagire con maggiore acutezza al dolore letterario che alla sofferenza della porta accanto".


Con questo non voglio dire che la letteratura e l'arte in genere non servono, che non possano cambiare nulla, che non possano aiutarci a comprendere di più l'uomo in tutte le sue sfaccettature. per farlo deve stabilire un dialogo con quanto è vivo, deve far vibrare il cuore di chi legge, e smuovere le coscienze perché diventino sensibili al disumano.

La lettura può diventare una "forma di azione". Una grande poesia, un grande romanzo possono aprire le porte della nostra coscienza. Ma dobbiamo essere noi a volerlo. Dobbiamo essere noi a cercare quei libri che non ci intrattengono soltanto, ma che sappiano metterci in questione, aprire dei varchi dentro le nostre menti, porci delle domande, impedire che i nostri cuori si arrendano all'apatia e all'indifferenza.
Dobbiamo essere noi esseri umani a non voler rinunciare, costi quel che costi, alla propria umanità. Forse leggere ci potrà anche aiutare che lottare richiede perseveranza, forza, coraggio e resistenti alla disillusione. Perché la vittoria non è mai dietro la porta. 

Quando entriamo in libreria non dobbiamo fermarci solo di fronte alle classifiche dei best-seller, ma cercare tra i libri nascosti, a volte dimenticati, non messi magari in bella evidenza quello che può parlare al nostro cuore. Anche nelle case editrici ormai prevale il discorso del marketing e quai tutti i libri che si vogliono vendere diventano "il più bel libro dell'anno", senza esserlo veramente, anche perché non c'è gara, né competizione tra i libri... Non cerchiamo soltanto libri che ci consolino, che ci confermino nelle nostre idee, che ci divertano. Cerchiamo anche libri che ci in-quietano, che ci risveglino alla vita. Respingiamo i consigli di chi vuole vendere cultura per profitto.
"Leggere bene significa correre grossi rischi. Significa rendere vulnerabile la nostra identità, il nostro autocontrollo. Nei primi stadi dell'epilessia ricorre un sogno caratteristico: Dostoevskij ce ne parla. Si è come sollevati, liberati dal proprio corpo: guardandosi alle spalle, si vede se stessi e si sente una paura improvvisa, da impazzire: un'altra presenza penetra nella propria persona, ed è una strada senza ritorno.
Avvertendo questa paura, la mente ricerca  con affanno un brusco risveglio. Così dovrebbe essere quando prendiamo in mano un capolavoro di letteratura o di filosofia, di fantasia o di dottrina".
Un libro ci deve aiutare a smascherare le nostre ipocrisie, a farci vedere quello che non volevamo vedere, a risvegliarci per intraprendere quella strada che avevamo paura di intraprendere.
"L'arte della lettura, dell'autentica cultura letteraria è di aiutarci a leggere da essere umani integrali
Nel post dedicato al  libro di Alice Munro "Uscirne vivi", mi è stato scritto in un commento: Per come lo racconti mi preoccupa leggerlo, ma lo farò. Ecco, credo che è così che bisognerebbe affrontare un libro, come qualcosa che non è scontato, ma che potrebbe dirmi qualcosa che mi turba un po'. E allora è vero, il libro rappresenta un rischio...

Tutte le citazioni sono state tratte dal libro di George Steiner - Linguaggio e silenzio - Ed Garzanti

2 commenti:

  1. mai stata tanto d'accordo Emilia.
    Interessanti gli stralci da Steiner... cercherò il testo. Grazie

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  2. Un abbraccio, Arnica. Grazie di essere passata di qua

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